In questo primo volume di una quadrilogia che ci porterà fino in America, si fa tappa a Berlino, nel gelo, per una deriva mentale in dieci movimenti, in cui troviamo già il tono dell’intero libro, i suoi temi e il suo ritmo. Ecco l’incipit di Malinconia dei confini – Nord: “Non lontano da Berlino, uscendo dalla clinica dove eravamo andati a trovare E., mentre scendeva la sera (cielo viola, feroce, percorso da ombre e dal fremito dei pioppi) e camminavamo verso la stazione, un po’ intontiti dalla tristezza di aver lasciato E. nel suo letto di ospedale, nel lungo inverno dov’era reclusa, mi tornò in mente un verso di Bianca Varela: ‘Là dove tutto finisce, apri le ali’”. È questa gelida sera di fine autunno il filo che Mathias Énard sceglie per vagare nei suoi pensieri, organizzando il racconto per digressioni e associazioni, in una decina di tappe. La prima è Beelitz, a ovest della Marca di Brandeburgo. Beelitz-Heilstätten era “il più grande sanatorio d’Europa” alla fine dell’ottocento: un villaggio di mattoni oggi in rovina, su centoquaranta ettari di bosco. La clinica in cui è stata trasferita l’amica E. è uno degli ultimi edifici rimasti di quello che fu, dal 1945 ai primi anni novanta, un gigantesco ospedale militare sovietico, dove in precedenza erano stati ricoverati i feriti tedeschi della prima guerra mondiale. Mentre procede, fradicio e infreddolito, verso la libreria Georg Büchner, per comprare un’edizione scolastica di _Lenz _e un saggio sull’amicizia tra Goethe e Schiller, il nostro camminatore berlinese sente l’orrore alle calcagna. I rifugiati siriani arrivano in massa. Al “profumo di freddo intenso, di grigliate e di vin brûlé” si mescola, nella nostalgia di chi ha vissuto laggiù, “l’odore di gasolio, di pane caldo e di neve sciolta dell’inverno di Damasco”. Un siriano si aggira con un sacco pieno di ossa: sembrava una persona ragionevole, si rivela folle. Ancora una frontiera attraversata: non quella di un paese, né quella del tempo, invisibile, che si varca a ogni passo a Berlino, a ogni paragrafo nel libro di Énard. La letteratura stessa sta sulla soglia: “Tutto ciò che entra in letteratura varca i confini del mondo dei fantasmi e, penetrando nell’universo del linguaggio, abbandona la propria spoglia carnale”.
Claire Devarrieux **
**Libération
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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati