“Feci un respiro lento e regolare, ma quanto dolore si può inspirare? … Ero sopraffatto dall’umiliazione di essere libanese”, dice Raja, il protagonista del settimo romanzo di Rabih Alameddine, il giorno dopo l’esplosione del porto di Beirut nel 2020. Ha in mano una grande scopa, portata da casa nella speranza di aiutare a pulire le strade. Ma la devastazione che si trova davanti lo fa scoppiare in lacrime; solo allora si rende conto che non dovrà portare da solo il peso della sua sofferenza. È una storia che attraversa decenni della vita del Libano, una “nazione di ladri… governata da mafie per generazioni” e “circondata da governi ancora più avidi e sanguinari”. Come nella sua opera più celebre, La traduttrice _(Bompiani 2013), anche in questo romanzo Alameddine concentra l’attenzione su un personaggio molto specifico, colto e amante della letteratura, radicato a Beirut: questa volta è un insegnante gay di filosofia e autore di un improbabile bestseller; una figura che vive in qualche modo ai margini della società, sebbene le sue difese vengano progressivamente erose. È una storia che parla del confronto con eventi dolorosi del passato, ma è anche una storia d’amore, quella tra una madre e suo figlio. Il marito “incompatibile” di Zalfa è morto, e il fratello dentista di Raja, da tempo estraneo alla famiglia, l’ha privata di tutto ciò che possedeva. Così Zalfa si trasferisce a casa di Raja; lì finisce sia per darsi alle droghe sia per fare amicizia con il capo della mafia dei generatori elettrici locale. La scrittura di Alameddine è sublime. Riesce a oscillare tra arguzia, profondità emotiva e precisione descrittiva, aggiungendo con poche parole accuratamente scelte una sfumatura dell’una o dell’altra. Fa sembrare la scrittura qualcosa di facile, quando in realtà solo un artigiano della parola di altissimo livello potrebbe realizzare un libro come questo. _La vera storia di Raja il Credulone (e di sua madre), negli Stati Uniti ha vinto il National book award per la narrativa nel 2025. Nel discorso di accettazione, Alameddine ha ringraziato “gli amici e i familiari che continuano a sostenermi anche se plagio le loro vite e rubo le loro storie”, il suo psichiatra e i suoi spacciatori.
Sally Hayden, **
**The Irish Times
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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati