L’epidemia di ebola in Repubblica Democratica del Congo (Rdc) e in Uganda evidenzia ancora una volta le disuguaglianze nella risposta internazionale alle crisi africane. Davanti a più di 330 morti accertati, l’Organizzazione mondiale della sanità ha definito “grave” l’epidemia in corso. Ma invece di suscitare una risposta globale coordinata, la crisi sta diventando un simbolo di paura, isolamento ed egoismi.
L’Uganda, paese che negli anni ha affrontato vari focolai di febbre emorragica, si è mobilitata rapidamente dopo che due viaggiatori infetti provenienti dall’Rdc si erano presentati in una struttura sanitaria di Kampala. All’estero, invece, le reazioni sono state discutibili. Gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni all’entrata nel loro territorio e vorrebbero creare una struttura specializzata nell’isolamento dei malati di ebola in Kenya, solo per assistere i loro cittadini che lavorano nelle zone colpite. La crisi rivela un problema più generale: la tendenza dei paesi ricchi a difendersi attraverso l’esclusione invece di puntare sulla cooperazione. Uganda e Rdc non hanno sistemi sanitari all’avanguardia, ma possono contare sull’esperienza. Per sfruttarla, però, hanno bisogno di strutture moderne, laboratori, dispositivi di protezione e finanziamenti. Invece di allestire strutture d’isolamento, i paesi ricchi e le fondazioni internazionali dovrebbero investire nei centri di risposta alle emergenze in Africa. Questo rafforzerebbe i sistemi locali e contemporaneamente la sicurezza sanitaria mondiale.
La lezione è semplice: l’Africa non può contare su sistemi sanitari che si attivano solo durante le emergenze, mentre il resto del mondo non può permettersi di considerare le epidemie africane una minaccia esterna da contenere lontano dai propri confini. L’ebola sarà un test per capire se la comunità internazionale crede ancora nella condivisione delle responsabilità davanti a un pericolo comune. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati