A cinquant’anni dall’esordio, Jan Brokken torna ai temi che attraversano tutta la sua opera con questa raccolta di racconti che conferma la sua capacità di trasformare il viaggio in letteratura. Stavolta lo fa con un libro sugli artisti in movimento, sugli esili, sulle partenze e sui ritorni immaginati. Tra le sue pagine compaiono Antonio Machado, Antonín Dvořák, Franz Kafka, Henri Matisse e altri protagonisti della cultura europea, accomunati dall’esperienza dello spostamento e da una sottile nostalgia di casa. Il libro si apre a Collioure, davanti alla tomba di Machado, dove una cassetta delle lettere continua a raccogliere i messaggi lasciati dai visitatori. È una scena che spiega bene il metodo di Brokken: il viaggio non come ricerca dell’avventura, ma come esercizio di attenzione. Un dettaglio, un incontro, un luogo apparentemente marginale diventano il punto di partenza per raccontare una vita, un’opera, un pezzo di storia europea. In un’epoca in cui il viaggio è accusato di essere inquinante, elitario o ridotto a puro consumo, Brokken ne rivendica il valore conoscitivo. “Ogni viaggiatore è un esploratore”, scrive: ciò che scopre forse non è nuovo per l’umanità, ma lo è per lui. Viaggiare significa imparare a vedere diversamente il mondo e se stessi, lasciandosi sorprendere dall’imprevisto. È un libro che difende il viaggio come esperienza umana e culturale, e che ricorda come il movimento sia ciò che tiene vivo il mondo.
Toine Heijmans, de Volkskrant
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1670 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati