Sono passati sette anni da Blood, il debutto della cantante e violoncellista Kelsey Lu. Questo periodo così lungo è stato descritto come un atto di ribellione contro l’industria musicale, ossessionata dal tenere sempre alta l’attenzione su un artista. E forse fare un album non era uno degli interessi più immediati della musicista statunitense, visto quello che ha fatto nel frattempo: una campagna per Gucci, una performance al Moma, una con Debbie Harry e altro ancora. Ascoltando So help me God si capisce che la pausa ha aiutato Kelsey Lu a essere più a fuoco e meno condizionata dai suoi maestri, come Arthur Russell. La lista degli ospiti è eclettica: Jack Antonoff, Kamasi Washington, Sampha, Kim Gordon. La loro presenza, però, non è mai invadente. Reaper è l’esempio perfetto di cosa offre il disco: comincia come un delicato pop soul, poi la batteria scompare, riappare e sparisce di nuovo. Quella che sembra una coda ambient, arricchita da Gordon e Washington, si rivela l’interludio alla nuova forma che prende il brano, più lento e guidato dalla drum machine. So help me God indossa la sua stranezza con agilità, muovendosi in direzioni inaspettate.
Alexis Petridis,
The Guardian
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Questo articolo è uscito sul numero 1670 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati