Riflettendo sulla genesi della sua opera più famosa, Carlo Ginzburg scrisse che leggere i dettagli del processo a un mugnaio intentato nel cinquecento dall’inquisizione gli aveva permesso di trasformare quella che poteva essere una nota a piè di pagina in un libro. Cinquant’anni dopo Il formaggio e i vermi è ancora un esempio eccellente di ricerca storica dedicata alle vite dei “perseguitati e dei vinti”. La morte di Ginzburg, il 17 giugno 2026, all’età di 87 anni, ci priva di uno degli ultimi legami con una straordinaria generazione di storici del secondo dopoguerra. Oggi, mentre l’ascesa dell’autoritarismo crea nuove generazioni di capri espiatori ed emarginati, il suo approccio è assolutamente attuale.

Esaminando i due processi contro il mugnaio Domenico Scandella, detto Menocchio, Ginzburg ha compiuto una preziosa operazione di salvataggio intellettuale e culturale. Il risultato è un ritratto avvincente delle idee pericolosamente egualitarie dell’accusato. Il destino di Menocchio fu deciso quando rivelò imprudentemente agli inquisitori il suo credo panteistico, paragonando gli angeli ai vermi che emergono dal formaggio marcio.

Il ricorso ai documenti processuali medievali e rinascimentali relativi a streghe, eretici e sciamani è stato fondamentale per gli studi sulla storia delle donne e delle minoranze oppresse. Come ricordava con soddisfazione lo stesso Ginzburg, il suo lavoro ha avuto un grande successo nelle società post-coloniali, dato che le amministrazioni imperiali avevano lasciato dietro di sé molti documenti. In età avanzata aveva capito che il suo legame con le vittime della storia nasceva dal suo passato e dalla sua identità. Durante l’occupazione nazista il padre Leone fu torturato e ucciso, e Carlo fu costretto a nascondere di essere ebreo. Nella postfazione alla nuova edizione di Il formaggio e i vermi, uscita nel 2019, Ginzburg ricordava che Menocchio disse ai suoi inquisitori: “Desiderava che fusse uno mondo nuovo”. Lo stato del pianeta, aveva aggiunto, “rende queste parole di quasi cinque secoli fa più urgenti che mai. Menocchio è con noi, ci parla”. Lo stesso vale anche per l’opera di Carlo Ginzburg. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1671 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati