L’acclamato romanzo d’esordio di Saleem Haddad, Ultimo giro al Guapa (Edizioni e/o 2016), seguiva la vita di un giovane uomo queer in un paese arabo senza nome. Come suggerisce il titolo, il suo nuovo lavoro affronta le tracce psicologiche lasciate dalla politica, dalla storia e dalle ferite personali: i segni che la marea imprime nelle vite delle persone. Ma parla anche di come gli incontri con l’arte ci trasformino. Il romanzo sovrappone memoria e traumi individuali e collettivi lungo l’arco di molti anni. Gran parte della vicenda è ambientata nel 2014, mentre lo Stato islamico stringe la sua morsa sull’Iraq, ma comincia molto prima. Nell’inverno del 1925 l’artista Haj Akram, ex ufficiale dell’impero ottomano, viene catturato e imprigionato dal governo di Atatürk. Atatürk decide di risparmiargli la vita per rispetto della sua arte. Negli anni cinquanta il figlio di Haj Akram, Haydar Mathloum, è a capo di un influente gruppo di arte moderna a Baghdad. Sua moglie Bridget, britannica, cerca di affermarsi come pittrice, prima che il matrimonio e la maternità finiscano per assorbirla nella figura del marito: diventa semplicemente “la moglie dell’artista”. Anche il più sommario riassunto della trama basta a mostrare come Memorie del diluvio sia un romanzo enormemente ambizioso, che pone interrogativi impegnativi praticamente a ogni pagina.
Rosie Milne,
Asian Review of Books

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 81. Compra questo numero | Abbonati