Supergirl

Le storie di supereroi che hanno invaso i cinema per decenni, pur con i loro momenti di gloria hanno intrappolato gli appassionati in un ciclo apparentemente infinito di eccessi e rimpianti. Un ciclo che soprattutto ha messo a dura prova chi si occupa di realizzare nuovi film di supereroi. E Supergirl, derivativo ma godibile, grazie alla sua protagonista (Milly Alcock), annuncia il suo tono quasi subito, in una scena in cui il super cane Krypto fa la pipì su un giornale con sopra la foto di Superman. Come a dire che questo non è un altro film di Superman anche se, ovviamente, lo è. Gli autori si sforzano troppo di far presentare Supergirl come diversa dal più celebre cugino. Queste sensazioni si attenuano quando la storia entra nel vivo. Ruthye (Eve Ridley) è una ragazza che vuole vendicarsi di Krem (Matthias Schoenaerts), il capo di una banda di teppisti che ha attaccato la sua famiglia su Holzherr, un pianeta che sembra essere a nord di Westeros. Ruthye (anche lei una specie di Arya Stark) fallisce miseramente, ma quando unisce le forze con Supergirl parte un’avventura che deve molto agli ultimi Mad Max, con Furiosa come protagonista, anche se non raggiunge mai il genio espresso da George Miler. Del resto siamo in un piccolo universo Warner Bros, dove Il trono di spade (Hbo) e Fury road sono di casa. Il fatto che Alcock nei panni di Supergirl riesca a uscire dalla mischia con un’interpretazione che non sembra mai un’imitazione è al tempo stesso una sorpresa e un dono. Manohla Dargis, The New York Times

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Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati