Il 7 luglio a Houston, in Texas, un agente dell’Immigration and customs enforcement (Ice) ha ucciso il migrante messicano Lorenzo Salgado Araujo. Il 12 luglio diversi funzionari della città statunitense hanno reso noto che l’Fbi non gli ha voluto trasmettere nessuna informazione sull’omicidio, anche se per legge le autorità locali sono tenute a partecipare alle indagini. A questa mancanza si aggiungono l’ingiustificabile ritardo nella consegna del corpo di Araujo ai familiari; la fretta con cui sono state fermate le tre persone che erano nell’auto con lui (per evitare che testimoniassero contro gli assassini); e la dichiarazione dell’Ice secondo cui gli agenti non indossavano le telecamere d’ordinanza a causa della paralisi governativa “provocata dai democratici”, nonostante il congresso abbia approvato un bilancio senza precedenti per il dipartimento (134 milioni di dollari). La versione dell’Ice – secondo cui l’agente avrebbe sparato per legittima difesa perché Araujo stava cercando di investirlo – è stata smentita dai testimoni oculari e poi dai video circolati negli ultimi giorni.

La propensione alla menzogna delle agenzie federali statunitensi evidenzia quanto il trumpismo abbia compromesso istituzioni che in teoria dovrebbero rispettare lo stato di diritto e invece agiscono in modo da ostacolare la giustizia. I crimini dell’Ice sono terribili e ancora di più lo sono le motivazioni alla loro base: il razzismo, la xenofobia e il disprezzo della legalità del presidente Donald Trump, responsabile politico e morale di questi delitti.

Date le circostanze, il Messico ha l’obbligo di avviare azioni legali per chiedere giustizia per Salgado Araujo e per i suoi 17 connazionali uccisi mentre erano nelle mani dell’Ice. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati