“I cinesi sono infuriati. Protestano, scioperano, postano video sui loro social media”, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung. Da mesi i lavoratori del paese asiatico si trovano a Ust-Luga, una località portuale non lontana dal confine con l’Estonia, per costruire la più grande fabbrica chimica della Russia entro il 2027. Ma finora non hanno ricevuto neanche uno yuan. “Per di più gli sono stati sequestrati i passaporti, i loro alloggi sembrano delle prigioni e non possono lasciare l’area del cantiere. Quando organizzano le proteste, dal momento che non hanno cartelloni, usano le lenzuola dei letti per scrivere gli slogan. “Dopo l’inizio della guerra in Ucraina”, spiega il quotidiano tedesco, “la Cina e la Russia hanno rafforzato i loro legami economici. In Russia lavorano migliaia di cinesi, che però spesso sono trattati male e protestano contro le aziende”. Il problema è ormai troppo diffuso per essere tenuto nascosto, ma i consolati cinesi in Russia finora si sono limitati a raccomandare di “risolvere i conflitti in modo meno rumoroso. In sostanza, gli hanno ordinato di non protestare”. A Ust-Luga è in gioco un progetto miliardario, presentato come il simbolo della collaborazione tra Mosca e Pechino, a cui partecipano grandi gruppi come il China National Chemical Engineering Group. La Cina ha inviato lì cinquantamila persone, le cui condizioni tuttavia sono assimilabili, secondo l’ong China labor watch, a quelle del lavoro forzato. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati