Come storica, Tiya Miles è perfettamente consapevole dell’obbligo professionale di procedere con cautela, evitando alle proprie aspettative di correre più avanti del materiale a sua disposizione. Ma, in quanto studiosa della storia degli afroamericani, dei nativi americani e delle donne, ha dovuto anche fare i conti con quello che definisce “il dilemma degli archivi”: il modo in cui le testimonianze scritte hanno privilegiato coloro che disponevano dei mezzi necessari per documentare la propria vita. “È paradossale che per portare alla luce la storia delle persone non libere si debba dipendere dai materiali appartenuti ai loro proprietari legali”, scrive Miles nel Sacco di Ashley, un libro sulle donne e sulla schiavitù come proprietà personale, inquadrate attraverso un unico oggetto: un sacco di cotone risalente alla metà dell’ottocento, donato da una schiava di nome Rose a sua figlia Ashley. _ Il sacco di Ashley_ è un libro straordinario, che raggiunge un delicato equilibrio tra due approcci apparentemente inconciliabili: la fedeltà di Miles ai materiali d’archivio, dai quali estrae con pazienza fatti fondati sulle prove, e le sue congetture su questo oggetto unico, nelle quali utilizza ciò che sappiamo delle vite di altre donne schiavizzate per immaginare ciò che potrebbe essere accaduto. “Questa non è una storia tradizionale”, scrive Miles nell’introduzione. “Tende più a evocare che ad argomentare”. Il risultato è un oggetto fragile che contiene moltissimo, e che segna “un momento cruciale della nostra storia nazionale in cui furono commessi enormi torti, furono patite sofferenze, e l’amore resistette a ogni avversità insieme allo spirito di sopravvivenza tramandato alle generazioni successive”.
Jennifer Szalai, **
**The New York Times
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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 121. Compra questo numero | Abbonati