Per Fatin, una delle adolescenti che vivono in un limbo in un accampamento di fortuna nell’exclave spagnola di Ceuta, la decisione di lasciare la sua casa in Marocco ha cominciato a prendere forma quando ha dovuto abbandonare la scuola.
Lei voleva continuare a studiare, racconta, ma a casa volevano che si occupasse delle faccende domestiche. Man mano che le lezioni e lo studio lasciavano il posto alla cura della casa, il futuro che aveva immaginato per sé appariva sempre più lontano.
Fatin è una delle 29 ragazze che hanno condiviso con il Guardian i loro sentimenti riguardo al passato e al futuro. Alla fine di luglio avevano preso parte all’attraversamento di massa dal Marocco, che aveva fatto notizia in tutto il mondo.
Un mese dopo le ragazze fanno parte di un gruppo di centinaia di giovani marocchini che dormono in un insediamento improvvisato a El Príncipe, un quartiere povero di Ceuta, in attesa di capire se potranno rimanere in Spagna o se dovranno tornare in Marocco.
Le ragazze che hanno condiviso i loro pensieri con il Guardian, scrivendo in arabo e darija (l’arabo marocchino, ndr), spagnolo, francese e inglese, hanno aspirazioni simili: portare a termine gli studi, guadagnarsi da vivere e avere maggiore voce in capitolo sulle decisioni che definiranno il loro futuro. Molte hanno raccontato dei lavori che vorrebbero fare. Una vorrebbe diventare infermiera, un’altra psicologa. Altre ancora sognano di diventare chef, calciatrici o allenatrici sportive.
Alcune sperano, se le cose andranno bene, di poter aiutare economicamente i loro genitori. Altre descrivono conflitti in famiglia, percorsi scolastici interrotti e restrizioni che non erano disposte ad accettare. Ciò che accomuna molte delle testimonianze, più che un rifiuto del Marocco, è il desiderio di un maggiore controllo sul futuro.
Malak, 17 anni, racconta di aver dovuto interromprere gli studi a causa di problemi in famiglia. Fin da piccola sapeva cosa voleva fare: lavorare nei servizi di sicurezza. Raggiungere la Spagna, spiega, è stato almeno in parte un tentativo di riappropriarsi di un futuro che le stava sfuggendo dalle mani.
Altre ragazze descrivono pressioni di tipo diverso. Una dice di non volere che la sua famiglia o chiunque altro decida chi debba sposare. Un’altra racconta della difficoltà di raggiungere l’indipendenza economica in un posto con poche opportunità di lavoro.
In Marocco il divario tra la partecipazione degli uomini e delle donne al mercato del lavoro è molto ampio. Nel secondo trimestre del 2026 solo il 18,1 per cento delle donne in età lavorativa faceva parte della forza lavoro, contro il 66,5 per cento degli uomini, secondo l’Alta commissione per la pianificazione marocchina.
Lo squilibrio comincia molto prima che le donne entrino nel mondo del lavoro. Le donne e le ragazze dai 15 anni in su dedicano il 20,8 per cento del loro tempo a lavori domestici e di cura non retribuiti, contro il 3 per cento degli uomini e dei ragazzi, secondo i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse).
Per Wiam, 16 anni, le aspirazioni professionali convivono con un forte senso di responsabilità verso la famiglia che si è lasciata alle spalle. Originaria di una città sulla costa mediterranea del Marocco, scrive di voler proseguire gli studi e intraprendere una carriera calcistica in Spagna. Ma aggiunge: “Vorrei anche alleggerire un po’ il peso che i miei genitori portano sulle spalle. Se Dio vuole, spero di riuscire a fare tutto questo”.
Altre ragazze esprimono le loro ambizioni in poche parole. Soraya, 16 anni, originaria di una cittadina a pochi chilometri da Ceuta, dice solo che vorrebbe diventare infermiera.
Alcune ragazze descrivono le loro aspirazioni in termini più generali. Una di loro scrive che vorrebbe “una vita sana e stabile”. Un’altra, di 16 anni, dice di essere venuta alla ricerca di “un futuro migliore” e di “una vita dignitosa”, e che vorrebbe trovare lavoro nel settore della ristorazione. “Vorrei dare il mio contributo alla società”, aggiunge.
Al momento, però, i loro bisogni immediati finiscono per prendere il sopravvento: un alloggio sicuro, assistenza sanitaria, privacy, istruzione e informazioni chiare su ciò che le aspetta. Ahmed Enfed-dal, presidente dell’associazione degli abitanti del quartiere El Príncipe, afferma di voler creare uno spazio protetto per le ragazze. Ma i limiti di questa protezione sono evidenti.
“Se devono andare in bagno o fare la doccia, cerchiamo di assicurarci che siano accompagnate e non rimangano mai sole”, spiega. Al 17 agosto la procura di Ceuta aveva ricevuto tredici denunce formali di violenza sessuale, con tre minorenni fra le vittime.
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