Ieri stavo ascoltando Before the world blows, il nuovo disco di Erykah Badu con il produttore The Alchemist, e dopo la fine dell’ultimo brano, Black box, il servizio di streaming che uso (Tidal) ha fatto partire in automatico brani di altri artisti soul e rnb contemporanei. Fin dal primo brano suggerito dall’algoritmo ho notato che la qualità era scesa drasticamente.
In Black box, un pezzo che mescola in modo sapiente jazz e soul, Badu rappa e canta dialogando con il sassofono di Kamasi Washington e denuncia la sua (e la nostra) dipendenza dagli smartphone. Nel ritornello si aprono squarci di afrofuturismo, mentre i fantasmi di Sun Ra e del David Bowie di Blackstar aleggiano nell’aria. Niente è fuori posto, l’intensità e l’urgenza espressiva sono altissime dal primo all’ultimo secondo. Delle canzoni che ho ascoltato dopo, invece, non ricordo nemmeno il titolo.
Il punto è che i brani proposti da Tidal, per quanto coerenti con la logica dell’algoritmo, erano poco più che una versione aggiornata dell’rnb e del soul statunitense. Il paragone, però, era impietoso. Erykah Badu non ha bisogno di scimmiottare altri artisti, le basta essere se stessa. Ed è di un altro pianeta rispetto alla maggior parte dei musicisti in circolazione. Chi l’ha vista dal vivo lo sa. A me è successo due volte e, soprattutto la prima, sono rimasto folgorato dalla sua esibizione come mi è capitato poche volte nella vita. Penso sia stato uno dei cinque o sei concerti più belli che abbia mai visto.
Il fatto che Badu abbia aspettato undici anni prima di fare questo disco – il mixtape But you can’t use my phone era del 2015, il precedente New Amerykah part two (return of the Ankh) addirittura del 2010 – e che abbia scelto un fuoriclasse della produzione come The Alchemist rende ancora più importante l’uscita di Before the world blows.
È sorprendente che sia passato così tanto tempo tra un lavoro e l’altro. Ma del resto, come ha dichiarato di recente la cantante in un’intervista al Guardian, “procrastinare e vivere, imparare e cose del genere. È questo che ti dà spunti su cui scrivere. È importante raccogliere i dati, immagazzinarne il più possibile. Non ho scelta. Ma quando il contenitore è quasi pieno, scarico tutto scrivendo musica”. E questo si nota dalla densità qualitativa dei pezzi.
In questo disco non c’è un brano inutile, anzitutto perché funziona al meglio se viene ascoltato come un corpo unico. Poi, certo, ci sono canzoni più riuscite di altre: al momento tra le mie preferite c’è Crossfade, un tipico concentrato di bravura dell’artista di Dallas, che mescola canto, rap e sussurro avvolgendo l’ascoltatore in un’intricata ragnatela sonora arricchita dalle percussioni semplici ma magistrali arrangiate insieme a The Alchemist. Ma anche la successiva Witch doctor, ironica lettera d’amore alle streghe, non è da meno. In Next 2 U il produttore ripesca il beat realizzato per The realest di Mobb Deep e Kool G Rap e lo consegna alla cantante, capace di farlo decollare a bordo di una navicella spaziale.
La lavorazione dell’album si è fondata sullo scambio, e ha richiesto un paio d’anni. The Alchemist mandava a Badu delle tracce strumentali, e lei le modellava a suo piacimento. Anche per questo, forse, i groove sono così riusciti, a volte sghembi e formalmente imperfetti ma sempre contagiosi. Come spesso succede, Badu esplora le relazioni, il sesso e la femminilità con tagliente ironia (come quando nel finale di Love me not simula una ceretta piuttosto dolorosa). Non ha bisogno di fare appelli né di lanciare messaggi, le basta semplicemente cantare per fare un atto politico.
Tra le atmosfere fumose e notturne di Before the world blows emergono ospiti di spicco, dal bassista Thundercat a Steve Lacy, da Earl Sweatshirt al rapper hardcore Westside Gunn, che contribuisce con la giusta crudezza a No I.D., un altro dei miei pezzi preferiti del disco. C’è perfino un momento pop, l’orecchiabile Breezy, con il verso “Her name was Breezy, she eats with chopsticks / She likes to party by herself” che ti entra subito in testa.
In questi anni il lato di performer dal vivo di Erykah Badu (che tornerà in Italia a ottobre) per fortuna non è mancato, dato che i suoi tour non si sono quasi mai fermati. Ma quello degli album in studio sì. Ed è bello che Before the world blows abbia colmato questa lacuna. Per me è uno dei dischi dell’anno, a mani basse.
Questo testo è tratto dalla newsletter Musicale.
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