Nelle ultime settimane c’è stata una convergenza di eventi. Il debito pubblico statunitense ha raggiunto un massimo storico: quarantamila miliardi di dollari, una soglia che secondo le previsioni avrebbe dovuto superare solo tra qualche mese. L’accelerazione è dovuta alle enormi spese sostenute per la guerra contro l’Iran e il rimborso dei dazi. Per coprire i buchi di bilancio il governo ha dovuto contrarre ulteriori debiti, battendo il record molto prima del previsto.
Inoltre, sul mercato obbligazionario statunitense si respira un certo nervosismo. Il rendimento dei titoli di stato a scadenza decennale è in forte crescita: all’inizio del 2026 era inferiore al 4 per cento, mentre ora ha raggiunto il 4,6 per cento. “Per i paesi con un debito pubblico alto un rialzo del tasso d’interesse reale è decisamente un problema”, spiega l’economista statunitense Kenneth Rogoff. “E gli Stati Uniti sono il primo debitore. Con un debito da quarantamila miliardi di dollari e tassi di interesse molto alti le spese diventano pesanti”.
Ma non solo gli Stati Uniti ad andare avanti a credito. L’indice di indebitamento globale, cioè il rapporto debito pubblico e il prodotto interno lordo (pil), è in crescita: se dieci anni fa era pari all’82 per cento, oggi è al 94 per cento. “Di per sé i debiti non sono né positivi né negativi”, dice Tobias Hentze, esperto di economia e finanza dell’Istituto per l’economia tedesca. “La situazione, però piano piano si sta facendo critica”. Ma chi fa schizzare alle stelle il debito pubblico globale? E perché oggi il debito è più pericoloso di venti anni fa?
A prima vista, la situazione dei paesi ricchi varia da caso a caso: la Grecia ha raggiunto il suo picco massimo durante la crisi del debito del 2010, superando il 170 per cento; il Giappone ha visto un forte aumento negli anni novanta, quando è esplosa una bolla speculativa immobiliare e finanziaria; gli Stati Uniti, invece, fino alla crisi del debito del 2010 avevano registrato un certo successo nella gestione delle finanze pubbliche, mantenendo il rapporto tra il debito e il pil intorno al 60 per cento.
Ma, per quanto diverse, queste economie hanno qualcosa in comune: sono loro ad alimentare il debito pubblico mondiale. Secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), nel 2026 i paesi ricchi hanno un rapporto tra debito e pil pari al 108 per cento, mentre quello dei paesi poveri è al 48 per cento.
Spiegare questa differenza non è difficile: per potersi indebitare un paese deve conquistare la fiducia dei mercati. “Un debito alto”, spiega Hentze, “non è sinonimo di un sistema economico debole”. Prendiamo il caso degli Stati Uniti, che alla fine del 2024 avevano un rapporto tra debito e pil pari al 120 per cento, o quello del Giappone, che nel 2024 era al 230 per cento. Francia, Canada, Spagna e Regno Unito, invece, hanno un debito pubblico che è più o meno pari al loro pil. Sono tutti paesi con alcune delle economie più forti del mondo.
Un parametro politico
Introducendo i parametri di Maastricht l’Unione europea ha stabilito che il debito pubblico non deve superare il 60 per cento del pil nazionale, ma in realtà non c’è nessuna soglia limite oltre la quale il debito diventa un problema. “È un parametro squisitamente politico”, spiega Hentze. “Non è necessariamente corretto dal punto di vista economico”.
La media dei paesi europei, infatti, si attesta tra l’80 e l’85 per cento. Sulla gestione del debito pubblico influiscono il ritmo della crescita economica, gli interessi dovuti e le scadenze dei debiti contratti. Se il pil cresce più rapidamente degli interessi, anche un indebitamento alto si mantiene sotto controllo.
La situazione diventa un problema quando una crescita contenuta fa diventare più costoso indebitarsi e le scadenze per rifinanziare il debito esistente si fanno sempre più ravvicinate.
Un ulteriore fattore riguarda la valuta: in genere, un paese che s’indebita nella propria valuta e ha un forte mercato interno dei capitali ha un margine di manovra maggiore di uno che s’indebita in valuta estera e per contrarre nuovo debito deve pagare interessi più alti agli investitori. In altre parole, per un paese povero un rapporto tra debito e pil del 50 per cento può creare più problemi di quanti deve affrontarne un paese ricco che ne ha uno superiore al 100 per cento
Più ancora del pil attuale, precisa Hentze, conta il potenziale di crescita, cioè la capacità di un sistema economico di crescere e quindi di pagare in futuro gli interessi sul debito. In questo senso, il problema è che il debito pubblico può funzionare da stimolo di crescita se serve per fare investimenti, per esempio nell’istruzione e nelle infrastrutture; se invece è usato per favorire i consumi, allora difficilmente si genererà un effetto positivo a lungo termine.
In questo momento il debito pubblico nel mondo, Germania compresa, sta finanziando soprattutto il riarmo. A questo scopo, nel marzo del 2025, il parlamento tedesco è arrivato perfino a modificare la costituzione, sospendendo il cosiddetto freno del debito per quanto riguarda le spese in difesa e sicurezza superiori ad una certa percentuale di pil.
Inoltre, è stato destinato a infrastrutture e neutralità climatica un fondo speciale di cinquecento miliardi di euro, finanziato attraverso il debito pubblico. Il riarmo, al contrario degli investimenti in istruzione, infrastrutture e digitalizzazione, può creare posti di lavoro e stimolare l’innovazione tecnologica ma non produce automaticamente una crescita del potenziale produttivo civile.
Allo stesso tempo va detto che, rispetto a dieci o vent’anni fa, oggi le possibilità di crescita sono piuttosto ridotte. L’invecchiamento della società riduce il ritmo di crescita delle entrate statali, mentre l’aumento dei costi dello stato sociale fa crescere le spese. Ecco perché, secondo Hentze, oggi un debito pubblico alto è più rischioso.
Il problema sono gli interessi
Il debito diventa davvero un problema quando il pagamento degli interessi comincia a limitare il margine di manovra della politica. Gli Stati Uniti pagano interessi annui superiori ai mille miliardi di dollari, il doppio di dieci anni fa. Questa tendenza è stata influenzata dalla crescita del rapporto tra debito e pil, ma anche, spiega Hentze, “dall’incertezza dei tassi d’interesse fissati dalla Banca centrale” senza che il governo possa in alcun modo intervenire nella decisione.
Il Giappone ha potuto gestire a lungo un indebitamento alto grazie anche a un’inflazione molto contenuta: gli interessi erano bassi, quindi i costi per Tokyo erano ridotti. Secondo l’Fmi nel 2024 le spese per il pagamento degli interessi sul debito pubblico erano pari all’1,5 per cento del pil, una percentuale vicina a quella della Germania, che per di più aveva un rapporto tra debito e pil di poco superiore al 60 per cento.
Negli Stati Uniti, invece, gli interessi hanno ormai superato l’ammontare delle spese militari. Lo stesso vale per il Canada e la Spagna.
“Se si spende sempre di più per pagare gli interessi”, conclude Hentze, “il margine per gli investimenti si riduce”. Ed ecco il circolo vizioso: una riduzione degli investimenti implica una riduzione della crescita, oltre a misure d’austerità sempre più stringenti. Sarebbe meglio usare il debito per stimolare la crescita, fare una pianificazione finanziaria credibile a medio termine e stabilire delle scadenze a lungo termine.
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