Quando Mahler precipita dal sublime al mondano è per questioni irrisolte della sua infanzia (o almeno così gli fece credere Freud). Quando lo fa Šostakovič è una frecciata contro qualche _apparat­čik _sovietico. Mieczysław Weinberg ricorre spesso allo stesso procedimento, ma è più enigmatico. Era molto vicino a Šostakovič dal punto di vista sia artistico sia personale (erano vicini di casa), ma non ci ha mai dato spiegazioni: sapeva di essere un outsider e teneva per sé i segreti della sua musica. Il quartetto n. 10, datato 1964, cerca di piacere. Cinque anni dopo, il n. 12 è nevrotico e mette alla prova la tolleranza dell’ascoltatore: dura più di mezz’ora, ma il sollievo arriva solo nel bellissimo movimento finale. Il n. 17 appartiene a un’altra epoca: quella dell’inizio della disgregazione sovietica (1987). Weinberg ci offre un quarto d’ora spensierato in quattro brevi movimenti che guardano con un vago sollievo al passato e con incertezza al futuro. Questo rifugiato ebreo polacco non smise mai di comporre: il quartetto n. 17 era la sua opera n. 146: il compositore aveva davanti a sé ancora dieci anni d’impegno creativo. Non so se l’Arcadia Quartet troverà tutte le risposte agli enigmi di Weinberg, ma questo ciclo dedicato ai suoi quartetti è eroico: ci terrà impegnati ancora per qualche anno.

Norman Lebrecht, Scherzo

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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 124. Compra questo numero | Abbonati