L’11 settembre 2001 diciannove jihadisti eseguirono un piano elaborato da Osama bin Laden dirottando quattro aerei di linea e facendoli schiantare contro le torri gemelle del World trade center di New York e contro il Pentagono. Il quarto aereo mancò l’obiettivo perché i passeggeri si ribellarono facendolo precipitare in un campo della Pennsylvania. Quel giorno ha cambiato la storia del mondo e l’architettura della sicurezza nazionale.
Gli attentati hanno svegliato l’occidente dal sogno di pace e prosperità che viveva dalla fine della guerra fredda e hanno sconvolto lo scacchiere geopolitico, con una guerra al terrorismo scatenata dagli Stati Uniti che ha contribuito al declino della loro egemonia globale e ha coinciso con l’ascesa della Cina, fino a plasmare il mondo in cui viviamo oggi scettico nei confronti del multilateralismo.
Negli Stati Uniti la trasformazione successiva all’11 settembre ha aperto un dibattito sui limiti delle competenze del governo in termini di sicurezza e ha innescato una revisione del rapporto tra la prevenzione del terrorismo, il controllo sulle istituzioni, la privacy, i diritti civili e le garanzie costituzionali. Quest’equilibrio rappresenta una delle sfide più importanti della politica di sicurezza statunitense, soprattutto davanti alla crescita dei sistemi d’intelligence e vigilanza voluta dall’amministrazione Trump.
L’11 settembre ha minato la leadership globale degli Stati Uniti, ha innescato la “guerra al terrorismo”, ha spaccato l’Onu e alterato gli equilibri geopolitici. Le invasioni di Afghanistan e Iraq hanno diviso l’Europa, ma l’hanno anche spinta a cercare una posizione unica sulla sicurezza. Imbarcandosi in una lunga serie di guerre preventive, gli Stati Uniti hanno rafforzato l’islamismo più violento e compromesso i rapporti con il Medio Oriente.
Molti credono che la vittoria di Trump sia un prodotto dell’11 settembre, perché non sarebbe diventato presidente senza l’aiuto di mezzi d’informazione nazionalisti e sensazionalistici, con la sua retorica xenofoba e islamofoba e la sua critica all’establishment responsabile di aver trascinato il paese in “guerre infinite”. Ma alla fine lui stesso fa un eccessivo affidamento sulla forza militare e manifesta il suo disprezzo per la diplomazia. Oggi gli Stati Uniti hanno di fronte un mondo su cui non esercitano più la stessa influenza di 25 anni fa, ma da cui non possono isolarsi se vogliono salvaguardare i propri interessi. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1682 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati