“Fanculo Parcoursup” (la piattaforma di orientamento e preiscrizione all’università creata dal governo e accusata di riprodurre le disuguaglianze sociali). “Non siamo solo dati in un software”. “Dalle 8 alle 19: siamo a scuola o in arresto?”. “Il futuro della nazione passa dall’istruzione”. “Meno sbirri, più soldi”. Gli slogan sono spuntati a centinaia nelle ultime settimane sui cartelli affissi ai cancelli delle scuole. Dalla mancanza di carta igienica alle ansie legate alle scelte dopo il diploma, le rivendicazioni degli studenti possono sembrare confuse, frammentarie e difficili da inquadrare. Eppure, dalle periferie parigine a Marsiglia, passando per Tolosa, gli studenti e le studenti delle scuole superiori rispondono gli uni alle altre, si ripetono, a volte parola per parola. Le loro testimonianze raccontano preoccupazioni condivise sulle condizioni di studio, paure profonde e un bisogno di essere ascoltati.

Nei quartieri popolari della banlieue parigina, da cui è partito il movimento, la carenza di insegnanti e personale sanitario o il degrado delle strutture incidono pesantemente sulla quotidianità. Kennan, 17 anni, all’ultimo anno del liceo professionale Simone Weil di Pantin (nel dipartimento di Seine-Saint-Denis), aspetta davanti all’istituto per partecipare al blocco del 5 ottobre. “Sto partecipando alla mobilitazione dal 30 settembre perché ci vengano date più risorse. Nel nostro liceo i bagni sono spesso chiusi, non abbiamo un’infermiera e a volte i docenti che vanno via o sono assenti non sono sostituiti”, spiega Kennan. Si dice “preoccupato” per il suo futuro, perché non può lavorare bene in queste condizioni: “Mi preoccupo per me e per tutti gli studenti delle scuole superiori in Francia. Un giorno saranno i miei colleghi, e se nessuno ha l’istruzione necessaria, se nessuno ha i mezzi, la Francia non potrà stare in piedi”.

Emarginazione

Tra gli studenti di queste scuole svantaggiate emerge subito un’acuta percezione di emarginazione, soprattutto negli istituti professionali, dove ci sono le ragazze e i ragazzi più precari e fragili sul piano scolastico. A Fontenay-sous-Bois incontriamo Kylian, del liceo professionale Jules Michelet. Non ha ancora scelto che strada prendere dopo la scuola. “In classe è pieno di persone in questa situazione”, afferma. Frequenta il primo anno di un corso per manutenzione dei sistemi di produzione connessi e viene tutti i giorni da Torcy, a venti chilometri di distanza. “Mi hanno rifiutato nei licei in cui avevo fatto domanda, a Torcy e Montreuil”, spiega. Gli sarebbe piaciuto fare “qualcosa tipo commercio”, un Bts (Brevet de technicien supérieur, una formazione superiore post-diploma di due anni), magari anche una laurea triennale. Perché non coniugare questo desiderio al futuro? “Non è possibile, non abbiamo le risorse per farcela qui, io non ho neppure un insegnante di economia gestionale”, dice rattristato. È convinto, a 17 anni, di “non avere possibilità” e che questo “non è normale”.

A margine della campagna elettorale per le presidenziali, la battaglia politica si insinua anche tra gli slogan sulla vita scolastica. Soprattutto nell’Île-de-France, dove la paura e il rifiuto nei confronti del Rassemblement national si esprimono su graffiti e cartelloni. A Sevran (Seine-Saint-Denis), davanti al liceo Blaise Cendrars, il 1 ottobre le bandiere palestinesi hanno sfilato accanto a quelle francesi. Mohamed si è avvolto in un tricolore per andare a bloccare la sua scuola: “Ieri mi hanno detto che non sono francese. Questa cosa mi ha sconvolto. Sono nato in Francia, ho dei diritti”. Intanto i suoi compagni gridano al megafono il vecchio slogan “La jeunesse emmerde le Front national” [nato negli anni ottanta nella scena punk francese, si può tradurre come “i giovani sfanculano il Front national”, ndr].

Tolosa, 1 ottobre 2026 (Ed Jones, Afp/Getty)

Alcuni si mobilitano per necessità, altri per solidarietà. A volte l’unico tratto che li accomuna è l’appartenenza generazionale, eppure mostrano la stessa preoccupazione per l’uguaglianza e la stessa voglia di farsi ascoltare. Davanti al liceo di Saint-Sernin, nel centro di Tolosa, le assemblee riuniscono gli studenti di quest’istituto e del liceo Pierre-de-Fermat. “Vogliamo essere ascoltati! Anche se qui le condizioni sono abbastanza buone, sosteniamo il movimento nazionale”, spiega Léo, consapevole di studiare in una scuola privilegiata. Questo non impedisce di condividere molte rivendicazioni. Chloé ne elenca qualcuna: “Giornate meno pesanti, classi meno calde durante gli esami e soprattutto una modifica della piattaforma Parcoursup”. Secondo Léo dovrebbero esserci “meno pressioni sulla valutazione periodica dell’apprendimento, ed è necessario che questa diventi anonima, per evitare discriminazioni”. “Non protestiamo per divertimento. Vogliamo mostrare di essere uniti”, aggiunge Blessin, del liceo Ampère, nel centro di Lione. Sa che il suo istituto non è tra quelli in condizioni peggiori: l’edificio è elegante e le assenze sono meno frequenti. Ma i problemi del sistema d’istruzione nazionale si sentono anche qui. “Le nostre giornate sono lunghissime, dalle otto di mattina alle sei di sera, io abito in una cittadina della periferia, ci metto un’ora per venire, vorremmo dei ritmi diversi, come in altri paesi”, afferma Blessin.

Queste esperienze hanno avvicinato al movimento anche istituti di solito poco inclini alla contestazione. A Marsiglia una manifestazione spontanea nel pomeriggio del 5 ottobre ha riunito ragazzi e ragazze da tutta la città. Eva e Léna, 16 anni, del liceo privato Saint Joseph de la Madeleine, sono alla loro prima mobilitazione. “Oggi siamo riuscite a bloccare il liceo con l’aiuto di studenti di altri istituti”, spiegano. Le rivendicazioni? “Non essere più in quaranta persone per classe, avere l’aria condizionata nelle aule, non dipendere dall’arbitrarietà di Parcoursup. Vogliamo un cambiamento totale del modo in cui l’istruzione è gestita in questo paese”. E assicurano di avere il sostegno dei genitori, “anche se hanno paura di quello che può succedere nelle manifestazioni”.

A Lione gruppi di studenti esprimono la volontà “di continuare fino a quando non saremo ascoltati”. Secondo Tom, “il governo parla solo dei disordini. Noi non vogliamo spaccare niente, vogliamo farci ascoltare”. “Non guardiamo al futuro con ottimismo”, confessa Ana, studente del secondo anno a Lione.

Gli studenti si dicono contrari alle violenze e alle devastazioni che hanno caratterizzato alcune proteste. Ma condannano anche la reazione della polizia. Tra le persone fermate dall’inizio delle mobilitazioni, cinquemila sono state messe in custodia cautelare. Di queste, 4.400 sono minorenni. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati