La pubblicazione di due rapporti sulle elezioni presidenziali del 2016 ha scatenato una nuova ondata di panico sui tentativi della Russia di manipolare l’opinione pubblica statunitense attraverso i social network. Secondo i giornali i troll russi avrebbero ostacolato il voto dei neri, “seminato discordia” e “alterato il risultato delle elezioni” con annunci pubblicitari di giocattoli erotici e Pokémon Go. “I due studi”, ha scritto David Ignatius sul Washington Post, “descrivono un tentativo della Russia, elaborato e su più livelli, di usare ogni strumento della nostra società aperta per creare risentimento e disordine sociale”. Secondo Michelle Goldberg del New York Times, “è sempre più evidente” che la disinformazione creata dalla Russia “ha cambiato il corso della storia americana” nelle elezioni del 2016, in cui “è facile che i troll russi abbiano avuto un ruolo decisivo”.
I rapporti, commissionati dal senato statunitense e realizzati dal centro di ricerca sulla propaganda dell’università di Oxford e dalla New Knowledge, un’azienda che si occupa di sicurezza su internet, offrono un quadro completo dell’attività russa sui social network. Gli autori analizzano l’operato dell’Internet Research Agency (Ira), l’azienda russa specializzata nella produzione di contenuti virali online, finita nel mirino del procuratore speciale Robert Mueller nel febbraio del 2018. Leggendo i rapporti è estremamente difficile conciliare i loro dati con le drammatiche conclusioni a cui sono arrivati i giornali statunitensi.
Contenuti L’aspetto più sorprendente è che il legame tra l’attività russa sui social network e la campagna elettorale del 2016 è molto esile. Il rapporto della New Knowledge ammette che valutare i contenuti dell’Ira “solo in base alla possibilità che abbiano influenzato le elezioni è un approccio limitato”, perché “i contenuti esplicitamente politici corrispondono a una percentuale minima del totale”. Per la precisione, appena “l’11 per cento dei contenuti” attribuiti all’Ira e il 33 per cento della risposta degli utenti era “legato alle elezioni”. I contenuti dell’Ira “riguardavano in minima parte i candidati alle elezioni: il 6 per cento dei tweet, il 18 per cento dei post su Instagram e il 7 per cento degli interventi su Facebook contenevano i nomi ‘Trump’ o ‘Clinton’”.
Proporzioni I ricercatori sostengono che “la portata dell’operazione russa è stata senza precedenti”, ma basano questa conclusione su dati discutibili. Gli studi riportano la tesi secondo cui i post russi avrebbero “raggiunto 126 milioni di persone su Facebook”, ma è una conclusione basata sulle stime dello stesso social network. “La nostra valutazione più accurata”, ha detto il dirigente di Facebook Colin Stretch davanti al congresso statunitense nell’ottobre 2017, “è che circa 126 milioni di persone potrebbero essere state raggiunte da uno dei contenuti prodotti dall’Ira tra il 2015 e il 2017”. Ma Stretch ha precisato che i post generati da profili russi sospetti e apparsi su Facebook erano “uno ogni 23mila”.
Spesa Un altro elemento che sminuisce l’influenza russa sugli elettori statunitensi riguarda i soldi spesi. Lo studio di Oxford stima la spesa dell’Ira tra il 2015 e il 2017 intorno ai 73.711 dollari in attività su Facebook. Com’è noto, circa 46mila dollari sono stati spesi per annunci su Facebook legati alla Russia prima delle elezioni del 2016. La cifra rappresenta lo 0,05 per cento degli 81 milioni di dollari spesi in annunci su Facebook dai comitati elettorali di Clinton e Trump. I ricercatori sostengono che l’Ira avesse “un budget superiore ai 25 milioni di dollari per manipolare il discorso politico statunitense”, ma questa stima nasce da un errore ricorrente, cioè la confusione tra la spesa dell’Ira dedicata alle attività negli Stati Uniti e il budget complessivo dell’organizzazione, che comprende l’attività sui social network rivolta alla Russia.
Strategia elaborata? Un altro elemento riguarda la qualità dei contenuti prodotti dall’Ira. Il post più condiviso su Facebook in vista delle elezioni era una vignetta che ritraeva Yosemite Sam, il personaggio armato dei Looney Tunes. Su Instagram l’immagine di maggior successo invitava gli utenti a mettere “mi piace” se credevano in Gesù. Il post dell’Ira su cui si citava Hillary Clinton che ha avuto più successo su Facebook era una lunga tirata complottista sui brogli elettorali. È significativo che le persone convinte che l’intervento russo abbia alterato il risultato delle elezioni non citino mai i post in questione. Il reale contenuto di questi post chiarisce perché.
Politica o marketing? Lontani dal rivelare una complessa campagna di propaganda, i rapporti forniscono prove del fatto che i russi hanno invece portato avanti un’operazione basata sul clickbait (creare contenuti la cui funzione principale è attirare il maggior numero possibile di utenti), prendendo di mira categorie precise come i neri o gli elettori di fede evangelica per cercare di raggiungere un pubblico vasto a fini commerciali. Nel provvedimento con cui ha rinviato a giudizio l’Ira, Mueller rivela che l’agenzia ha venduto “promozioni e annunci pubblicitari” sulle sue pagine al prezzo di 25-50 dollari. “Questa strategia”, sottolinea lo studio di Oxford, “non rappresenta un intervento segreto per fini politici, ma è coerente con le tecniche usate nel marketing digitale”. Lo studio della New Knowledge sottolinea che l’Ira ha venduto anche prodotti che “forse hanno fornito all’agenzia una fonte di introiti”, come magliette, “giocattoli erotici per la comunità lgbt e quadri a cinque pannelli raffiguranti soprattutto immagini a sfondo patriottico”.
Basandoci su questi dati si può descrivere l’attività russa sui social network nel 2016 come un campagna che ha avuto un impatto minimo, limitata nel coinvolgimento e nella spesa e fatta con contenuti di basso livello. Questa considerazione ci porta a una conclusione inevitabile, contenuta anche nello studio della New Knowledge: “L’attenzione per le elezioni ha rappresentato un aspetto secondario dell’operazione”. I ricercatori definiscono questa tesi “accurata”, ma sottolineano che comunque “ignora le sfumature e merita maggiore contestualizzazione”.
Di sicuro merita una riflessione il fatto che un’operazione di questo livello sui social network venga spacciata come una minaccia che può aver deciso le presidenziali del 2016. Questo ci porta a conclusioni che non hanno niente a che fare con l’attività russa sui social network né con il suo presunto effetto sugli elettori. Prendiamo la tesi, molto diffusa, secondo cui i post russi avrebbero fatto crollare l’affluenza alle urne degli afroamericani. Il fatto che i troll russi abbiano cercato di ingannare i neri e altre minoranze è sicuramente da condannare, ma non c’è alcun motivo di pensare che ci siano riusciti. Eppure è esattamente quello che hanno sostenuto molti opinionisti. “Se consideriamo il risicato margine con cui Trump ha conquistato il Michigan e il Wisconsin e la scarsa affluenza delle minoranze nei due stati, il tentativo dei russi di ostacolare il voto di alcune categorie potrebbe essere stato decisivo”, ha commentato l’ex consulente di Obama David Axelrod.
Considerare seriamente questa possibilità significa andare contro la logica. Lo sappiamo grazie al New York Times. Pochi giorni dopo la pubblicazione del rapporto della New Knowledge, il giornale ha rivelato che l’azienda aveva fatto un “esperimento segreto” nelle elezioni per un seggio al senato in Alabama, nel dicembre del 2017. Secondo un documento interno, la New Knowledge avrebbe usato “molte delle tattiche russe che oggi sappiamo aver influenzato le elezioni del 2016”, arrivando a orchestrare una falsa operazione per diffondere l’idea che il candidato repubblicano, Roy Moore, fosse aiutato dai _troll _russi.
Secondo il New York Times, il progetto aveva un budget di centomila dollari, ma era “probabilmente troppo limitato per avere un effetto concreto sulle elezioni”. Un esponente del Partito democratico ha condiviso questa valutazione, dichiarando che “era impossibile che un’operazione da centomila dollari potesse condizionare il voto”. Le elezioni per il senato in Alabama costano 51 milioni di dollari. Se è impossibile che un’operazione da centomila dollari abbia influito su un’elezione statale, come possiamo pensare che un’operazione della stessa portata (se non minore) da parte della Russia possa aver influenzato un’elezione presidenziale da 2,4 miliardi di dollari?
Concentrarsi su contenuti appena percepibili e poco elaborati significa anche sminuire problemi molto più seri. Come ha sottolineato il giornalista Ari Berman, le elezioni del 2016 sono state “la prima corsa presidenziale in cinquant’anni senza la piena protezione del Voting rights act”, il provvedimento approvato nel 1965 per garantire il diritto di voto dei neri, ma in parte bocciato nel 2013 dalla corte suprema. Invece di insistere sulla possibilità che gli elettori del midwest siano stati ingannati dai russi, bisognerebbe leggere i reportage dei giornalisti che hanno indagato sul campo, scoprendo che a spingere le persone a non votare sono stati la disillusione politica, gli stipendi bloccati, le disuguaglianze e la brutalità della polizia.
Disinformazione pericolosa
A più di due anni dalla sconfitta alle presidenziali, i democratici statunitensi sembrano voler sfruttare il panico sulle attività della Russia per spostare l’attenzione dai loro errori. Robby Mook, ex consulente elettorale di Hillary Clinton, ha lanciato l’allarme per le primarie democratiche del 2020, affermando che “i russi cercheranno nuovamente di dividere i democratici”. Quando all’inizio del 2018 è scoppiato lo scandalo sulla società Cambridge Analytica e sul suo contributo alla campagna elettorale di Trump, Hillary Clinton ha dichiarato: “Come hanno fatto i russi a far arrivare i loro messaggi precisamente agli elettori indecisi di Wisconsin, Michigan e Pennsylvania?”. La verità è che in quegli stati i russi hanno speso solo 3.102 dollari, e la maggior parte durante le primarie per annunci che il più delle volte non riguardavano i candidati ma problemi sociali. Tra l’altro Wisconsin e Michigan sono due degli stati che Clinton ha deciso di non visitare mai negli ultimi mesi di campagna elettorale.
Non esistono prove che la disinformazione diffusa dai russi abbia avuto un impatto reale sull’elettorato statunitense. Sostenere il contrario significa fomentare la paura di un Cremlino che “semina la discordia”, e alimentare una disinformazione ancora più pericolosa. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1289 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati