Nel 1950, durante una visita al Los Alamos national laboratory, Enrico Fermi, uno dei protagonisti del progetto Manhattan, stava pranzando con altri fisici quando la conversazione cadde sui dischi volanti. A un certo punto sbottò: “Ma allora dove sono?”. O, secondo il ricordo di un altro dei presenti: “Non vi chiedete mai dove siano?”. In altre parole, se gli alieni esistono, perché non li abbiamo mai incontrati?

L’episodio è diventato celebre perché segna il momento in cui la vita extraterrestre ha smesso di essere un argomento di speculazione filosofica ed è diventata un problema scientifico concreto. Per secoli l’umanità si è domandata se ci fosse vita sulla Luna o su Marte, accettando però l’idea che non l’avrebbe mai saputo con certezza, dato che entrare in contatto con un altro pianeta era impossibile. Negli anni cinquanta quei limiti non sembravano più così invalicabili. Oltre a lavorare al volo spaziale, i ricercatori stavano sviluppando strumenti capaci di rilevare segnali radio provenienti da stelle distanti molti anni luce. Erano solo i primi passi, ma era già chiaro che l’umanità non sarebbe rimasta legata alla Terra come lo era stata fino ad allora. Questi nuovi orizzonti sollevavano una domanda scomoda. Dal cinquecento, quando Copernico aveva dimostrato che la Terra non è al centro del cosmo, la scienza moderna aveva imparato ad accettare l’idea che il nostro pianeta non avesse nulla di speciale. Se la Terra è statisticamente nella media, non c’è motivo di pensare che sia l’unico luogo a ospitare vita intelligente. Considerata l’età dell’universo, circa 13,8 miliardi di anni secondo le stime attuali, dovrebbero esistere moltissime specie con tecnologie ben più avanzate di quelle che abbiamo sviluppato in poche migliaia di anni di civiltà. Eppure non ne troviamo traccia.

Era così nel 1950 ed è così ancora oggi, nonostante certe affermazioni contrarie che hanno fatto molto rumore. Dal 2017, quando il New York Times ha rivelato che l’esercito statunitense possiede filmati di incontri tra piloti e ufo, gli alieni sono tornati alla ribalta. Ma ai filmati del Pentagono, sfocati e indecifrabili, non sono seguite immagini nitide di velivoli non umani, proprio come le precedenti ondate di avvistamenti non avevano mai fornito prove inequivocabili. Per la maggior parte degli scienziati, il vero mistero degli alieni non è la loro presenza, ma la loro ostinata assenza.

Il primo serio tentativo di rilevare segnali radio emessi da civiltà extraterrestri nello spazio profondo risale al 1960, quando l’astronomo statunitense Frank Drake condusse un esperimento chiamato progetto Ozma. Con un radiotelescopio del National radio astronomy observatory, in West Virginia, Drake cercò segnali a una frequenza precisa dello spettro elettromagnetico: 1.420 megahertz, la cosiddetta riga dell’idrogeno, perché gli atomi di questo elemento emettono fotoni a quella frequenza. L’idrogeno è così abbondante nell’universo che i radiotelescopi ne rilevano facilmente la riga di emissione. In un articolo del 1959 gli astronomi Giuseppe Cocconi e Philip Morrison sostenevano che “nelle prime fasi dello sviluppo della radioastronomia” qualsiasi civiltà tecnologica lo potrebbe scoprire, proprio come avevano fatto gli esseri umani. Era quindi probabile, ragionavano, che una specie intenzionata a trasmettere segnali radio per attirare l’attenzione dei suoi vicini cosmici avrebbe scelto la frequenza di 1.420 megahertz. Ma il progetto Ozma non rilevò alcuna attività insolita sulla riga dell’idrogeno, nonostante 150 ore di osservazione di due stelle relativamente vicine e di dimensioni simili al Sole.

Nel 1971 la Nasa riunì un gruppo di esperti per studiare i metodi migliori con cui cercare la vita extraterrestre. Il loro rapporto, intitolato Project Cyclops e pubblicato l’anno successivo, è diventato una sorta di bibbia della ricerca di intelligenza extraterrestre, generalmente indicata con l’acronimo inglese Seti. Il documento proponeva di costruire il sistema Cyclops, “un ‘frutteto’ di antenne distribuite su un’area del diametro di dieci-sedici chilometri, con un numero di parabole compreso tra mille e forse 2.500”. Una rete simile avrebbe potuto scandagliare il cielo duecentomila volte più velocemente di Ozma. Il costo del Cyclops era stimato tra dieci e venticinque miliardi di dollari, equivalenti a una cifra compresa tra 77 e 192 miliardi di oggi, una spesa paragonabile a quella del programma Apollo. Il sistema non fu mai costruito e nel 1993 il congresso tagliò i già modesti finanziamenti della Nasa ai progetti Seti. Da allora negli Stati Uniti queste ricerche sono finanziate da privati, soprattutto miliardari come Paul Allen, cofondatore della Microsoft, e Yuri Milner, imprenditore nato nella ex Unione Sovietica. Grazie ai progressi dell’informatica, oggi le ricerche Seti sono molto più sofisticate di mezzo secolo fa e possono esaminare milioni di canali radio provenienti da decine di migliaia di galassie. Il risultato, però, non cambia: non è mai stato rilevato un segnale artificiale emesso da una civiltà aliena.

L’oceano in un bicchiere

Questo non scoraggia i più convinti. Seth Shostak, astronomo del Seti institute, in California, scrive che “l’insuccesso è attenuato dal fatto che il numero di sistemi stellari esaminati è ancora piuttosto piccolo”. Nel 2010 l’astronoma Jill Tarter, da decenni una delle figure di riferimento del settore, ha calcolato che la porzione dell’universo esplorata era così esigua che era come cercare di capire se nell’oceano ci fossero pesci prendendone un solo bicchiere d’acqua.

Se i segnali extraterrestri esistono e si tratta solo di cercare nel posto giusto, è del tutto possibile che il Seti ne trovi uno domani. Ma in più di 65 anni di ricerche non è mai successo e, finché non succederà, i segnali alieni resteranno ipotetici. Non solo mancano prove che gli extraterrestri stiano cercando di contattarci o di farci visita, non ci sono prove nemmeno della loro esistenza. E questa assenza mette in discussione i presupposti della scienza moderna più di qualsiasi avvistamento di ufo. A quanto pare, la Terra ha davvero qualcosa di unico: per quanto ne sappiamo, è il solo luogo in cui esiste la vita. Ma perché?

Roswell, 12 giugno 2017 (Jerome Sessini, Magnum/Contrasto)

Nell’ottobre 1961, un anno dopo aver cercato invano segnali radio alieni con il progetto Ozma, Frank Drake invitò una decina di scienziati a un convegno sul futuro del Seti. Per chiarire il problema, provò a calcolare quante civiltà extraterrestri potessero trasmettere segnali radio nella nostra galassia. La risposta, ipotizzò, dipendeva da sette variabili, tra cui: “Quanti pianeti, in un sistema nella media, sono in grado di ospitare la vita?” e “Sui pianeti in cui c’è la vita, con quale frequenza si evolve una specie intelligente come la nostra?”. Moltiplicando tutte le variabili si otteneva il numero dei potenziali obiettivi del Seti nella Via Lattea. Drake mise per iscritto la formula, che da allora è conosciuta come equazione di Drake. All’epoca nessuna di quelle variabili poteva essere stimata con sufficiente certezza. I suoi calcoli approssimativi davano un risultato di cinquantamila civiltà trasmittenti, ma si trattava in sostanza di una mera supposizione. Il vero obiettivo dell’equazione era definire un programma di ricerca, una serie di domande a cui gli astronomi avrebbero dovuto cercare di rispondere. Nel ventunesimo secolo sono stati fatti progressi significativi grazie ai nuovi telescopi spaziali che permettono di osservare il cosmo con un livello di dettaglio senza precedenti.

Quanto alla prima variabile, cioè il ritmo con cui si formano nuove stelle nella Via Lattea, oggi si stima che ne nascano tra dieci e venti all’anno, cioè molte meno di quando la galassia era giovane e più ricca dei gas con cui si formano le stelle. Il numero complessivo di stelle nella nostra galassia è nell’ordine dei cento miliardi. Nell’intero universo osservabile si stima che ci siano duemila miliardi di galassie, per un totale di circa centomila miliardi di miliardi di stelle. Le nostre conoscenze dell’universo sono ancora così incomplete che questa cifra sarà certamente rivista, ma è abbastanza vertiginosa da dare all’equazione di Drake un avvio promettente. Individuare le stelle è molto più facile che trovare i pianeti che gli orbitano intorno e nel 1961 le risposte alla seconda e alla terza domanda di Drake, ovvero quante stelle hanno pianeti e quanti di questi sono potenzialmente abitabili, erano del tutto sconosciute. Con telescopi sempre più potenti è diventato possibile individuare gli esopianeti, cioè i pianeti esterni al sistema solare, misurando le minuscole variazioni della luce di una stella provocate dal passaggio di un pianeta davanti a essa. Il primo esopianeta fu individuato nel 1992, il secondo nel 1995. Negli anni dieci del duemila il numero delle scoperte è esploso grazie alle osservazioni del telescopio spaziale Kepler e del satellite Tess, il Transiting exoplanet survey satellite. Nel 2025 sono stati identificati circa seimila esopianeti nella Via Lattea, tra cui almeno tre in orbita intorno a Proxima Centauri, la stella più vicina al Sole. È solo la punta dell’iceberg. Anche se non è ancora possibile rispondere in modo definitivo alla seconda domanda di Drake, uno studio pubblicato su Nature nel 2012 suggeriva che nella nostra galassia ci fossero almeno cento miliardi di pianeti.

Per rispondere alla terza domanda, ovvero quanti di quei pianeti sono in grado di ospitare la vita, è nata una nuova disciplina scientifica: l’astrobiologia, lo studio della vita tra le stelle. È un’impresa paradossale, perché non ci sono casi da studiare. Gli astrobiologi riflettono quindi sulle condizioni essenziali che rendono possibile la vita e su come stabilire se i pianeti lontani le soddisfino. Gli esopianeti sono troppo distanti perché si possa vedere cosa succede sulla loro superficie. È però possibile misurarne le dimensioni e la distanza dalla stella intorno a cui orbitano e ricavare indicazioni sull’atmosfera, sulla temperatura e, in modo più indiretto, sul campo magnetico. Poiché la Terra è l’unico pianeta su cui sappiamo che esiste la vita, è naturale supporre che gli esopianeti con caratteristiche simili abbiano una maggiore probabilità di essere abitabili.

All’Ufo days festival di Elmwood, 29 luglio 2026 (Erinn Springer, The New York Times/Contrasto)

La ricerca astrobiologica comprende quindi anche lo studio della vita sul nostro pianeta, per capire in quali ambienti possa svilupparsi. La scoperta degli estremofili, organismi primitivi che prosperano in condizioni estreme, ha dimostrato che gli esseri viventi possono proliferare sotto più di tre chilometri di ghiaccio e in sorgenti termali che raggiungono i 98 gradi. Questo suggerisce che qualche forma di vita potrebbe svilupparsi anche su pianeti inospitali. Per esempio, anche se oggi su Marte non c’è acqua liquida, si pensa che sotto la superficie esistano resti ghiacciati di antichi oceani e che le sonde del futuro potrebbero trovarvi qualche forma di vita estremofila. Nel 2025 la Nasa ha annunciato che un campione di roccia analizzato dal rover Perseverance conteneva due minerali, la vivianite e la greigite, che sulla Terra sono sottoprodotti del metabolismo batterico. La loro presenza potrebbe indicare che diversi miliardi di anni fa su Marte esistevano microrganismi primitivi. Se confermata, l’esistenza di queste forme di vita sarebbe una scoperta rivoluzionaria. Come ha scritto l’astrobiologo David Catling, “anche i più semplici microbi originari di Marte cambierebbero la valutazione delle probabilità che esista vita altrove nella galassia, perché dimostrerebbero che la vita può avere origine due volte nello stesso sistema solare”.

In realtà, la prova dell’esistenza di vita su Marte non implicherebbe necessariamente che questa sia nata in modo indipendente su due pianeti. È anche possibile che sia comparsa sulla Terra e abbia raggiunto Marte, o viceversa, trasportata nello spazio da meteoriti o polveri. Sarebbe una prova a favore della teoria della panspermia, secondo cui la vita avrebbe avuto origine in uno o pochi luoghi del cosmo per poi diffondersi naturalmente nel corso di miliardi di anni.

Sulla Terra qualsiasi forma di vita più avanzata dei batteri ha bisogno di acqua liquida per sopravvivere. Il criterio più importante per considerare abitabile un esopianeta è quindi che non si trovi né troppo vicino alla sua stella, dove il calore intenso farebbe evaporare l’acqua, né troppo lontano, dove il freddo la trasformerebbe in ghiaccio. Se un pianeta simile alla Terra si trova nella zona abitabile, dove la temperatura è ideale per la presenza di acqua liquida, può essere considerato un candidato a ospitare la vita.

Il Seti parte dall’idea che troveremo gli alieni perché vogliono farsi trovare

Il primo pianeta di questo tipo a essere stato scoperto è Kepler-452b, osservato dal telescopio spaziale Kepler nel 2015. È un po’ più grande della Terra e impiega 385 giorni a compiere un’orbita intorno alla sua stella, un periodo molto simile al nostro anno di 365 giorni. Nel 2025 l’Habitable worlds catalog, una banca dati curata dall’università di Puerto Rico, comprendeva ventinove esopianeti simili alla Terra e le scoperte sono appena cominciate. Uno studio pubblicato sull’Astronomical Journal nel 2020 stimava che nella Via Lattea ci fossero almeno trecento milioni di pianeti nella zona abitabile, ma il numero poteva arrivare a sei miliardi. L’astronomia ha fatto enormi progressi nel determinare le prime tre variabili dell’equazione di Drake. Il problema, come ha scritto l’astronoma Sara Seager, è che “i primi tre fattori sono misurabili; gli altri quattro no, e forse non lo saranno mai”.

Cercare le biofirme

Il modo migliore per avvicinarci a una risposta alla quarta domanda di Drake, ovvero su quanti pianeti si sviluppa effettivamente la vita, è cercare le biofirme, i composti chimici presenti nell’atmosfera di un esopianeta che sulla Terra sono associati alla vita. Nel 2025 alcuni ricercatori hanno annunciato di aver trovato solfuro di dimetile nell’atmosfera di K2-18b, un esopianeta nella zona abitabile di una stella distante 124 anni luce dalla Terra. Poiché sul nostro pianeta questo composto è prodotto dal plancton oceanico, la sua presenza potrebbe essere un indizio di vita organica. Ma la scoperta è stata subito contestata da altri scienziati, secondo cui i dati non dimostravano la presenza della sostanza. K2-18b è un buon esempio dei limiti dell’astrobiologia. È molto difficile trovare un esopianeta, ancora di più trovarne uno nella zona abitabile e ancora più difficile rilevare potenziali biofirme. Anche se queste fossero confermate in modo definitivo, dimostrerebbero solo che la vita potrebbe esserci. Non ci sarebbe modo di sapere se esista davvero e tanto meno quale forma abbia.

La ricerca degli esopianeti sta ampliando radicalmente la nostra conoscenza del cosmo. “Abbiamo scoperto che l’universo pullula di un’affascinante varietà di pianeti, di più tipi di quanti avremmo potuto immaginare”, scrive l’astrobiologa Lisa Kaltenegger. Ma finora questa ricerca è arrivata esattamente allo stesso numero di extraterrestri trovati dalla radioastronomia: zero. Più cose scopriamo sull’universo, più il paradosso di Fermi si fa stringente. Per spiegare questo “grande silenzio”, i ricercatori si concentrano sulle ultime tre variabili dell’equazione di Drake: sui pianeti in cui esiste la vita, con quale frequenza si evolve una specie intelligente come la nostra? Tra le specie intelligenti, quante sviluppano la capacità tecnologica di inviare segnali radio nello spazio? E infine, quanto dura una civiltà trasmittente prima di scomparire? Queste domande superano i confini dell’astronomia. L’unico modo per fare luce sarebbe compilare un catalogo delle specie esistenti nel cosmo e studiarne la storia. Ma è proprio perché quel catalogo non esiste che dobbiamo porci le domande di Drake. In pratica, quindi, riflettere sull’intelligenza extraterrestre significa riflettere sull’unica specie intelligente che conosciamo: la nostra. Quali condizioni hanno permesso all’Homo sapiens di evolversi e sviluppare tecnologie capaci di portarlo nello spazio? E per quanto tempo possiamo aspettarci che sopravviva la civiltà tecnologica nella sua forma attuale?

Finché la nostra sarà l’unica civiltà tecnologica conosciuta, non avremo modo di stimare la longevità di queste civiltà se non chiedendoci quanto potrà durare la nostra. Ci sono buone ragioni per pensare che potrebbe non durare a lungo. La nascita della radioastronomia e del volo spaziale ha coinciso con l’invenzione delle armi nucleari. La stessa tecnologia missilistica che ha portato gli astronauti sulla Luna è stata usata per costruire missili balistici intercontinentali. Negli ultimi ottant’anni gli esseri umani sono riusciti a non annientarsi in una guerra nucleare, ma ci vorrebbe un profeta molto sicuro di sé per garantire che non lo faremo nei prossimi ottanta, o nei prossimi ottocento. È possibile che il progresso tecnologico abbia un limite intrinseco: qualsiasi specie con la potenza sufficiente ad abbandonare il proprio pianeta ne ha altrettanta per distruggerlo.

Drake pensava che, moltiplicando tutte le variabili della sua equazione, si sarebbe arrivati a circa cinquantamila civiltà trasmittenti nella nostra galassia. Se il numero reale fosse uno solo, significherebbe che almeno una di quelle variabili ha un valore molto più basso del previsto. In altre parole, il percorso verso una civiltà avanzata deve presentare uno o più ostacoli estremamente difficili da superare. Come scrisse l’economista Robin Hanson in un importante saggio del 1998, “lungo il percorso che va dalla semplice materia inerte alla deflagrazione della vita c’è un ‘grande filtro’”. Per qualche motivo, “la maggioranza di ciò che imbocca questo percorso non arriva alla fine”. Il grande filtro offre uno schema per ragionare su ciò che rende possibile una civiltà tecnologica. Qualsiasi risposta chiama in causa l’astronomia, la fisica e la biologia. Ma porta anche a interrogarsi sulla natura e sul destino degli esseri umani, temi tradizionalmente riservati alla filosofia e alla religione.

Le condizioni giuste

Da tempo sappiamo che per lo sviluppo della vita sono necessarie determinate condizioni fisiche: la distanza dal Sole, la presenza di acqua, un’atmosfera respirabile. Ma esistono moltissime altre coincidenze cosmiche che potrebbero essere altrettanto indispensabili perché la vita si sviluppi e sopravviva. Un pianeta regolarmente bombardato dagli asteroidi, per esempio, difficilmente riuscirebbe a ospitarla a lungo. Si pensa che l’impatto di un solo asteroide, di circa dieci chilometri di diametro, nella penisola dello Yucatán, 66 milioni di anni fa, abbia provocato l’estinzione di tre quarti delle specie allora esistenti, compresi i dinosauri non aviani. Impatti del genere sarebbero molto più frequenti senza Giove, un pianeta gigante che si trova alla distanza giusta dalla Terra per intercettare comete e asteroidi. La presenza di un vicino simile a Giove potrebbe essere un requisito per lo sviluppo di forme di vita avanzate, perché su un pianeta che fosse privo di un simile scudo le estinzioni di massa continuerebbero ad azzerare l’orologio dell’evoluzione.

L’Ufo festival a Roswell, New Mexico, Stati Uniti, 30 gennaio 2020 (Mark Power, Magnum/Contrasto)

C’è poi il ruolo della tettonica a placche. La superficie terrestre è suddivisa in grandi placche che si spostano molto lentamente nel tempo. Lungo le faglie, le vecchie rocce contenenti carbonio vengono trascinate nelle profondità calde del pianeta, mentre nuova roccia si forma dal magma. Questo “nastro trasportatore” stabilizza la quantità di carbonio nell’atmosfera, impedendo un riscaldamento o un raffreddamento incontrollati che potrebbero cancellare la vita. I geologi non sanno con certezza perché sulla Terra ci siano le placche tettoniche: la teoria oggi più accreditata è che il decadimento degli elementi radioattivi all’interno del pianeta produca calore sufficiente a fondere le rocce sotto la superficie. Sappiamo però che il nostro è l’unico pianeta del sistema solare ad averle. Marte e Venere, pianeti rocciosi di dimensioni simili alla Terra, hanno una superficie rigida che non è frammentata in masse distinte. È quindi possibile che anche la tettonica a placche vada inclusa tra i requisiti necessari alla vita. Più sono le condizioni necessarie alla vita, più si restringe il numero dei pianeti su cui potrebbe nascere, tra i cento miliardi della galassia.

Sulla Terra la vita sembra essere comparsa piuttosto rapidamente dopo la formazione del pianeta. I batteri più antichi sono più giovani del sistema solare solo di qualche centinaio di milioni di anni. È un segnale incoraggiante, perché suggerisce che, nelle condizioni giuste, la vita potrebbe nascere facilmente. Ma dopo quell’esordio i grandi passaggi evolutivi sono arrivati molto lentamente. Ci sono voluti circa due miliardi di anni perché si sviluppasse il primo nucleo cellulare, permettendo il passaggio dai batteri procarioti primitivi agli eucarioti, più complessi. È trascorso un altro miliardo di anni prima che comparissero i primi organismi pluricellulari. Il dato sorprendente è che, secondo le evidenze genetiche, ciascuno di questi passaggi fondamentali si è verificato una sola volta nella storia della vita sulla Terra. Potrebbero quindi essere eventi fortuiti ed estremamente rari.

Su altri pianeti potrebbero esistere forme di vita come gli archei, organismi unicellulari capaci di prosperare in condizioni estreme, senza che l’evoluzione porti mai alla comparsa neppure delle spugne, tanto meno di piante e animali. Anche il fatto che sulla Terra a prevalere siano mammiferi come noi dipende in larga misura dal caso. I dinosauri hanno dominato il pianeta per più di 150 milioni di anni. L’Homo sapiens, al confronto, esiste solo da circa trecentomila anni, lo 0,006 per cento della storia terrestre. Vista da questa prospettiva, la storia dell’umanità ci mostra in bilico su una torre di Jenga pericolante fatta di coincidenze incredibili. Perché venissimo al mondo, innumerevoli fattori hanno dovuto combinarsi alla perfezione. Sarebbe bastato cambiarne uno e non saremmo qui. È una sensazione che dà le vertigini e ci ricorda quanto tutto ciò che diamo per scontato nel nostro mondo dipenda da circostanze che avrebbero potuto essere diverse. La vita, e la vita umana, non erano affatto necessarie. Sarebbe stato immensamente più ragionevole che non esistessero.

Individuare le stelle è molto più facile che trovare i pianeti che gli orbitano intorno

Ipotesi antropocentriche

Nei secoli passati alcuni pensatori arrivarono a una conclusione simile e vi lessero la prova della provvidenza, che avrebbe regolato con estrema precisione la struttura del cosmo per favorire l’evoluzione dell’umanità. Oggi una nuova generazione di cosmologi, invece di ricorrere alle vecchie dottrine soprannaturali per spiegare la nostra unicità, sostiene che dobbiamo ampliare radicalmente la nostra idea delle forme che la vita e l’intelligenza potrebbero assumere e dei metodi con cui cercarle. Il Seti parte dall’idea che troveremo gli alieni perché vogliono farsi trovare. Cerca segnali radio trasmessi intenzionalmente nello spazio per attirare l’attenzione di civiltà abbastanza avanzate da captarli. Questa ipotesi riflette l’ottimismo dell’era spaziale, quando l’umanità sbarcò sulla Luna. Dopo aver realizzato così tanto in così poco tempo, era naturale credere che altre specie intelligenti avessero lo stesso spirito d’avventura. Non avrebbero desiderato anche loro, quanto noi, mettere fine alla propria solitudine cosmica?

Queste ipotesi sul comportamento alieno sono essenzialmente antropocentriche, perché immaginano che qualsiasi specie intelligente sia spinta dalle nostre stesse motivazioni: l’amore per la conoscenza e per il potere. Ma non c’è ragione per cui la vita intelligente, nell’universo, debba essersi evoluta fino a somigliarci, nel corpo o nella mente. In un articolo del 2016 intitolato “The ‘hard problem’ of ­life”, i fisici Sara Imari Walker e Paul Davies osservano che “sia l’astrobiologia sia le nostre ipotesi sulla coscienza non umana tendono a essere condizionate dalla conoscenza che abbiamo della vita terrestre”. Diamo per scontato che le forme particolari che si sono evolute sulla Terra, “dalle cellule agli organismi pluricellulari, fino alle società eusociali e a quelle dotate di linguaggio”, siano il prodotto inevitabile delle leggi naturali e che quindi qualcosa di simile debba emergere ovunque esista la vita. Walker e Davies sostengono invece che la vita come la conosciamo è il prodotto di “una combinazione di caso e necessità”, in cui molti eventi improbabili ne hanno indirizzato l’evoluzione verso nuovi percorsi. Invece di aspettarci che tutti gli esseri viventi ci somiglino, con braccia e gambe, astronavi e radiotelescopi, Walker e Davies propongono di ripensare la vita, definendola in termini funzionali come “il meccanismo fisico concreto che permette all’informazione di esercitare un’azione causale sulla materia”. Sulla Terra l’informazione è codificata fisicamente nei filamenti di dna e negli impulsi sinaptici; altrove nel cosmo potrebbe assumere forme così diverse che non sapremmo riconoscerla nemmeno se la trovassimo.

Di recente, teorici e narratori, tra i quali la distinzione si fa spesso sfumata quando si parla di alieni, hanno cominciato a ipotizzare che a separarci dagli extraterrestri non siano le differenze biologiche. Potrebbe essere la biologia stessa a costituire una fase primitiva nello sviluppo della mente, che le civiltà davvero avanzate finiscono inevitabilmente per superare. Dopotutto, le conquiste tecnologiche più impressionanti del ventunesimo secolo non riguardano l’esplorazione spaziale, ma l’informatica, che ci permette di creare modelli del mondo sempre più dettagliati e potenti. Abbiamo cominciato a temere che, di questo passo, l’intelligenza artificiale e la realtà virtuale arrivino a sostituire l’intelligenza umana e la realtà materiale.

Forse è per questo che finora non abbiamo trovato tracce di vita aliena. Quando le specie intelligenti diventano abbastanza avanzate, il loro obiettivo potrebbe essere sottrarsi del tutto all’esistenza fisica, anziché colonizzare altri pianeti. John Smart, un futurologo indipendente che definisce il proprio lavoro “uno studio sull’accelerazione”, la chiama “ipotesi della trascensione”: gli alieni sono invisibili ai nostri occhi perché hanno superato l’esistenza corporea come la intendiamo oggi. Presentando l’idea in un articolo del 2012, Smart ipotizzava che, sviluppando “maggiori capacità di calcolo e simulazione”, le civiltà si sarebbero espanse nello “spazio interiore” invece che nello spazio esterno, creando realtà virtuali più complesse e interessanti di quella fisica. Sulla Terra i computer sono diventati sempre più piccoli e potenti: è quindi ragionevole supporre che il substrato materiale delle realtà virtuali aliene, l’hard­ware su cui gira il software della coscienza, finirà per occupare sempre meno spazio fisico. Alla fine, sostiene Smart, questo processo potrebbe produrre una tecnologia così compatta da scomparire, di fatto, dalla mappa del cosmo.

È chiaro che l’ipotesi della trascensione, come l’idea della colonizzazione galattica diffusa durante la guerra fredda, è una forma di presentismo. Presuppone che ciò che accade oggi continuerà ad accadere in futuro, solo su scala maggiore. Innalza la rivoluzione informatica del ventunesimo secolo a processo universale, destinato a ripetersi in qualsiasi civiltà tecnologica. Ma quando si riflette sulla vita extraterrestre è difficile evitare una certa dose di antropocentrismo e di presentismo. In assenza di dati concreti sugli alieni, pensare a loro è un esercizio d’immaginazione e l’unico materiale di cui la nostra immaginazione dispone è l’esperienza umana. Man mano che cambia ciò che sappiamo di noi stessi, cambia anche la nostra idea di ciò che è probabile o possibile per i nostri “altri” cosmici. Come i racconti degli incontri con gli ufo sono testimonianze umane e non prove scientifiche, così le nostre riflessioni sugli alieni e su come trovarli possono essere lette soprattutto come un autoritratto in continua evoluzione dell’umanità. ◆ svb

Adam Kirsch è uno scrittore e critico letterario statunitense. Questo articolo è stato adattato dal suo libro We want to believe: how aliens went mainstream and why it matters (Columbia Global Reports 2026).

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Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati