Dopo l’arresto di alcune donne a Herat l’8 giugno perché avevano violato le regole sull’abbigliamento e l’intervento della polizia contro alcune persone che il giorno dopo hanno manifestato contro gli arresti, a Kabul e in diverse province dell’Afghanistan regna la paura e la presenza femminile negli spazi pubblici si è ridotta drasticamente. Roya (nome di fantasia), una ragazza che lavora in una clinica privata di Kabul, parla di “un vero clima di terrore. Ci sono molti posti di blocco con veicoli militari schierati e, a parte poche anziane, è ormai raro vedere donne per strada. Sono molto preoccupata, perché i taliban arrestano anche ragazze che indossano l’hijab come impongono loro. Secondo me il velo è solo un pretesto”.
Tabassum (nome di fantasia), insegnante in una scuola privata di Kabul, racconta: “Stamattina sono uscita con grande apprensione per andare al lavoro. A metà strada una collega mi ha chiamato dicendomi di non raggiungere la scuola, perché in quella zona era prevista una protesta e i taliban si erano già radunati lì”. L’insegnante aggiunge: “Non è solo oggi. Sono cinque anni che non esco di casa tranquilla, nemmeno per un giorno. Da un lato, viviamo in condizioni economiche molto dure; dall’altro queste pressioni e restrizioni ci stanno logorando. Invece di perseguitare le donne perché sono ossessionati dal loro abbigliamento, dovrebbero affrontare i problemi reali: aiutare le persone a uscire dalla povertà, ricostruire il paese, migliorare la sicurezza e l’ordine nelle città e occuparsi delle decine di altre difficoltà e sfide con cui ci confrontiamo ogni giorno”.
Homeira Qaderi, docente universitaria e attivista per i diritti umani, afferma che il clima di paura e repressione creato dai taliban a Herat ha avuto un impatto non solo sulle donne, ma su tutti i cittadini. Qaderi avverte che, da quando i taliban hanno ripreso il potere nel 2021, diversi uomini si sono tolti la vita. “Le azioni dei taliban oggi equivalgono agli attentati suicidi che facevano quando il paese era una repubblica e le persone uscivano di casa ogni giorno con la paura di non tornare. L’Afghanistan vive una nuova forma di terrore, che s’insinua nella vita quotidiana delle persone alimentando ansia e insicurezza”. “Fin da quando sono saliti al governo, i taliban hanno escluso le donne dalla vita sociale, economica e politica del paese. Ma non stanno cercando solo di cancellare le donne dalla società: stanno colpendo anche gli uomini che sostengono i loro diritti. Nel frattempo la comunità internazionale sembra aver accettato la situazione come una nuova normalità, limitandosi per lo più a esprimere preoccupazione e a diffondere dichiarazioni ufficiali, senza adottare misure concrete”.
“È molto pericoloso”, dice l’attivista Maryam Ahmadi. “Le pratiche dei taliban, dagli arresti alla chiusura di scuole e università fino al divieto per le donne di lavorare, stanno diventando la regola”. Secondo Ahmadi per liberare il paese si dovranno accettare i costi e i sacrifici che questo comporta: “Gli afgani che vivono al sicuro devono opporsi all’oppressione e non permettere che le donne siano annientate sotto il peso di questa ingiustizia. Alla comunità internazionale non chiediamo semplici parole di preoccupazione, ma azioni concrete”. ◆ gim
◆ Quella del 9 giugno 2026 a Herat è stata una delle rare manifestazioni che si sono svolte in Afghanistan, dove i raduni sono vietati. La polizia ha sparato sulla folla, uccidendo due persone. Il 15 giugno un ragazzo di 17 anni è morto per le ferite riportate. Bbc, Hasht e Subh Daily
Hasht e Subh Daily è un quotidianoafgano. Dal 2021 la sua redazione lavora soprattutto dall’estero.
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Questo articolo è uscito sul numero 1670 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati