“Il numero dei morti nel Sahel cresce in modo esponenziale. È arrivato il momento di esplorare nuove strade”, ha dichiarato il presidente maliano Ibrahim Boubacar Keïta, detto Ibk, l’11 febbraio ad Addis Abeba. Quel giorno Ibk ha suscitato forti reazioni riconoscendo per la prima volta quello che molti sapevano da mesi, cioè che le autorità maliane sono in contatto con i leader jihadisti Iyad ag Ghali e Amadou Koufa. Evocando un dialogo con i jihadisti, Ibk ha indicato una svolta nella linea seguita finora dal governo di Bamako nella gestione della crisi (che si è aperta nel 2012 con la conquista del nord del Mali da parte di un’alleanza tra tuareg e jihadisti). Le sue dichiarazioni sono arrivate in un momento simbolico: due giorni dopo, il 13 febbraio, l’esercito maliano è tornato a Kidal, la roccaforte della ribellione tuareg da cui era stato cacciato nel 2014.

Di certo gli alleati occidentali di Bamako nella lotta contro il terrorismo non hanno accolto con favore le parole di Ibk. I presidenti francesi, da François Hollande a Emmanuel Macron oggi, hanno sempre respinto categoricamente il dialogo con i gruppi jihadisti. Sul campo sono state lanciate diverse iniziative per avvicinarsi ai due principali capi del Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim, nato nel 2017 dalla fusione di quattro organizzazioni estremiste islamiche attive nella regione), che hanno coinvolto associazioni, rappresentanti della comunità peul ed esponenti dell’Alto consiglio islamico come l’imam Mahmoud Dicko. A Bamako la decisione è stata accolta con favore. “Il presidente ha fatto parlare la ragione, non il cuore. Per raggiungere la pace bisogna tentare tutte le piste. Dobbiamo fermare i massacri”, dichiara Dicko.

Un gruppo di sfollati a Ségou, Mali, 30 settembre 2019 (Michele Cattani, Afp/Getty)

Altri nutrono dei dubbi. “Coinvolgere i leader jihadisti era necessario. Ma accetteranno il fatto che il Mali è un paese laico e democratico?”, si chiede il politico Cheick Omar Diallo, del partito di Ibk. Secondo il ricercatore maliano Ibrahim Maïga, che si occupa di sicurezza, il dialogo potrebbe servire a raggiungere un altro obiettivo: incoraggiare le diserzioni dei combattenti offrendogli delle alternative. E che fare con i jihadisti stranieri, come il capo dello Stato islamico nel grande Sahara, che è originario del Sahara occidentale? “Il suo gruppo ha ucciso soldati in Mali, in Niger e in Burkina Faso. Se dobbiamo discutere con i terroristi, tanto vale farlo con tutti”, sostiene l’ex premier Moussa Mara. ◆ fsi

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Questo articolo è uscito sul numero 1346 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati