Evelina Creţu si gira verso la pista da corsa, pronta a partire. Non fa in tempo a fare il primo passo che, d’istinto, si scansa. Un monopattino le sfreccia improvvisamente davanti, tagliandole la strada. Recupera subito l’equilibrio e comincia a correre come se non fosse successo niente. Inspira ed espira profondamente l’odore intenso dell’erba mescolato all’aria tiepida di aprile.

Intorno al lago del parco Valea Morilor, a Chișinău, è pieno di adulti, bambini, cani, biciclette e monopattini. Creţu si sistema gli occhiali gialli e li evita d’istinto, perché non li vede bene. La sua capacità visiva è appena del 3-5 per cento.

Oltre a usare la pista che circonda il lago, a volte corre anche lungo un sentiero ombreggiato dagli alberi che crescono sulla collina vicina. È diventato il suo percorso abituale. “Quando c’è il sole, e all’improvviso mi ritrovo all’ombra, rimango abbagliata e continuo a correre quasi a tentoni”, spiega.

Eppure Creţu ha imparato la strada a memoria. Sa dove ci sono radici e pietre e conosce i tratti in cui deve tenersi sulla destra. Meno prevedibili sono i ciclisti che arrivano a grande velocità. Sa riconoscere il rumore delle ruote ed è consapevole di avere solo pochi secondi per scansarsi dalla loro traiettoria.

Creţu è un’atleta paralimpica. Ha 33 anni, è nata a Chișinău e pratica sport agonistico da sette anni. Suo padre, Sergiu Creţu, è un ex pesista olimpico, storico allenatore della nazionale di sollevamento pesi moldava. Ricorda che quando lo accompagnava ai ritiri sportivi non le era permesso chiamarlo “papà”. Doveva rivolgersi a lui per nome: “Sergej Ivanovič”. “Ovviamente me ne dimenticavo sempre e cominciavo a gridare forte ‘papààà!’, per poi fermarmi di colpo quando me ne rendevo conto”, dice con un sorriso.

Insieme a Vadimka, il fratello minore, sognavano di diventare “gli atleti di papà”. Ma entrambi soffrono della stessa patologia, che rende controindicato il sollevamento pesi.

Prima di mettere piede su una pista d’atletica, Evelina sognava il palcoscenico: voleva fare l’attrice. Fino alla terza elementare ha frequentato una scuola di teatro. In uno spettacolo interpretò “la vecchia cieca”. “Evidentemente era il mio destino”, commenta.

All’epoca portava gli occhiali e vedeva un po’ meglio. Poi, durante uno dei ritiri del padre, ruppe gli occhiali e finì dall’oculista. Durante la visita non riusciva a leggere nemmeno le lettere della riga più alta del tabellone. “Non mi ero accorta di aver perso la vista. I miei genitori erano sconvolti”.

Cominciarono così le visite mediche, i controlli, le cure tradizionali, quelle alternative e arrivarono perfino le guaritrici. “Ho mangiato tante di quelle carote…”, ricorda ridendo.

Per un bel po’ di tempo nessuno ha saputo dirle con precisione quale fosse il suo problema. Le era stata diagnosticata una distrofia maculare. “Ma è come parlare di raffreddore per tutte le malattie respiratorie: era una definizione troppo generica”, spiega.

Nessuno dei luoghi dove si allena è sicuro per gli atleti con disabilità visive

Emicrania scolastica

Alla fine un medico ha formulato una diagnosi esatta: retinite pigmentosa, una malattia genetica rara, che colpisce la retina e provoca una progressiva perdita della vista. Non c’è una cura.

Così Creţu è stata iscritta in una scuola adatta alle sue esigenze: il liceo a indirizzo tecnologico per studenti ipovedenti di Chișinău. Ma la tecnologia era ancora rudimentale: pesanti lenti illuminate e vecchi monitor che affaticavano gli occhi. “Da scuola uscivo sempre con il mal di testa e le vertigini”, ricorda.

Il desiderio di diventare attrice, però, non l’aveva abbandonata. Dopo il diploma si era iscritta all’accademia di musica, teatro e arti plastiche. All’esame di ammissione aveva interpretato alla perfezione il ruolo di una persona vedente e nessuno si era accorto di nulla. Solo durante la prova finale qualcuno notò che non guardava mai direttamente gli altri attori negli occhi e le chiese: “Ma per caso non vedi bene?”. Lei aveva annuito tra le lacrime. E non era stata ammessa.

Per completare il giro di 2,4 chilometri intorno al lago le servono dodici minuti. È un po’ irritata perché le persone non rispettano le regole sull’uso delle corsie. Ha già avuto diversi incidenti. Una volta si è scontrata con un bambino e sono caduti entrambi; un’altra non ha visto il guinzaglio con cui il padrone teneva il cane ed è inciampata. “Povero cane e povera me”, dice ridendo.

Creţu si ferma accanto a un chiosco e si mette in fila, ma non riesce a star ferma. Si sposta avanti e indietro, saltellando a piccoli passi per sciogliere le gambe, e compra una bottiglietta d’acqua frizzante. “Con questa hai meno bisogno di andare in bagno”, spiega. Trova un posto all’ombra, vicino alle scale dell’ingresso del parco, e beve con gusto, a grandi sorsate. Poi comincia gli esercizi di stretching. Parte dal collo, poi passa alle spalle, alle braccia, al busto e alle gambe. Alla fine si piega in avanti e cerca di toccare terra con i palmi delle mani. “Ah, che bello! Che bello!”, continua a dire durante gli esercizi.

Dopo l’esclusione dalla scuola di recitazione Creţu ha preso un’altra strada. Si è iscritta all’università di educazione fisica e sport, scegliendo il corso di kinesiterapia. Anche lì non è stato semplice: agli esami sosteneva la parte teorica solo in forma orale. Per poterlo fare ha dovuto presentare richieste su richieste, parlare con i professori e spiegare ogni volta perché non poteva lavorare come gli altri.

A chi le stava accanto sembrava però sempre sicura di sé: “Tutti pensavano che me la tirassi, ma in realtà camminavo a testa alta semplicemente perché, guardando dall’alto verso il basso, riuscivo a vedere qualcosa”. Il fatto è che da alcune zone della retina non vede assolutamente nulla. Per questo muove spesso la testa da una parte all’altra: per capire cosa succede intorno a lei.

E infatti non si direbbe che veda così poco: cammina dritta, con movimenti sicuri e a testa alta, parla e ride di gusto. “È perché ho imparato a interpretare il ruolo della vedente”, dice.

All’università ha praticato diverse attività: nuoto, atletica, ginnastica, lotta e sport di squadra. A una gara universitaria di atletica si è piazzata settima su cento partecipanti. Ma il primo vero contatto con lo sport agonistico è arrivato solo nel 2017. Fino ad allora non sapeva quasi niente dello sport paralimpico.

Prima di tutto ha provato il nuoto, praticandolo per quasi due anni. “Sul fondo della piscina sono disegnate delle grandi frecce che ti indicano quando devi fermarti e girarti, prima di sbattere la testa contro il bordo”, spiega.

Nel frattempo due amici del liceo cercavano di convincerla a provare l’atletica leggera. Alla fine ha accettato. E nel maggio 2019 ha cominciato a dedicarsi a entrambe le discipline. È stato allora che ha conosciuto la sua attuale allenatrice, ed è riuscita a convincerla a prenderla in carico. “In quel periodo allenavo i bambini, ma lei aveva già 26 anni”, racconta Alexandra Cravțova, spiegando che la decisione di diventare la sua allenatrice non è stata facile.

La prima competizione è stata in Polonia, poche settimane dopo l’inizio degli allenamenti. “Ero così agitata che mi è venuta la febbre”, ricorda Creţu. Le facevano male i muscoli, così ha deciso di prendere dei medicinali antinfiammatori, consentiti dal regolamento ma non raccomandati.

Nei 200 metri la qualificazione le è sfuggita per qualche millesimo di secondo. “E tutti hanno cominciato a prendermi in giro per quel millesimo…”, racconta divertita. In quell’occasione ha partecipato anche ai 400 metri, ottenendo la qualificazione per i Mondiali di atletica paralimpica, che si sarebbero tenuti pochi mesi dopo a Dubai. Ha tagliato il traguardo al tredicesimo posto.

Il parco Valea Morilor è il luogo dove si allena di solito. Allo stadio della Dinamo la pista è migliore, ma non è quasi mai libera. Decine di persone si muovono contemporaneamente e non tutte sanno che Creţu ha problemi di vista. Poi, durante la stagione fredda, si sposta nel complesso sportivo coperto Manej. “A dirla tutta lì dentro fa addirittura più freddo che fuori. L’unico vantaggio è che c’è un tetto e non ci si bagna”, osserva.

“Per me è stata anche una responsabilità accettare di allenare Evelina”, racconta Alexandra Cravțova. “Dovevo capire in che spazi potevamo lavorare e se erano sicuri per lei”.

Viaggi e infortuni

Nessuno dei luoghi dove Creţu si allena è totalmente sicuro per gli atleti con disabilità visive. Tuttavia, nonostante questi ostacoli, le gare l’hanno portata in decine di posti diversi che altrimenti non avrebbe mai visitato.

Durante una competizione internazionale organizzata in Croazia nel 2024 tutti gli atleti paralimpici moldavi sono stati ospitati nella stessa casa. Cucinavano insieme e la sera andavano al mare a guardare il tramonto. “Era come vivere in una famiglia”, racconta.

Uno dei momenti più memorabili è arrivato l’anno scorso, durante i Mondiali di atletica paralimpica in India, la competizione che Creţu ha affrontato con la maggiore consapevolezza dei propri mezzi. “Ero tranquilla, pronta a gareggiare. Ma alla fine siamo stati tutti vittime di un’intossicazione”, spiega. La notte prima della gara ha avuto la febbre e ha vomitato. Le dava fastidio perfino l’aria. Eppure il giorno dopo si è presentata lo stesso alla partenza.

Biografia

1993 Nasce a Chișinău, in Moldova.
2001 Ha i primi problemi agli occhi. In seguito le viene diagnosticata la retinite pigmentosa, una malattia genetica che provoca la progressiva perdita della vista.
2017 Pratica nuoto paralimpico.
2019 Scopre l’atletica leggera.
2025 Partecipa ai Mondiali di atletica paralimpica in India.


L’anno scorso si è infortunata due volte nel giro di due settimane. Durante un allenamento ha messo il piede in una buca e si è slogata una caviglia. Ha fatto di tutto per recuperare in fretta, perché qualche mese dopo avrebbe dovuto partecipare a un’importante competizione in Repubblica Ceca. Ma all’allenamento successivo un altro atleta le ha tagliato la strada mentre correva: lei ha cercato di schivarlo e ha sbattuto la gamba contro un tubo. “Ero moralmente a pezzi, non dormivo la notte. È in quel momento che è cominciata la depressione”. Poco dopo sono arrivati gli attacchi di panico. Oggi dice che quei traumi hanno portato in superficie tutto quello che si era accumulato negli anni: la paura, l’impotenza, l’incertezza, la pressione di dover essere sempre pronta, all’altezza, di dover dimostrare continuamente qualcosa. E a un certo punto il corpo ha ceduto. “Mi sentivo come un vegetale. Non riuscivo nemmeno a fare le cose più semplici: prendermi cura di me stessa, scegliere come vestirmi”.

È stata la madre a portarla dallo psichiatra, quasi prendendola per mano, perché Evelina era contraria. “Non volevo prendere antidepressivi”, spiega. Alla fine, l’estate scorsa, ha cominciato la terapia ed è tornata a competere, riuscendo perfino a partecipare alla gara in Repubblica Ceca, dove però ha ottenuto “risultati decisamente peggiori del solito”, racconta.

Poi, all’inizio di quest’anno, ha deciso di concedersi una breve pausa dallo sport e ha adottato una cagnolina maltese bianca, che desiderava da moltissimo tempo. L’ha chiamata Liolia.

In primavera ha ripreso gli allenamenti. Il trattamento con gli antidepressivi è quasi concluso, ma “mi ha fatto prendere qualche chilo”, dice preoccupata. Di recente ha partecipato a una competizione a Olomouc, sempre in Repubblica Ceca, che era riservata esclusivamente alle donne. E ha deciso di provare a correre i 1.500 metri. “Dal punto di vista psicologico è più difficile, ma superati i trent’anni sempre più atleti fanno questa scelta”, spiega.

Creţu sogna di salire sul podio delle Paralimpiadi, “la più straordinaria competizione del pianeta”, come la definisce Dumitru Prodan, che da vent’anni allena atleti con disabilità motorie. In passato ci ha già provato, ma alle qualificazioni moldave per i giochi di Tokyo 2020 (che a causa della pandemia di covid si sono svolti nel 2021) era disponibile un solo posto femminile per l’atletica, assegnato a un’atleta con nanismo. Ma per quanto desideri partecipare ai giochi paralimpici, ha anche dei dubbi. “La mia paura più grande è di non essere all’altezza”, confessa.

In passato le è capitato spesso di sentirsi fisicamente preparata per affrontare la gara, ma di sentire eccessivamente il peso emotivo. “Pensavo troppo: a come avrei corso, a come avrei appoggiato il piede. E quando arrivavo alla partenza ero già senza energie”.

La componente emotiva ha un impatto enorme nello sport, spiega Prodan. “Ci sono molti casi in cui un atleta arriva a una competizione perfettamente preparato ma, a causa dell’ansia o della paura, gareggia al di sotto delle sue possibilità. È un fenomeno che conosciamo bene anche dal punto di vista scientifico: la preparazione sportiva deve comprendere anche gli aspetti psicologici. Ma attualmente in Moldova abbiamo solo due psicologi specializzati in questo settore”.

Il controllo delle emozioni è cruciale, perché nelle gare c’è un’occasione sola, dice. Se parti prima del segnale o troppo tardi rischi la squalifica. “Ti alleni e ti prepari per così tanto tempo, e poi tutto si decide in pochi secondi”.

Gli esercizi di stretching finiscono e lasciano spazio all’allenamento vero e proprio. “Comincio con qualcosa di leggero, perché è da tanto che non faccio step sulle scale”, dice.

Creţu indossa leggings neri, un dolcevita bianco e una felpa turchese. Ai piedi porta un paio di scarpe da corsa rosa acceso. “All’inizio era così matta da correre in reggiseno. Ma era troppo scomodo”, racconta.

Si ferma ai piedi delle scale dell’ingresso del parco, con le mani sui fianchi, e osserva il continuo via vai di persone. Fa i suoi calcoli e sceglie un lato. Sperando che saranno gli altri a scansarsi, parte con un’andatura saltellante, sollevando le ginocchia verso l’alto, e poi ridiscende.

Aspetta di nuovo alla base delle scale prima di passare all’esercizio successivo: salti a piedi uniti, un gradino alla volta. Due ciclisti scendono lungo le scale e le passano accanto sfrecciando.

Per l’ultimo esercizio cambia lato delle scale. “Qui la gente passeggia. Ehi, ma non avete un altro posto dove allenarvi? Statevene a casa!’”, esclama scherzando.

L’allenamento è finito. Con la schiena dritta e il passo sicuro, Creţu torna verso casa. Lì ad aspettarla c’è Liolia, la cagnolina che l’aiuta a resistere. ◆ ap

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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati