Sappiamo che Donald Trump è capace di grandi sorprese, ma l’esito del vertice del 27 e 28 febbraio a Hanoi con il leader nordcoreano Kim Jong-un conferma una volta di più che abbiamo di fronte un presidente degli Stati Uniti davvero insolito. Fino all’ultimo la maggior parte degli osservatori si aspettava che il vertice si concludesse con una qualche forma di compromesso: i nordcoreani avrebbero accettato di sacrificare qualcosa del loro programma nucleare (per esempio, una parte del sito per la produzione e l’arricchimento del plutonio di Yongbyon) in cambio della cancellazione parziale delle sanzioni, magari consentendo alla Corea del Sud di riavviare la cooperazione economica con Pyongyang.
Perfino i pessimisti (compreso chi scrive) erano certi che entrambe le parti avrebbero fatto di tutto per dare l’impressione di un successo. Le loro previsioni si sono avvicinate all’esito effettivo, ma si sono rivelate inesatte su alcuni aspetti importanti.
Donald Trump ha ammesso che le cose non sono andate bene. Non ha offerto dichiarazioni vacue e pompose, anche se durante la conferenza stampa dopo la chiusura del vertice ha sottolineato che l’assenza di risultati non significa la fine dei negoziati. Ha garantito che, nonostante tutto, le due parti continueranno a lavorare e ha perfino detto che nel corso del vertice le loro posizioni si erano avvicinate. Cosa è successo?
Secondo la versione di Trump, contestata dalla Corea del Nord, durante i colloqui i nordcoreani si sarebbero detti pronti a chiudere il sito nucleare di Yongbyon, ma aspettandosi in cambio la cancellazione completa delle sanzioni. Gli statunitensi hanno ritenuto lo scambio squilibrato, a ragione: è noto che la Corea del Nord ha molti impianti nucleari oltre al sito di Yongbyon, che tra l’altro è vecchio e malmesso. Inoltre le sanzioni sono di gran lunga lo strumento di pressione più potente a disposizione degli Stati Uniti: se Trump avesse acconsentito all’accordo, gli americani non avrebbero più avuto alcun modo di spingere la Corea del Nord a chiudere altri siti e programmi nucleari.
Questione di tempo
Fin dal principio era chiaro che un simile accordo sarebbe stato inaccettabile per gli Stati Uniti, perciò viene da chiedersi perché sia stato messo sul tavolo dai nordcoreani. Dopotutto Pyongyang aveva poche ragioni per provocare uno scontro e molte ragioni per essere prudente con Donald Trump. Sembra molto più probabile che entrambe le parti abbiano avuto semplicemente poco tempo a disposizione, e magari non abbastanza forza di volontà, per arrivare a un compromesso.
In genere i vertici sono spettacoli in cui i leader firmano documenti preparati in precedenza dai loro staff. I colloqui tra Trump e Kim, tuttavia, sono un’altra cosa: per ragioni diverse entrambi i leader preferiscono trattare di persona, mettendo in disparte i negoziatori e arrivando anche a ignorare ciò che è stato discusso dai funzionari prima dell’incontro. In una situazione simile, è immaginabile che le due parti non volessero fare concessioni per arrivare a un compromesso nelle poche ore a disposizione a Hanoi.
Un’altra spiegazione può essere che i nordcoreani speravano d’influenzare Trump e convincerlo a fare concessioni più sostanziose. Questa è una delle ragioni per cui hanno sempre preferito le interazioni faccia a faccia tra i due “leader supremi”. E tra l’élite politica statunitense, del resto, c’è chi teme che il presidente possa cedere a manipolazioni, pressioni e lusinghe.
◆ Il 28 febbraio 2019, poco prima di ripartire per Washington dopo l’incontro a Hanoi con il leader nordcoreano Kim Jong-un, il presidente statunitense ** Donald Trump** ha riferito la sua versione dei fatti: ha deciso di lasciare il vertice in anticipo perché la richiesta dei nordcoreani – la cancellazione totale delle sanzioni – era irricevibile. Poche ore dopo il ministro degli esteri Ri Yong-ho ha parlato ai giornalisti smentendo questa versione: Kim Jong-un, infatti, avrebbe chiesto di eliminare solo in parte le sanzioni in vigore contro il suo paese Il sito 38North spiega che la definizione di “cancellazione parziale” data da Ri è ampia e comprende settori chiave, come l’importazione di energia e l’esportazione di carbone, sottoposti a sanzioni dalle ultime cinque risoluzioni dell’Onu, le più severe.
◆Stando a immagini satellitari scattate due giorni dopo la fine del vertice, la Corea del Nord starebbe ripristinando la rampa di lancio di Tongchang-ri, usata per i satelliti e non per i missili balistici, che aveva cominciato a smantellare circa un anno fa.
Trump però si è dimostrato un osso più duro di quanto immaginavano i suoi detrattori e ha rifiutato quello che gli sembrava, forse a ragione, un accordo squilibrato.
Di certo non ha aiutato il fatto che, mentre Trump era a Hanoi, negli Stati Uniti il suo ex avvocato Michael Cohen lo stava attaccando pesantemente. La testimonianza di Cohen gli causerà molti problemi, perciò è possibile che Trump non volesse dedicarsi troppo alle attività diplomatiche per concentrarsi piuttosto su come affrontare la crisi a Washington. Durante la conferenza stampa Trump ha descritto Kim Jong-un con toni particolarmente rispettosi, sottolineando la simpatia che esisterebbe tra i due. Ha sottolineato che i negoziati si sono svolti e conclusi in un’atmosfera amichevole: “Nessuno dei due si è alzato e se n’è andato. Ci siamo stretti la mano”. Certo, il presidente ha detto di non essere sicuro che ci sarà un terzo vertice. Ma impegnarsi apertamente per organizzarlo nelle circostanze attuali sarebbe inutile e rischioso.
Nonostante ciò, Trump ha sottolineato che le due parti si parleranno e ha aggiunto: “Spero che le nostre squadre si vedano nei prossimi giorni e nelle prossime settimane per escogitare qualcosa”. Donald Trump ha anche detto che Kim gli ha promesso di non fare nuovi test nucleari e missilistici. È molto probabile che sia vero: i nordcoreani in questo momento avrebbero poco da guadagnarci dal provocare i loro vicini. Ma è degno di nota il fatto che il presidente statunitense abbia fatto esplicito riferimento alla promessa di Kim.
Obiettivi invariati
Trump non è tornato allo stile bellicoso del 2017, almeno non ancora. Non ha cercato di presentare un fallimento diplomatico come un enorme passo avanti, come invece prevedevano gli scettici alla vigilia del vertice: ha sottolineato che i problemi si possono risolvere e magari saranno risolti presto. Ma ha anche dichiarato di non voler “andare di corsa”, lasciando intendere che i negoziati e il processo di disarmo possono continuare anche per anni. Ci vorranno settimane, se non mesi, per capire se i negoziati riprenderanno e, in quel caso, per valutare quanto rapidi saranno i progressi. I rallentamenti sono possibili e probabili.
Le posizioni e gli obiettivi di partenza, tuttavia, difficilmente cambieranno: i nordcoreani spereranno di ottenere più tempo, ma anche dei compromessi che gli consentano di mantenere una parte significativa dell’arsenale missilistico e nucleare e al tempo stesso di liberarsi delle sanzioni. Gli Stati Uniti punteranno alla denuclearizzazione della Corea del Nord (più impossibile che mai, non c’è bisogno di dirlo), ma anche loro probabilmente accetteranno qualche compromesso.
E allora chi ha vinto? Per capirlo bisogna aspettare che si calmino le acque, ma possiamo comunque fare qualche considerazione. Donald Trump ha perso e vinto al tempo stesso. Sarà più difficile per lui presentarsi come un uomo degli accordi miracolosi, un maestro della diplomazia internazionale. Ma può comunque dipingersi come un osso duro, sempre pronto a proteggere gli interessi degli Stati Uniti. Se avesse firmato un accordo svantaggioso, come temevano molti suoi detrattori, si sarebbe esposto a pesanti attacchi.
Kim Jong-un ha guadagnato un po’ di tempo. Sembra poco probabile che l’ala più intransigente a Washington ottenga l’appoggio di Trump in questo momento, e questa per Kim è una buona notizia. Ma all’orizzonte non si vedono alleggerimenti delle sanzioni, e gli aiuti e gli investimenti sudcoreani restano un sogno dai contorni sfocati. Il colpo peggiore l’ha subìto il presidente sudcoreano Moon Jae-in, che aveva ovviamente puntato molto su un allentamento delle sanzioni. È probabile che la visita programmata di Kim a Seoul, di cui si è parlato molto negli ultimi mesi, sarà rinviata. Quasi tutti i progetti di cooperazione tra le due Coree saranno sospesi, dal momento che in questo campo non si può fare praticamente nulla se prima non si tolgono le sanzioni. La popolarità del presidente Moon, di conseguenza, ne risentirà.
Comunque lo si guardi, il mancato accordo è una brutta notizia, ma non bisogna abbattersi. È meglio di un pessimo accordo, e non sembra che riporterà necessariamente ai toni bellicosi del 2017. È possibile, anzi probabile, che quanto visto a Hanoi sia una battuta d’arresto importante ma non decisiva nel percorso negoziale. I colloqui probabilmente continueranno, anche se a un ritmo più lento. È una buona notizia, anche se questi negoziati non produrranno mai ciò che molti vorrebbero, ossia la denuclearizzazione della Corea del Nord. ◆ _gim _
Andrei Lankov _ è il direttore di NKNews e docente al dipartimento di scienze sociali della Kookmin university di Seoul. Il suo ultimo libro è The real North Korea _(Oxford University Press 2013).
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Questo articolo è uscito sul numero 1297 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati