C’è una fotografia bellissima di Emma Bonino. È stata scattata a Bra, in provincia di Cuneo, il 15 giugno 1975, il giorno del suo arresto. Bonino è davanti alla caserma dei carabinieri, gli agenti la scortano come una criminale pericolosa. Tiene le braccia alzate sulla testa, le mani a formare una vagina, in uno dei gesti più riconoscibili del movimento femminista degli anni settanta. È radiosa. Radiosa perché finalmente l’hanno arrestata.

Emma Bonino è una militante del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (Cisa), nato due anni prima. Il Cisa aiuta le donne a interrompere una gravidanza in condizioni sicure, in anni in cui l’aborto in Italia è ancora un reato penale. Un gesto di disobbedienza civile, ma anche e soprattutto un modo per rendere visibile un’enorme questione di salute pubblica che tradisce quell’articolo 32 della costituzione che afferma: “La repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo”.

Nel 1961 un’inchiesta di Milla Pastorino per il settimanale Noi Donne aveva stimato che ogni anno ci fossero circa un milione di aborti illegali, una cifra approssimativa proprio perché si trattava di una pratica clandestina. Ma che come conseguenza di questa clandestinità le donne morissero lo sapevano tutti: medici, politici, mariti, figli, quelli già nati. Morivano dissanguate o per infezioni, perché si affidavano alle mammane, che usavano ferri da calza. Quello che Annie Ernaux, in un suo libro bellissimo, ha chiamato L’evento (L’orma 2019), l’aborto clandestino che lei stessa aveva vissuto nel 1963, riguardava ogni generazione di donne e ogni classe sociale.

Pedagogia pubblica

In un’intervista della Rai del 1980, che poi sarebbe confluita in Comizi d’amore ’80, di Cecilia Mangini e Lino Del Fra, una donna anziana diceva: “Ho avuto dodici gravidanze. Nove figli sono nel mondo. Per me il matrimonio è stato soltanto terrore e sacrificio. Sono fuggita tante volte a mio marito per paura di restare incinta”.

Un’altra, dopo dieci gravidanze, raccontava che andava ad abortire di nascosto dal marito, che si stupiva che non avesse altri figli. In un’Italia in cui fino al 1971 era vietata perfino la pubblicità degli anticoncezionali e in cui l’accesso alla contraccezione era ancora molto limitato, per moltissime donne l’aborto era di fatto l’unico mezzo per controllare le nascite.

Portando allo scoperto la pratica degli aborti, fino all’estremo di farsi arrestare, il Cisa – così come l’Associazione italiana per l’educazione demografica (Aied) e molti collettivi femministi – faceva non solo una battaglia politica, ma una vera e propria opera di pedagogia pubblica sul corpo e sulla sessualità.

Tante donne non erano mai andate da un ginecologo in vita loro. Nei consultori autogestiti, come quello di San Lorenzo, a Roma, si facevano visite ginecologiche gratuite cercando di rendere le donne partecipi e consapevoli, si applicavano diaframmi, si davano informazioni sui contraccettivi e s’insegnava l’autopalpazione al seno.

Bonino mi ha raccontato di come però il giorno dell’arresto tutto sembrava volerlo scongiurare: era andata a votare a Bra e lì aveva incontrato un suo vecchio professore che, di fronte alle forze dell’ordine, aveva detto “ma no, è tanto una brava ragazza, non arrestatela”.

Ci si era messa pure la burocrazia: mancava la carta da bollo per la denuncia e Bonino aveva mandato il fratello a cercarla, di domenica, dai tabaccai di Bra. Finalmente era riuscita a farsi arrestare, ma il responsabile del carcere di Cuneo non l’aveva voluta e aveva disposto che fosse portata a Firenze.

Durante il viaggio, quando alla radio avevano sentito la notizia dell’arresto e avevano capito chi stavano scortando, i due carabinieri avevano cominciato a farle domande sulla contraccezione, sull’aborto, sul sesso, sulle fidanzate, sulla famiglia. “Ma allora che dobbiamo fare?”, le avevano chiesto.

Anche quei carabinieri avrebbero potuto trovare la risposta in un testo pubblicato quattro anni prima, nel 1971, da Rivolta Femminile: “Sessualità femminile e aborto”. “Per il piacere di chi sto abortendo?”, si chiedevano le donne di Rivolta Femminile, spostando il problema dalla contraccezione alla sessualità, al modo in cui era stata costruita intorno al desiderio maschile, alla penetrazione e alla procreazione.

Perfino a sinistra questo non era, e non è, chiaro. Molte testimonianze di quella stagione ricordano la distanza tra la liberazione sessuale proclamata dai compagni e cosa significava quella stessa libertà per il corpo delle donne. “Se mi libero io ti liberi anche tu”, avevano detto tanti uomini. Una donna, rievocando il proprio aborto, raccontava che proprio allora aveva cominciato ad avvertire “l’enorme distanza tra me e l’uomo”.

In parlamento

Emma Bonino le voci di queste donne le aveva ascoltate e le aveva fatte ascoltare alla radio, nella straordinaria stagione delle radio libere e dentro quel grande progetto democratico che è stata Radio Radicale. Ma soprattutto le aveva portate in parlamento, dove era stata eletta nel giugno 1976 con il Partito radicale.

Il 21 dicembre 1976 alla camera dei deputati aveva accusato gli uomini che aveva di fronte di non avere mai avuto la pazienza di ascoltare il discorso femminista nel suo complesso. Di uno slogan, disse, ricordavano infatti soltanto la prima parte, “Aborto libero per non morire”, mentre si dimenticavano sempre l’altra: “Contraccettivi per non abortire”.

Poi aveva preso lo slogan che tanta ironia suscitava tra i banchi del parlamento e non solo, “L’utero è mio e me lo gestisco io”, e aveva chiesto loro se si fossero mai domandati che cosa significasse davvero. Non significa: abortisco quando voglio. Significa: voglio disporre del mio corpo anche nel campo della sessualità. Per questo concludeva: “Rivendichiamo il diritto al piacere e anche al piacere sessuale”.

Negli anni a venire Emma Bonino sarebbe diventata una politica a tutto tondo, le sue battaglie e le sue posizioni avrebbero spesso suscitato divisioni aspre. Ma oggi ci sia consentito ricordarla in quell’aula, nel 1976, con la sua voce ironica e spigliata, di fronte a quegli uomini costretti ad ascoltare una donna di 28 anni parlare non solo di aborto, ma di contraccezione, di sessualità e soprattutto di piacere femminile.

La legge sull’interruzione volontaria di gravidanza sarebbe arrivata nel 1978, ma il resto ancora non c’è: il diritto ad autodeterminarsi nel piacere e nella sessualità, qualcosa che riguarda tutte e tutti. Una battaglia per cui non ringrazieremo mai abbastanza il movimento femminista ed Emma Bonino.

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