Loredana, ha scoperto di essere incinta del compagno che la picchiava e ha deciso di interrompere la gravidanza, ma non sa come giustificare le assenze dal lavoro per le visite necessarie. In Italia bisogna quasi sempre farne almeno quattro: le analisi del sangue per confermare la gestazione, il primo colloquio con il ginecologo per il certificato, il ritiro del certificato dopo la “pausa di riflessione” di sette giorni prevista dalla legge 194, infine l’intervento se si sceglie l’interruzione volontaria di gravidanza (ivg) chirurgica o il ritiro della pillola se si sceglie quella farmacologica. A queste possono aggiungersi un’ecografia e un controllo, o altre visite in ospedale o in consultorio, soprattutto se nelle strutture pubbliche si incontrano obiettori di coscienza.

Alessia vive in Sicilia e possiede già un certificato per l’ivg, ma il suo consultorio di riferimento è chiuso per ferie e non prende appuntamenti fino al mese successivo. Per un trauma che ha avuto in passato, non vuole tornare in una sala operatoria e per questo ha scelto di abortire con la pillola abortiva RU486, ma nessun ospedale della sua città la fornisce.

Sade è una rifugiata che vive in un centro di accoglienza in Calabria, dove lavorano delle associazioni religiose. Ha subìto una violenza sessuale ed è rimasta incinta. Vuole interrompere la gravidanza, ma non sa come fare e teme che se parlerà col personale cercheranno di convincerla a tenere il bambino.

Queste tre donne (i nomi sono di fantasia per proteggerne l’identità) hanno deciso di interrompere la gravidanza, ma non riuscendo a farlo all’interno del sistema sanitario nazionale, per ottenere una pillola abortiva si sono dovute rivolgere alla rete internazionale di mutuo aiuto tra donne Women on web, che ha anche raccolto le loro testimonianze.

Leggi e sanzioni

Questi aborti sono considerati “clandestini” e, per la legge italiana, sono punibili con una multa che può arrivare fino a diecimila euro. L’Italia è infatti uno dei pochi paesi nell’Unione europea che prevede ancora delle forme di criminalizzazione nei confronti delle donne che abortiscono fuori dai limiti imposti dalla legge, e non soltanto per chi le aiuta o le obbliga a farlo come succede invece in Francia o nei Paesi Bassi. Alcuni paesi, come l’Irlanda del Nord e il Regno Unito, di recente hanno eliminato ogni forma di criminalizzazione verso le donne che abortiscono.

In Italia l’articolo 19 della legge 194/78 prevede sanzioni sia per chi “cagiona”, cioè causa, l’aborto senza l’osservanza delle modalità previste dalla legge con reclusione fino a sette anni, sia per chi interrompe la gravidanza. Fino al 2016 la donna che abortiva fuori dai limiti di legge commetteva un reato punito con una multa di 51 euro, che veniva applicata al termine di un procedimento giudiziario. Poi il reato è stato depenalizzato, e ora viene inflitta una sanzione amministrativa che in molti giudicano sproporzionata: nel 1978 (quando la legge è stata approvata) la multa prevista per la donna era di centomila lire, che oggi equivalgono a poco più di quattrocento euro, venticinque volte di meno.

Anche se pochi lo immaginano, la realtà dell’aborto al di fuori dei percorsi previsti dalla legge è ancora presente in Italia ed è lontana dalla rappresentazione che se ne fa. Nell’ultima relazione del ministero della giustizia emerge che i procedimenti penali per aborto in corso al 31 dicembre 2024 erano 211, con 296 persone coinvolte. Questi dati includono tutti i reati, come l’interruzione colposa o non consensuale di gravidanza, mentre la violazione dell’articolo 19 della 194, cioè l’ivg volontaria e consensuale, ma senza osservare le disposizioni di legge, sembra essere più rara.

Nel 2024 i nuovi procedimenti erano solo sette. Anche se per il ministero si tratta di un “fenomeno di dimensioni molto contenute”, secondo le ultime stime dell’Istituto superiore di sanità tra il 2018 e il 2019 si sarebbero verificati tra gli 11mila e i 27mila aborti illegali, cioè tra il 13 e il 27 per cento del totale delle interruzioni di gravidanza, ma questi casi non sono registrati dal ministero. Siccome non si tratta più di un reato, non esistono dati sul numero delle donne multate con la sanzione amministrativa.

“I motivi che portano le persone ad abortire fuori dalla legge sono diversi: preferenza per l’aborto farmacologico, motivi di privacy o sicurezza, mancanza di strutture vicine o l’obiezione di coscienza dei medici”, spiega una portavoce italiana di Women on web, che preferisce rimanere anonima.

Women on web è nata nel 2005 come Women on waves, un’iniziativa che aiutava le donne ad abortire in una clinica mobile allestita su una nave che viaggiava in acque internazionali. Nei primi anni assisteva soprattutto donne provenienti da paesi in cui l’ivg è vietata, mentre ora l’attività si è estesa anche dove l’aborto è legale ma difficile, come l’Italia. “Molte si rivolgono a noi perché non hanno altra scelta, ma negli anni ci siamo accorte che sempre più donne vogliono semplicemente abortire a casa in tranquillità, in telemedicina, che è anche la direzione suggerita dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)”, aggiunge.

Nel 2022, infatti, l’Oms ha pubblicato le nuove raccomandazioni per le cure abortive che includono anche l’aborto autogestito entro la dodicesima settimana. Si tratta della possibilità di interrompere la gravidanza in autonomia con la pillola RU486 e con il supporto, anche a distanza, di personale adeguatamente formato.

Secondo l’Oms, l’aborto farmacologico ha “rivoluzionato l’accesso a cure abortive di qualità a livello globale” e quello autosomministrato “può migliorare in maniera significativa l’accesso, la privacy, la convenienza e l’accettazione del processo abortivo, senza comprometterne la sicurezza e l’efficacia”.

Anche se nel 2022 in Italia il numero di ivg farmacologiche ha superato per la prima volta quello delle ivg chirurgiche, si è ancora lontani da cifre come quelle della Francia, dove quasi l’80 per cento degli aborti avviene con la RU486.

“Fin dall’inizio la pillola abortiva ha trovato un’opposizione sfrenata da parte dei movimenti antiabortisti”, spiega la ginecologa Elisabetta Canitano. “Da un lato si sosteneva che la pillola banalizzasse l’aborto, dall’altro si accusavano i medici di volere abbandonare le donne. Questo ha causato ansia non solo nelle donne, ma anche negli operatori. Quando è stato introdotto, per l’aborto farmacologico era previsto addirittura un ricovero ospedaliero di tre giorni, cosa che non è assolutamente necessaria”.

L’ultimo aggiornamento delle linee d’indirizzo, approvato nel 2020, ha eliminato l’obbligo di ricovero ospedaliero, ha allungato il termine delle settimane di gestazione per l’assunzione della pillola e, soprattutto, ha reso possibile prenderla anche nei consultori. Tuttavia, al momento è possibile farlo solo nel Lazio, in Toscana e in Emilia-Romagna. La Sardegna “ha avviato un percorso” per “rendere possibile questa pratica anche negli ambulatori e nei consultori autorizzati”.

“È colpa del fatto che ancora oggi molti medici sono convinti che l’aborto farmacologico sia troppo difficile da gestire per le donne dal punto di vista emotivo”, conclude Canitano.

Ostilità

Secondo la portavoce di Women on Web la medicalizzazione dell’aborto è aumentata, invece che diminuita. “Per questo nella nostra organizzazione il ruolo del personale medico è importante, ma più laterale. L’help desk, cioè le prime persone con cui ci si interfaccia per una richiesta di aiuto, è tutto formato da personale non medico, perché siamo convinte che dando in anticipo tutte le informazioni chiare e corrette, non usando un linguaggio moralista e giudicante, e trasmettendo competenza, le persone sono perfettamente in grado di gestire i loro aborti”.

Negli ospedali e nei consultori pubblici avviene esattamente il contrario. “Per interrompere una gravidanza in Italia ci sono una serie di elementi che si devono incastrare perfettamente e se anche uno solo di questi va male, significa rallentare e rendere più difficile il processo”, spiegano due attiviste di Obiezione respinta, un gruppo femminista nato nel 2016 che offre sostegno nei percorsi per abortire e mappa dal basso la presenza di obiettori in ospedali e altri presidi.

“Il nostro lavoro consiste soprattutto nel non far sentire sola la persona che vuole abortire. Oltre agli ostacoli del sistema, infatti il problema sta nell’atteggiamento ostile, se non violento, del personale sanitario, che va a sommarsi a un contesto culturale che stigmatizza fortemente l’aborto”, aggiungono. “Queste situazioni interessano soprattutto chi vuole interrompere la gravidanza volontariamente, ma capitano spesso anche con gli aborti terapeutici. In molti casi l’aborto diventa un trauma non per la procedura in sé – che secondo gli studi è per lo più vissuta come un sollievo – ma per il trattamento che si subisce”.

Spesso è proprio una precedente esperienza negativa a spingere le donne a muoversi fuori dal percorso previsto dalla 194, ma non per tutte è una scelta autonoma. Le donne migranti senza documenti o quelle vittime di tratta spesso sono costrette a interrompere la gravidanza attraverso canali non ufficiali, a volte autosomministrandosi farmaci che non sono abortivi, ma che possono causare aborti spontanei come effetto collaterale, con rischi elevati per la salute.

“È un fenomeno che non può essere ricondotto a una sola motivazione, ma deriva da un intreccio di ostacoli strutturali, dinamiche locali e interazioni personali”, spiegano l’antropologa Giuliana Sanò e i sociologi Francesco Della Puppa e Pamela Pasian, che nel 2020 hanno pubblicato una ricerca sulla salute riproduttiva delle donne migranti nella provincia di Verona.

“Senz’altro c’è una mancanza di informazioni su come orientarsi nel sistema sanitario che, insieme alle barriere linguistiche e al timore di sanzioni legate a un eventuale status di irregolarità, comporta il rischio di non accedere alle strutture nei tempi previsti per abortire. Oltre a questi impedimenti logistici, la dimensione dello stigma sociale gioca un ruolo fondamentale: c’è la paura del giudizio, che si può manifestare sia da parte della propria comunità di appartenenza, sia da parte delle operatrici dei centri di accoglienza che ospitano le donne, sia da parte del personale medico”.

Anche in questo caso, è difficile fare una stima del fenomeno. Nel 2024, i procedimenti penali aperti per aborto coinvolgevano trenta persone di origine straniera, cioè il 37 per cento del totale degli indagati. In generale, il tasso di abortività tra le donne straniere è più alto di quello delle italiane e, secondo alcuni, il numero più elevato di aborti spontanei tra le straniere con meno di trent’anni potrebbe mascherare il ricorso ad aborti clandestini.

L’ivg è inserita nell’elenco dei livelli essenziali di assistenza (Lea) che il servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, ed è inclusa tra quelli garantiti anche ai cittadini extracomunitari non in regola con il permesso di soggiorno. Ma la paura – e a volte la coercizione – continua a orientare la salute riproduttiva di molte donne straniere.

“Bisognerebbe intervenire su più livelli, anche attraverso la promozione di politiche migratorie meno restrittive”, aggiungono Pasian, Sanò e Dalla Puppa. “Serve un approccio integrato, in cui i diritti riproduttivi sono assicurati da medici non obiettori e dalla rete dei consultori, ma anche da attività di prevenzione e comunicazione. Infine, è essenziale investire nella formazione del personale sanitario, affinché possa rispondere con competenza alle complessità di un campo in cui le barriere istituzionali si intrecciano con i bisogni sociali e relazionali delle donne”.

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