Kamala Harris ha passato la vita a infrangere barriere e a essere “la prima”: la prima procuratrice distrettuale di San Francisco e poi la prima procuratrice generale della California; la prima donna di origini indiane a essere eletta al senato e ora la prima donna a occupare la carica di vicepresidente degli Stati Uniti. Se Joe Biden deciderà di fare solo un mandato da presidente (come sembra probabile visto che tra quattro anni avrà quasi 82 anni), Harris potrebbe cercare di prendere il suo posto e diventare così la prima donna nera presidente degli Stati Uniti.

Ma lei ha sempre cercato di scrollarsi di dosso questo tipo di etichette. “È stato uno dei problemi più difficili da affrontare quando mi sono candidata per la prima volta. Ti chiedono di definire te stessa in modo da rientrare in una categoria che altre persone hanno creato”, ha detto in un’intervista al Washington Post nel 2019. “Io sono quello che sono. Forse gli altri hanno bisogno d’inquadrarmi, ma a me va bene così”. Kamala Harris non si fa troppe domande sulla sua identità. Si considera semplicemente “un’americana orgogliosa”.

Come era successo a Barack Obama, alcune persone hanno messo in dubbio l’americanità di Harris. Appena Biden l’ha scelta come candidata alla vicepresidenza, ad agosto, sono spuntate teorie complottiste sul suo certificato di nascita, naturalmente amplificate da Donald Trump. Newsweek ha pubblicato un articolo in cui l’autore si chiedeva se Harris, figlia d’immigrati, avesse i requisiti costituzionali per candidarsi. Sua madre, una ricercatrice che si occupava di tumore al seno, era nata in India. Suo padre, un economista, è nero ed è nato in Giamaica. Harris invece è nata a Oakland, in California. Questo, se mai ci fosse bisogno di ribadirlo, la rende cittadina degli Stati Uniti e le permette di candidarsi alla presidenza o di essere vicepresidente.

Secondo Pawan Dhingra, docente di studi americani dell’Amherst college, nel Massachusetts, le origini di Harris “raccontano una parte spesso ignorata della storia degli statunitensi di origine asiatica”. Dhingra sottolinea che queste persone sono sempre state giudicate in base “alla loro capacità di somigliare ai bianchi per livello d’istruzione e per reddito”. Il “mito della minoranza modello” ha spesso contrapposto la comunità nera a quella asiatica. Ma Harris, spiega Dhingra, rompe questo schema. La sua storia personale è piena di riferimenti alla solidarietà tra comunità diverse e all’impegno politico. I suoi genitori, entrambi di sinistra, erano molto attivi nel movimento di protesta degli anni sessanta e settanta. Lei ha dichiarato spesso di aver partecipato al movimento per i diritti civili “dal passeggino”. Dhingra è convinto che Harris sia diventata “un simbolo e una portavoce dei progressisti di origine asiatica”.

Anche il Canada ha rivendicato dei diritti su Harris, visto che dai 12 ai 17 anni la senatrice ha vissuto a Montréal, dove la madre si era trasferita per lavoro (i genitori divorziarono quando Harris aveva sette anni, e fu la madre a crescere lei e la sorella Maya). In Canada Harris fece fatica ad ambientarsi, anche perché la sua scuola era francofona. La frase che ripeteva di più era quoi? quoi? quoi?, che in francese significa “cosa? cosa? cosa?” ma suona anche come “qua qua qua”. Nella sua autobiografia scrive: “Ricordo che mi sentivo una papera”.

Harris al gay pride di San Francisco, giugno 2018 (Josh Edelson, Afp/Getty Images)

Poliziotta o attivista?

Harris entrò in un corpo di ballo femminile chiamato Midnight Magic. Quando non ballava, era in prima fila alle manifestazioni. A tredici anni guidò la protesta dei bambini del quartiere contro le regole che vietavano di giocare sul prato davanti casa. L’iniziativa fu un successo. Anni dopo, quando arrivò il momento del ballo scolastico, Harris faceva parte di un gruppo di studenti che si presentarono senza accompagnatore, in modo da non far sentire esclusi quelli che non ne avevano trovato uno.

Dopo essersi diplomata in Canada, s’iscrisse alla Howard university di Washing­ton, un ateneo frequentato soprattutto da afroamericani. Poi frequentò la facoltà di legge di Hastings, in California. Il Washington Post racconta che durante gli anni universitari Harris “pensava più alla carriera che all’attivismo, frequentando ambienti d’élite e facendo tirocini prestigiosi”.

Kamala Harris è una politica in carriera o una militante? È pragmatica o progressista? Sono anni che si cerca di rispondere a queste domande.

Durante la campagna elettorale molte persone l’hanno definita una “poliziotta”, per via del suo passato da procuratrice in California (il procuratore generale è il responsabile dell’applicazione della legge in uno stato, ed è eletto dai cittadini ogni quattro anni). In una fase segnata dalle violenze dalla polizia, il suo passato nelle forze dell’ordine ha fatto molto discutere. Quando era procuratrice distrettuale di San Francisco, dal 2004 al 2011, Harris si vantò di aver portato in tre anni la percentuale di condanne dal 53 per cento al 67 per cento, il dato più alto del decennio. Inoltre si schierò a favore di una legge che prevedeva l’incarcerazione dei genitori se i figli saltavano abitualmente la scuola.

Il passato di Harris, insomma, è piuttosto complesso. E il futuro? Come vicepresidente si sposterà su posizioni progressiste o resterà al centro?

Come procuratrice generale della California, tra il 2011 e il 2017, Harris si oppose alla scarcerazione anticipata dei detenuti condannati per crimini non violenti, sostenendo che gli istituti carcerari rischiavano di perdere “un’importante fonte di manodopera”. Dopo che Michael Brown fu ucciso a Ferguson, in Missouri, nel 2015, Harris non ascoltò gli inviti degli attivisti che chiedevano di indagare sulle violenze commesse dalla polizia a San Francisco (anni dopo ha cambiato idea e ha condannato gli abusi delle forze dell’ordine).

Tutto questo comunque non ha impedito alla destra di sostenere che Harris fosse una socialista radicale. In un’intervista a Fox Business, il presidente Trump l’ha definita “la persona più di sinistra nel senato”. In realtà Harris non sembra seguire un preciso programma politico. Una delle critiche che le sono state rivolte è proprio quella di essere incoerente. Nel 2004, per esempio, promise ai cittadini di San Francisco che si sarebbe opposta alla pena di morte. Ma nel 2014, dopo che un giudice federale l’aveva dichiarata incostituzionale in California, presentò un ricorso contro quella decisione.

Durante la campagna elettorale Harris è sembrata indecisa se schierarsi con l’ala progressista del partito o con quella più moderata. Inizialmente aveva detto di essere favorevole a un sistema sanitario pubblico e universale, come quello proposto dal senatore Bernie Sanders, poi ha fatto marcia indietro e ha chiarito di preferire una riforma più contenuta.

Senza paura

Mary Kay Henry, leader del Service employees international union, un sindacato che rappresenta quasi due milioni di lavoratori negli Stati Uniti e in Canada, non crede che Harris sia un’ipocrita. Ricorda che da procuratrice generale della California “ha sostenuto più volte le rivendicazioni dei lavoratori. Durante la crisi finanziaria ha difeso i nostri iscritti che rischiavano un pignoramento, e le leggi che ha sostenuto hanno contribuito a evitarne decine di migliaia”. Harris introdusse anche alcuni provvedimenti per garantire i diritti dei lavoratori domestici e appoggiò l’aumento del salario minimo a 15 dollari all’ora. “Per tutta la vita ha combattuto per assicurarsi che gli Stati Uniti fossero un paese in cui la libertà è per tutti, a prescindere dal genere, dal reddito o dalla comunità di appartenenza”.

Stati Uniti
La mappa del voto
fonte: the washington post

◆ Il 7 novembre del 2020, quattro giorni dopo il voto, la vittoria alle presidenziali è stata assegnata a Joe Biden, il candidato del Partito democratico.

◆ L’affluenza alle urne è stata molto alta. Hanno votato almeno 160 milioni di statunitensi, il 67 per cento dell’elettorato. Con circa 77 milioni di voti, Biden è il candidato più votato nella storia delle presidenziali. Il presidente uscente Donald Trump, con 72 milioni di voti, è il secondo più votato.

◆ Biden ha vinto in tre stati che nel 2016 avevano votato per Trump: Pennsylvania, Michigan e Wisconsin. Inoltre è vicino alla vittoria anche in Arizona e Georgia, dove lo scrutinio è ancora in corso.

◆ I democratici hanno mantenuto il controllo della camera. Per sapere chi avrà la maggioranza al senato bisognerà aspettare gennaio, quando ci saranno i ballottaggi per due seggi in rappresentanza della Georgia.


Il passato di Harris, insomma, è piuttosto complesso. E il futuro? Come vicepresidente si sposterà su posizioni progressiste o resterà ancorata al centro? Anche in questo caso rispondere potrebbe essere piuttosto complesso. Harris è legata all’ala conservatrice del Partito democratico rispetto ai rapporti con Israele, e a quella più progressista sulla crisi climatica. Sostiene il new deal verde e ha promesso che farà di tutto per eliminare le regole che consentono l’ostruzionismo in senato, in modo che il provvedimento passi. Ha anche detto che chiederà al dipartimento di giustizia di tenere sotto controllo le attività delle compagnie petrolifere. È probabile che Harris cercherà di portare il tema del razzismo strutturale al centro del dibattito pubblico, ma non è chiaro fino a che punto si spingerà per combatterlo.

Parlando della pandemia, ha sottolineato come i neri e gli ispanici siano stati colpiti in modo sproporzionato dal covid-19 e ha annunciato che saranno introdotti corsi di formazione contro il razzismo per gli operatori sanitari. È un passo importante, ma resta una risposta simbolica a un problema strutturale. Inoltre Harris non ha una posizione chiara sull’immigrazione. In passato ha detto che la sua priorità sarebbe stata “mettere fine alla guerra contro gli immigrati” cominciata dall’amministrazione Trump e ha sostenuto di voler portare avanti una riforma incisiva. Ma finora non ha fatto proposte concrete.

L’immigrazione non è l’unico tema su cui Harris vorrà prendere le distanze da Trump. La futura vicepresidente ha detto che sotto la guida della nuova amministrazione il dipartimento di giustizia dovrà indagare sui tentativi di ostacolare le indagini sui rapporti tra i repubblicani e il governo russo. Questa promessa dovrebbe spaventare Trump: Harris ha dimostrato più volte di non avere paura quando si tratta di affrontare uomini di potere. Basta vedere l’aggressività con cui la senatrice ha interrogato il giudice Brett Kavanaugh durante le audizioni per la sua conferma alla corte suprema, nel 2018.

Di sicuro Kamala Harris potrà contare sul sostegno della famiglia. Il marito, Douglas Emhoff, è un avvocato d’azienda che ha preso un congedo per aiutarla in campagna elettorale. Harris ed Emhoff si sono conosciuti a un appuntamento al buio, e si sono sposati nel 2014. Harris ha stretto “un’amicizia sincera” con l’ex moglie di Emhoff (anche lei ha collaborato alla campagna elettorale) e ha un rapporto affettuoso con i figli del marito, che la chiamano “Momala”. “A volte scherziamo dicendo che la nostra famiglia moderna è fin troppo funzionale”, ha scritto Harris nella sua autobiografia.

A prescindere da cosa riserverà il futuro, la vicepresidenza di Harris è un evento storico. Sarà la prima donna nera e di origine asiatica a ricoprire la seconda carica politica più importante del paese. È una novità enorme, soprattutto dopo quattro anni di Donald Trump. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1384 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati