Carole Cadwalladr non corrisponde allo stereotipo del giornalista britannico. Molti suoi colleghi sono considerati cinici ma affabili, mentre lei è coscienziosa, ma irascibile. E non si limita a scrivere articoli, fa anche l’attivista. Per i suoi estimatori, è una specie di icona: una guerriera coraggiosa sempre alla ricerca della verità, decisa a svelare la corruzione del sistema politico. Come Bob Woodward e Carl Bernstein, ma in salsa Brexit. Si batte instancabilmente per quello che considera giusto. Per i suoi nemici, invece, è una complottista isterica di mezza età che ha spinto i suoi articoli oltre la verità fattuale. O, come l’ha definita il giornalista della Bbc Andrew Neil, “una gattara impazzita”.
Cadwalladr potrebbe passare alla storia come una delle giornaliste più influenti della sua epoca. Le sue rivelazioni sulla raccolta indiscriminata di dati prelevati da Facebook da parte dell’azienda di consulenza Cambridge Analytica per influenzare le elezioni negli Stati Uniti e in altri paesi hanno cambiato il nostro modo di parlare di Facebook. I suoi articoli sulle illegalità commesse da Vote leave, la principale organizzazione che ha fatto campagna elettorale a favore della Brexit, hanno alimentato un movimento per la riforma elettorale. Le sue inchieste hanno fatto scattare indagini della magistratura, hanno contribuito a portare Mark Zuckerberg di fronte al congresso statunitense e hanno avuto un ruolo importante nel processo che ha costretto Facebook a pagare una multa miliardaria. Cadwalladr ha vinto più di una decina di premi ed è stata finalista per il Pulitzer. Ma la sua ascesa, paradossalmente, ha fatto salire anche il numero dei suoi nemici. Gli esponenti di Vote Leave un tempo erano solo personaggi marginali legati al referendum del 2016. Ora dominano il governo di Boris Johnson. Dominic Cummings, ex direttore della campagna dell’organizzazione – che ha accusato Cadwalladr di aver diffuso “teorie del complotto folli” – è uno dei consulenti più fidati del primo ministro.
Quando la Brexit ha scatenato una guerra culturale nel Regno Unito, lei è diventata un parafulmine. La sua parabola è sintomatica dello stato dei mezzi d’informazione di un paese in cui i social network possono trasformare un’attivista in una stella. Ma come ha fatto Cadwalladr a diventare la più discussa giornalista britannica? Dobbiamo considerarla una giornalista? O è più un’attivista?
Per conoscerla meglio nel 2019 ho passato un po’ di tempo con lei e ho seguito il suo lavoro. Per mesi ci siamo scambiati messaggi. Il nostro primo incontro non si è svolto nella redazione del Guardian nel centro di Londra, ma nel suo appartamento, tra fiori e muri bianchi, un’abitazione privata in un isolato di edilizia pubblica, piena di poster e manifesti di epoca comunista e a pochi passi da alcune delle zone più raffinate del nord di Londra. Accucciata ai suoi piedi ho trovato Meg, un incrocio tra un collie e un retriever. In casa non c’erano gatti.
Prima di diventare famosa, Cadwalladr stava lavorando con un amico a una sceneggiatura per una serie televisiva. La trama era incentrata su alcune donne che sono reclutate dai servizi segreti britannici grazie alle loro abilità nascoste e alla loro intelligenza. Un tipo di personaggio che ricorda da vicino Cadwalladr: una donna divertente, con una propensione per le parolacce, eccessivamente alla mano, catapultata in un mondo di spie.
Capelli rosa
Quando ha cominciato a indagare su Cambridge Analytica, Cadwalladr non aveva nemmeno un pass permanente per entrare nella redazione del Guardian. Anche se il quotidiano ha un gruppo di giornalisti a tempo pieno a Londra e in altre sedi, come altre testate, lavora con i freelance e li paga per singoli articoli. Le inchieste complesse e rischiose sulla raccolta di dati da parte dell’Agenzia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti (Nsa) e Cambridge Analytica sono state realizzate in parte (o forse del tutto) da freelance. In realtà il Guardian si era già occupato della società di consulenza prima che lo facesse Cadwalladr, ma senza sfruttare al meglio l’occasione.
È convinta che i conservatori abbiano ricevuto soldi “dagli oligarchi russi”
Nel 2017, dopo aver pubblicato un articolo sui legami tra Facebook e il miliardario statunitense Robert Mercer, fondatore di Cambridge Analytica, Cadwalladr ha cominciato a contattare gli ex dipendenti della società su LinkedIn. Alla fine le hanno presentato Christopher Wylie, un ex dipendente dai capelli rosa che sarebbe diventato il suo informatore. “È la versione gay e divertente di Edward Snowden”, ha detto Cadwalladr ai suoi colleghi. Quando la giornalista ha presentato il suo lavoro all’Observer, l’edizione domenicale del Guardian, i redattori le hanno risposto che l’avrebbero pubblicato sotto forma di notizia. Convinta che la storia non poteva essere raccontata in poche centinaia di parole, Cadwalladr ha abbandonato la riunione, portando la sua inchiesta alla redazione (tutta al femminile) della New Review, una sezione dell’Observer dedicata alla cultura e alle recensioni. “Ho detto: ‘Ok, dovranno occuparsene le donne’”, ricorda scherzando.
L’articolo, frutto di un anno di lavoro, sarebbe stato pubblicato un mese dopo, sia sulla New Review sia, in forma ridotta, sulle pagine del giornale. Durante la preparazione dell’articolo Cadwalladr ha continuato a parlare e lavorare con Wylie quasi ogni giorno. Il loro rapporto illustra alla perfezione lo stile giornalistico di Cadwalladr. Lei non lavora come un reporter tradizionale, che mantiene le distanze. Al contrario, stringe relazioni intense (e secondo chi la critica immorali) con i temi e le persone di cui si occupa.
Cadwalladr ha aiutato Wylie a trovare una rappresentanza legale per poter parlare pubblicamente. Gli avvocati di Wylie hanno cercato una copertura finanziaria per affrontare le spese legali in caso di denuncia. Qualcuno potrebbe considerare la disponibilità di Cadwalladr ad assicurare assistenza economica a una fonte come una violazione degli standard giornalistici. Ma Cadwalladr crede che il suo rapporto stretto con Wylie sia stato fondamentale per tenere informata l’opinione pubblica. “Un giornalista statunitense, abituato a trattare le fonti con distacco, non avrebbe potuto scrivere questi articoli”, spiega.
Dato che non era una dipendente a tempo pieno del Guardian, il quotidiano esercitava un controllo limitato sul suo lavoro. Anche per questo ha potuto abbattere il confine tra giornalismo e attivismo. Nonostante il parere contrario degli avvocati del quotidiano, prima della pubblicazione dell’articolo Cadwalladr ha accettato la richiesta delle autorità britanniche di condividere parte delle informazioni in suo possesso nell’ambito di un’indagine ufficiale su Cambridge Analytica.
Per scrivere l’articolo, si è affidata molto alla narrazione. D’altronde, per far capire a tutti un complicato intrigo tra dati, tecnologia e finanziamenti politici ci voleva una consumata scrittrice più che una reporter d’inchiesta. In ogni caso la presentazione del Guardian ha suscitato le reazioni negative di alcuni giornalisti. I sostenitori della Brexit, invece, hanno accusato Cadwalladr di non aver mostrat0 il dovuto scetticismo rispetto alle tesi di Wylie. Nick Clegg, ex vicepremier britannico e attualmente vicepresidente di Facebook per i rapporti globali e le comunicazioni, ha smentito la tesi secondo cui Cambridge Analytica avrebbe influenzato il referendum sulla Brexit.
L’approccio adottato da Cadwalladr nella sua inchiesta era piuttosto familiare a Shahmir Sanni, un ex volontario di Vote leave che aveva denunciato le spese eccessive dell’organizzazione. Quando Sanni si è accorto delle irregolarità, Wylie lo ha messo in contatto con Cadwalladr. La giornalista, a quel punto, l’ha trasformato in un tassello centrale del suo lavoro. Come già fatto con Wylie, Cadwalladr ha presentato Sanni come un eroico informatore. “Cadwalladr è contemporaneamente un’attivista e una giornalista”, mi ha confermato Sanni.
Quando ci siamo conosciuti, Cadwalladr stava accumulando premi più rapidamente di quanto molti giornalisti accumulino articoli firmati. Ma quei trionfi sembravano non avere importanza. Cadwalladr aveva i nervi a pezzi ed era anche traumatizzata dalla sua personale supernova su Twitter.
Cadwalladr deve difendersi da organizzazioni faziose come il sito pro Brexit Guido Fawkes, che ha pubblicato diversi articoli per screditare il suo lavoro. Dopo aver subìto gli attacchi e le minacce legali di alcuni leader del movimento favorevole alla Brexit, Cadwalladr è arrivata alla conclusione che sia in corso una “campagna coordinata” contro di lei. Accusa la Bbc di non essere più imparziale e di aver “coperto” i reati emersi dalle sue inchieste. Ha querelato Channel 4 News, con cui in passato aveva collaborato, per aver tentato d’infrangere un accordo di pubblicazione contro il volere delle sue fonti. Spesso Cadwalladr prende di mira altre testate, come BuzzFeed.
Niente scuse
Un ulteriore elemento che distingue la crociata di Cadwalladr dalla normale autopromozione giornalistica è il fatto che il suo lavoro manifesta un chiaro obiettivo politico: “È un’inchiesta sulla Brexit in stile Mueller”, ha dichiarato riferendosi al procuratore speciale che ha indagato sul Russiagate negli Stati Uniti. Grazie al suo metodo, Cadwalladr è riuscita a mobilitare i sostenitori dell’adesione del Regno Unito all’Unione europea. Nel frattempo la giornalista ha continuato a partecipare ai dibattiti e a scagliarsi contro i suoi oppositori. Riceve insulti sessisti, che mi ha mostrato sul telefono. Uno dei più estremi è un video in cui viene ripetutamente colpita alla testa mentre sullo sfondo suona l’inno russo. Il video è stato pubblicato su Twitter da Leave, un’altra organizzazione favorevole alla Brexit gestita dall’imprenditore Arron Banks. “Cercano di umiliarmi perché non sono sposata, non ho figli e sono una donna di mezza età”. Molti degli attacchi sembrano prendere spunto dall’insulto del giornalista della Bbc Andrew Neil. I troll denigrano Cadwalladr ricordandole che “è il momento di dare da mangiare al gatto” o annunciando che “la gattara ha ricominciato a dare di matto”. Neil non si è mai scusato.
Paul Webster, direttore dell’Observer, sottolinea che i giornalisti britannici sono sempre stati più litigiosi rispetto a quelli statunitensi. In futuro, secondo Webster, le grandi inchieste potrebbero essere tutte così, con giornalisti-star il cui lavoro verrà esaltato dai fan e massacrato dai troll.
◆ 1969 Nasce a Taunton, nel Regno Unito.
◆ 2006 Dopo aver studiato giornalismo a Oxford, pubblica il suo primo romanzo, intitolato The family tree.
◆ 2018 Pubblica sull’Observer la prima parte di un’inchiesta che svela l’uso scorretto di dati prelevati da Facebook da parte di un’azienda di consulenza, la Cambridge Analytica.
Cosa riserva il futuro? La risposta è legata a una parola che di questi tempi può creare o distruggere la reputazione di una testata, su entrambe le sponde dell’Atlantico: Russia. La campagna di Cadwalladr e la sua immagine online – ma non la sua attività giornalistica – si basano molto sull’idea di un coinvolgimento di Mosca nella Brexit. Cadwalladr ha accusato Arron Banks e il leader del Brexit party Nigel Farage di aver accettato fondi esteri, ponendo l’accento sui contatti tra la campagna per l’uscita dall’Unione e alcuni “gruppi allineati con il Cremlino”. Secondo Cadwalladr sia i conservatori al governo sia i laburisti “hanno buoni motivi per non indagare sui legami con la Russia”. La giornalista, infatti, è convinta che i conservatori abbiano ricevuto soldi “dagli oligarchi russi” e che Sumas Milne, consigliere del leader laburista Jeremy Corbyn, abbia “opinioni filoputiniane”. Su Twitter ha scritto che questo ha influenzato l’ambigua posizione del partito sulla Brexit.
Le tesi di Cadwalladr non sono passate inosservate tra i colleghi. Le sue ipotesi (non dimostrate) sulla Brexit e su Boris Johnson l’hanno trasformata nel principale bersaglio del sarcasmo della politica britannica. Dove la porterà tutto questo? Farà la fine di Glenn Greenwald, ritrovandosi con un manipolo di sostenitori fedeli su una piattaforma giornalistica di nicchia?
Cadwalladr ha aperto un conto sulla piattaforma di crowdfunding Patreon, per finanziare il suo lavoro. Sostiene di voler usare i fondi per creare un sito che sarà chiamato The Citizen. L’obiettivo è mescolare impegno politico e giornalismo.
L’avvento di Johnson e Cummings a Downing street ha moltiplicato le donazioni, ma ha anche inasprito le tensioni. Le inchieste di Cadwalladr hanno messo pressione su Cummings. A marzo del 2019 il consulente speciale del primo ministro è stato giudicato colpevole di ostruzione dell’attività parlamentare dopo che si era rifiutato di comparire davanti una commissione d’inchiesta sulle notizie false, il cui programma era basato in gran parte sulle rivelazioni di Cadwalladr. Il nuovo primo ministro, nel frattempo, definiva “una fesseria” un video diffuso dalla giornalista in cui si vede Steve Bannon vantarsi dei propri legami con Johnson.
Ad aprile, in un intervento nell’ambito delle conferenze Ted, Cadwalladr accusava Aroon Banks di mantenere una “relazione nascosta con il governo russo”. Banks le ha fatto causa. Reporter senza frontiere e altre organizzazioni per la libertà di stampa hanno scritto al governo per difenderla. L’azione legale ha deteriorato il rapporto tra Cadwalladr e il Guardian. Secondo la giornalista, il quotidiano si sarebbe rifiutato di coprire le spese legali. Un portavoce del gruppo editoriale ha dichiarato che l’azienda, pur non avendole offerto un sostegno finanziario, ha contribuito in altri modi, per esempio collaborando con le organizzazioni per la difesa delle libertà di stampa e continuando a pubblicare gli articoli di Cadwalladr.
Un quadro poco chiaro
Per il momento, all’apice della sua fama, la reputazione e i processi di Cadwalladr sono in bilico, legati a doppio filo alla dimostrazione di un coinvolgimento della Russia nella Brexit e nell’elezione di Trump. A marzo Vote leave ha ammesso di aver commesso le irregolarità denunciate da Sanni, anche se non sono emerse prove di un finanziamento russo. In Europa sono state raccolte diverse prove di un tentativo da parte di Mosca d’influenzare i partiti di destra, ma negli Stati Uniti e nel Regno Unito il quadro è meno chiaro. L’indagine di Mueller su Trump non ha dimostrato una congiura tra la Russia e i dirigenti della campagna elettorale di Trump.
A ottobre del 2018 l’agenzia britannica National crime agency (Nca) ha aperto un’indagine sui fondi di Banks. Alcuni pensavano che il procedimento avrebbe potuto stabilire se il denaro versato a suo nome alle organizzazioni favorevoli alla Brexit provenisse dall’estero. Cadwalladr è convinta di un coinvolgimento di Banks. L’Nca però lo ha scagionato. Se Cadwalladr si sbaglia, l’intera narrativa Brexit-Trump-Russia rischia di sgonfiarsi, e lo stesso vale per la sua carriera. Se invece ha ragione, potrebbe conquistarsi un posto di rilievo nella storia del giornalismo. “Non potrebbero più sminuirmi e dire che sono una complottista”, mi ha confidato. Ma la verità è che molte persone potenti, a Londra, continueranno a farlo. A prescindere da quello che lei pubblica. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1342 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati