Bisogna immaginare una grande marea umana. Un’ondata di centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini che si abbatte su un territorio stretto e sovrappopolato. Inonda i campi, ricopre le colline, invade le città. Penetra nelle scuole e nelle botteghe, s’infiltra negli edifici in rovina, nei recessi più angusti, al primo piano di una moschea, nel seminterrato di uno stadio di calcio.

È così da tre mesi nella provincia di Idlib, l’ultimo bastione dell’opposizione contro il presidente Bashar al Assad nel nordovest della Siria, al confine con la Turchia: un flusso di persone sradicate, cacciate dai bombardamenti del regime siriano e del suo alleato russo, ha sommerso il paesaggio. Secondo i calcoli delle Nazioni Unite sono un milione. Si riconoscono a molti chilometri di distanza, dal telo di plastica blu che spesso gli fa da tetto, piccola macchia di colore in un universo di cemento, pietra e polvere.

Il 6 marzo, con il permesso delle autorità turche, Le Monde è potuto entrare in questo territorio dove tre milioni di persone vivono intrappolate tra le forze vicine al regime, che sperano di riconquistare la provincia, e la polizia di Ankara, che non lascia più attraversare la frontiera a nessuno. La visita di dieci ore, in questo mondo tagliato fuori dal mondo, è stata consentita anche dal Governo di salvezza, l’organismo responsabile dell’amministrazione nella zona ribelle, legato al gruppo armato Hayat tahrir al Sham (Hts), la forza dominante a Idlib. Ha coinciso con il primo giorno del cessate il fuoco negoziato la sera precedente a Mosca dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e dal russo Vladimir Putin.

**Senza carne né frutta **

Seduta a gambe incrociate in un campo per sfollati nei dintorni di Sarmada, la prima località che s’incontra superata la frontiera a Bab al Hawa, un’anziana dal viso color rame sbuccia le patate. La chiamano Hajja Fatma. Vive in una tenda di quindici metri quadrati con sette nipoti. Ragazzini con i capelli spettinati e i vestiti sporchi, le cui grida si mescolano al belare della capra che il vicino di tenda ha portato con sé nella fuga. “La notte, quando le temperature precipitano e non abbiamo più nulla da bruciare, avvolgiamo i piccoli nelle coperte e ci stringiamo a loro, perché restino al caldo”, racconta Hajja Fatma, che sa dei molti bambini morti di freddo nelle ultime settimane. Il campo si trova sul ciglio di una strada e conta una cinquantina di tende. Alcuni indumenti sono ad asciugare su una corda tesa tra due pali di legno. Dei galli corrono tra alcune cisterne d’acqua che aspettano di essere riempite. Le strade non sono asfaltate. L’unico prefabbricato è il blocco dei bagni. Quando a febbraio le piogge violente si sono abbattute sulla regione tutto l’accampamento si è allagato. “È stato come vivere nelle fogne”, racconta Hajja Fatma, mentre tormenta le sue grandi mani callose.

Per la sussistenza gli abitanti dipendono dagli aiuti distribuiti dall’Onu: riso, farina, olio, lenticchie e zucchero. Quando i viveri finiscono bisogna stringere la cinghia. Capita anche che gli sfollati vendano il loro pacco alimentare per pagare l’affitto della tenda, spesso molto costoso. “Non mangio carne da mesi, per non parlare della frutta”, aggiunge Fatma, ridendo. “La vostra presenza mi mette di buon umore. Spero che, grazie a voi, la nostra voce sia ascoltata”.

Suo figlio, Mohammed Abud, ha quarant’anni e indossa una giacca di pelle e una galabeya verde. Dice che l’accordo tra Putin ed Erdoğan ha consolidato l’avanzata delle truppe di Assad nel sud della provincia di Idlib e nella campagna a ovest di Aleppo, da dove viene la sua famiglia, e tornare indietro ormai è impossibile. “Assad è un porco e un bugiardo, non ci fidiamo di lui. Alcune persone che sono tornate a vivere nelle loro case dopo essere fuggite dai combattimenti sono state arrestate nel giro di poche settimane. Il nostro futuro è la Turchia”, conclude, ipotizzando di attraversare la frontiera di notte con un trafficante.

Khaled Murad, trent’anni, occhi chiari e voce dolce, originario di Jebel Zawiya, una zona conquistata di recente dalle forze vicine al regime, c’invita nella sua tenda, coperta di tappeti e materassi. Era un ribelle, ma ha deposto le armi nel 2015 per la rabbia di dover passare più tempo a combattere le fazioni rivali che le forze di Damasco. Murad prevede una ripresa dei bombardamenti: “Il cessate il fuoco non durerà, perché il regime ci considera tutti dei terroristi. A meno che non avvenga un miracolo, non rivedremo mai le nostre terre”.

È venerdì, il giorno di riposo settimanale, e il traffico sulla strada da Sarmada a Idlib, la capitale della provincia, scorre fluido. Solo poche settimane fa era pieno di veicoli: da un lato i pick-up dei ribelli e i blindati dell’esercito turco schierati in loro sostegno, che andavano verso la linea del fronte; dall’altro le famiglie in fuga, ammassate nelle automobili o nei camion pieni di coperte e materassi.

Ora il paesaggio scorre veloce, costellato dai teloni blu dei campi profughi. Si distinguono in cima alle colline, negli uliveti o nei prati, sulle colture a terrazzamenti e ai margini dei villaggi. Da lontano si vedono anche i due villaggi sciiti di Foua e Kefraya , con le facciate degli edifici devastate dalle raffiche di proiettili. Sono stati a lungo assediati dai ribelli, e la popolazione è stata trasferita a più riprese tra il 2015 e il 2018 in cambio della fine dell’assedio di due città che si opponevano ad Assad: Zabadani e Madaya, a ovest di Damasco.

I posti di blocco militari sono spariti, probabilmente per non diventare bersaglio dell’aviazione russa e siriana. Ai pochi checkpoint rimasti alcuni uomini armati fanno fluire il traffico con gesti meccanici. Entriamo nella città di Idlib, roccaforte dell’Hts, senza il minimo controllo. Sulla piazza centrale c’è un grande cartello che chiama alla mobilitazione e ha come sfondo foto di combattenti. “Non c’è alternativa alla lotta”, si legge, e sotto sono riportati i numeri di telefono da chiamare per unirsi alla resistenza armata.

Ma all’interno della città l’Hts non è molto visibile. L’unico uomo in divisa nella piazza è il guardiano del museo delle antichità. Un’istituzione nota per la sua collezione di tavolette cuneiformi, che ha subìto sia i bombardamenti dell’esercito siriano sia il saccheggio dei gruppi ribelli, e che oggi è chiusa. Sotto la pressione del regime, ma anche dell’esercito turco e delle milizie siriane alleate di Ankara arrivate in massa negli ultimi mesi, i salafiti cercano di non dare nell’occhio.

Come un cappotto

Idlib porta i segni di nove anni di guerra. È grigia, triste, disseminata di edifici sventrati e cumuli di macerie, con le bombe che cadono a intervalli regolari. Ma a differenza di altre città della regione, distrutte e sgombrate con la forza, Idlib è ancora viva. Il giardino pubblico è pieno di famiglie venute ad assaporare le prime ore del cessate il fuoco. È uno dei primi giorni dal dicembre del 2019 in cui le sirene che avvertono la popolazione dell’arrivo di un aereo non suonano. Anche Disneyland ne approfitta. Si tratta di un ristorante dotato di un’area giochi, che ha aperto sei mesi fa durante una pausa nei combattimenti, in cui in questo momento sono seduti circa venti clienti. Alcuni adolescenti giocano a pallacanestro, tra l’odore di frittura e di carne grigliata. Due ragazzini si danno il cambio su un cavallo a dondolo elettrico. “La gioia dei bambini è la nostra gioia”, dice il gestore del locale, mentre un omone in divisa militare si siede a un tavolo, con un neonato in braccio. Prima di entrare nel ristorante l’uomo ha affidato il suo kalashnikov a un guardiano, come fosse un cappotto.

Ma basta aprire una porta, arrampicarsi su una scala, per ritrovare il dramma degli sfollati. Il primo piano della grande moschea della città, la sala tradizionalmente riservata alle donne, risuona delle grida dei bambini. Circa cento giovani scappati da Saraqeb, una città più a est di recente conquistata dalle forze vicine ad Assad, vivono lì con le loro madri, spossate dalla fatica. Wissal al Jamal ha dieci anni e la mano destra ridotta a un moncherino. “Stavamo festeggiando il compleanno di mio fratello a casa dei vicini”, racconta con un tono monocorde, con la serietà di una bambina cresciuta troppo in fretta. “Sono andata a fare un riposino, così mi sono salvata. La bomba è caduta su mia madre e mio fratello, che sono morti. Io sono stata solo ferita. Ho cominciato a imparare a scrivere con la mano sinistra”.

Anche lo stadio comunale è stato requisito. Le persone scampate alla guerra si ammassano tra le gradinate, gli spalti e il seminterrato. Solo il prato è stato risparmiato. “Una grande tenda lì sarebbe stata un bersaglio perfetto per gli aerei di Assad”, spiega Abdel Razek Awad, responsabile locale dell’ong siriana Violet. In un salone accanto alle docce l’organizzazione ha messo su un dormitorio per una quarantina di famiglie. Teloni usati come tappeti, materassi allineati contro i muri e stufe a carbone per il riscaldamento. “Questo stadio era un luogo di festa, ora è un posto pieno di tristezza”, dice Awad.

Attraversare la frontiera

Lo sguardo di Samira Dahul, un’anziana imbacuccata in un giubbotto di lana blu, s’incupisce al pensiero dei figli, di cui ha perso le tracce nella fuga. “Credo che alcuni siano andati in Libano, mentre tre sono morti negli scontri. Ora sono completamente sola”, balbetta. Accanto a lei, con il viso avvolto in un elegante velo verde, Hasna Mustafa, sulla quarantina, piange per la sua casa di Jebel Zawiya: “Volevo rimanere vicina alla tomba di mio figlio, morto in combattimento. Non sopporto l’idea che lui senta che sono andata via. Ma so che non avrei potuto vivere con quelli che l’hanno ucciso. E comunque il regime non ci vuole. Non ci sarà ritorno, lo sappiamo bene”.

È questo il messaggio dei dannati di Idlib. Il loro esodo non è la sfortunata conseguenza della guerra. È l’obiettivo stesso del conflitto. “Il regime di Assad vuole cacciarci tutti”, spiega Awad. “Sa che non potrà controllare la regione fino a quando questa gente, che gli è fondamentalmente ostile, resterà qui. Se nessuno lo ferma è capace di arrivare a spazzare via perfino le tende degli sfollati”.

Consapevoli di trovarsi di fronte a una guerra di sterminio, quasi tutti convinti che la tregua non durerà, alcuni siriani di Idlib tentano il tutto per tutto: attraversare il confine turco. Un’impresa costosa e pericolosa, riservata ai più temerari. La maggior parte di quelli che la tentano viene rispedita indietro, nel migliore dei casi con qualche segno delle botte inflitte dalle guardie turche, nel peggiore con un proiettile in corpo. Gli altri tengono duro, si danno da fare, con l’energia folle della disperazione. “Preferisco mangiare sassi nel mio paese piuttosto che andare in Germania”, dice Hasna con rabbia.

A un certo punto la strada di Idlib incrocia la ferrovia che collega Aleppo e Lattakia. Dopo il ponte le rotaie sono state divelte per centinaia di metri. Chi l’ha fatto probabilmente ha rivenduto il bottino a un robivecchi. Sopra la scarpata su cui passava il treno sono state montate delle tende. Non è la sistemazione migliore. Ma la posizione leggermente sopraelevata protegge il campo dalle inondazioni. Idlib: l’ostinata, accanita, sopravvivenza. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1350 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati