Il capitalismo governa il mondo. Con pochissime eccezioni, in tutto il pianeta la produzione economica è organizzata nello stesso modo: il lavoro è volontario, il capitale è per lo più in mani private e la produzione è coordinata in modo decentralizzato e motivata dal profitto. Non esiste un precedente storico per un trionfo di questa portata. In passato il capitalismo – nella Mesopotamia del sesto secolo aC o nell’impero romano, nelle città-stato italiane del medioevo o nei Paesi Bassi della prima era moderna – ha dovuto coesistere con altri modi di organizzare la produzione. Tra questi c’erano la caccia e l’agricoltura su piccola scala, la servitù della gleba e la schiavitù. Fino a un centinaio d’anni fa, quando la produzione industriale e il commercio mondiale permisero la nascita della prima forma di capitalismo globalizzato, molti di questi modi di produzione alternativi esistevano ancora. Dopo la rivoluzione russa del 1917 il capitalismo si spartì il mondo con il comunismo, che estese il suo dominio su circa un terzo della popolazione globale. Oggi il capitalismo è l’unico sistema di produzione rimasto.
Sempre più spesso i commentatori occidentali parlano di “tardo capitalismo”, come se il sistema economico attuale fosse sul punto di scomparire. Altri sostengono che il capitalismo sia nuovamente minacciato dal socialismo. Ma la verità è che il capitalismo è destinato a durare e non ha concorrenti. Tutte le società hanno introiettato il suo spirito competitivo e insaziabile, senza il quale i redditi diminuiscono, la povertà aumenta e il progresso tecnologico rallenta. La vera battaglia oggi è interna al capitalismo, tra due modelli che si scontrano l’uno con l’altro.
Nella storia umana il trionfo di un sistema o di una religione è spesso seguito da uno scisma tra le varianti dello stesso credo. Dopo essersi diffuso nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, il cristianesimo fu attraversato da feroci dispute ideologiche che sfociarono nella prima grande spaccatura religiosa tra chiesa orientale e chiesa occidentale. Lo stesso vale per l’islam, che dopo la sua vertiginosa espansione si divise in sciiti e sunniti, e per il comunismo, che ebbe una versione sovietica e una maoista. Sotto questo aspetto, il capitalismo non fa eccezione: oggi dominano due modelli, che si differenziano dal punto di vista politico, economico e sociale.
Negli stati dell’Europa occidentale, in Nordamerica e in altri paesi, come l’India, l’Indonesia e il Giappone, domina una forma meritocratica liberale di capitalismo: un sistema in cui gran parte della produzione è affidata al settore privato, che incentiva i talenti a emergere e cerca di garantire opportunità a tutti attraverso misure come la scolarizzazione gratuita e le tasse di successione. Poi esiste il capitalismo guidato dallo stato. La Cina è l’esempio principale, ma questo sistema sta emergendo anche in altre parti dell’Asia (Birmania, Singapore, Vietnam), in Europa (Azerbaigian, Russia) e in Africa (Algeria, Etiopia, Ruanda). È un sistema che privilegia alti tassi di crescita economica e limita i diritti politici e civili delle persone.
Queste due versioni del capitalismo sono in competizione perché sono profondamente intrecciate tra loro. L’Asia, l’Europa occidentale e il Nordamerica, che insieme rappresentano il 70 per cento della popolazione mondiale e l’80 per cento della produzione economica, sono costantemente in contatto attraverso il commercio, gli investimenti, il movimento delle persone, il trasferimento di tecnologie e lo scambio d’idee. Queste connessioni e collisioni hanno creato tra l’occidente e alcune parti dell’Asia una competizione resa ancora più accesa dalle differenze tra i rispettivi modelli di capitalismo. Sarà questa rivalità, e non quella tra il capitalismo e un sistema alternativo, a determinare il futuro dell’economia globale.
Nel 1978 quasi il 100 per cento della produzione economica cinese era affidato al settore pubblico. Ora quella quota è sotto il 20 per cento. Nella Cina di oggi, come nei paesi capitalisti occidentali, i mezzi di produzione sono per lo più in mani private, lo stato non impone alle aziende decisioni sui prodotti e sui prezzi e la maggior parte dei lavoratori percepisce un salario. La Cina, dunque, si caratterizza come un paese assolutamente capitalista.
Oggi il capitalismo non ha rivali, ma i due modelli descritti in precedenza propongono modi molto diversi di strutturare il potere politico ed economico all’interno di una società. Il capitalismo a guida statale promette alla popolazione alti tassi di crescita economica e garantisce un ampio margine di manovra alle élite politiche. Il successo della Cina mette in dubbio l’affermazione, sostenuta da molti nel mondo occidentale, secondo cui esiste una relazione diretta tra capitalismo e democrazia liberale.
I vantaggi del capitalismo liberale sono noti, in particolare la democrazia e lo stato di diritto. Si tratta di due caratteristiche intrinsecamente virtuose, che favorendo l’innovazione e la mobilità sociale possono stimolare lo sviluppo economico. Tuttavia, questo sistema affronta oggi una sfida enorme: la nascita di un’élite che perpetua se stessa attraverso una crescente disuguaglianza. È la più grave minaccia alla sostenibilità a lungo termine del capitalismo liberale.
La Cina e altri paesi con sistemi simili invece sono costretti ad alimentare una crescita economica costante per legittimare il dominio politico dei governanti, un obbligo che rischia di rivelarsi sempre più difficile da mantenere. Inoltre, il capitalismo a guida statale deve lottare per arginare la corruzione, che è insita nel sistema, e l’aumento vertiginoso della disuguaglianza, a sua volta frutto della corruzione. Il banco di prova di questo modello sarà la sua capacità di frenare una classe capitalista in crescita che spesso cerca di divincolarsi dal potere arrogante della burocrazia statale.
Man mano che altre regioni del mondo (in particolare i paesi africani) tenteranno di trasformare le loro economie e di rilanciare la crescita, le tensioni tra i due modelli diventeranno sempre più forti. Spesso la rivalità tra Cina e Stati Uniti è presentata in termini semplicemente geopolitici, ma in realtà è come lo sfregamento tra due placche tettoniche che definirà l’evoluzione del capitalismo in questo secolo.
Il modello liberale
Il dominio globale del capitalismo è uno dei due cambiamenti epocali che il mondo sta attraversando. L’altro riguarda gli equilibri del potere economico tra l’occidente e l’Asia. Per la prima volta dalla rivoluzione industriale, i redditi in Asia si stanno avvicinando a quelli dell’Europa occidentale e del Nordamerica. Nel 1970 il paesi occidentali avevano in mano il 56 per cento della produzione economica mondiale e l’Asia (incluso il Giappone) il 19 per cento. Oggi, solo tre generazioni dopo, le percentuali sono passate rispettivamente al 37 e al 43 per cento, soprattutto grazie alla sorprendente crescita economica di paesi come la Cina e l’India.
Il capitalismo occidentale ha creato le tecnologie dell’informazione e della comunicazione che hanno rimesso in moto le forze della globalizzazione alla fine del novecento, il periodo in cui l’Asia ha cominciato ad accorciare il divario con il “nord del mondo”. Inizialmente legata alla ricchezza delle economie occidentali, la globalizzazione ha rifondato strutture decrepite e ha portato a una rapidissima crescita in molti paesi asiatici. La disparità di reddito a livello mondiale è diminuita in modo sostanziale rispetto agli anni novanta, quando il coefficiente di Gini (una misura della distribuzione del reddito dove zero rappresenta la perfetta uguaglianza e uno rappresenta la perfetta disuguaglianza) globalmente era 0,70; oggi è circa 0,60. Il dato scenderà ulteriormente man mano che i redditi continueranno a crescere in Asia.
Se la disuguaglianza tra i paesi è diminuita, la disuguaglianza al loro interno è cresciuta, specialmente in quelli occidentali. Dal 1979 a oggi il coefficiente di Gini per gli Stati Uniti è passato da 0,35 a circa 0,45. L’aumento della disuguaglianza interna è in gran parte dovuto alla globalizzazione e ai suoi effetti sulle economie occidentali più ricche: l’indebolimento dei sindacati, la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero e la contrazione dei salari.
Il capitalismo meritocratico liberale è venuto alla luce negli ultimi quarant’anni. Per comprenderlo meglio va confrontato con altre due varianti del modello capitalistico: quella classica, che è stata predominante nell’ottocento e all’inizio del novecento, e quella socialdemocratica, che ha caratterizzato gli stati sociali dell’Europa occidentale e del Nordamerica tra la seconda guerra mondiale e l’inizio degli anni ottanta.
Le élite dei sistemi capitalistici liberali si isolano, e nella società il risentimento cresce
Se nel capitalismo dell’ottocento la ricchezza si fondava solo sulla proprietà, nel sistema attuale proviene sia dal capitale sia dal lavoro. I ricchi tendono anche a sposarsi e a formare famiglie con partner che hanno una storia scolastica e finanziaria simile alla loro, un fenomeno che i sociologi chiamano “accoppiamento assortativo”. Mentre nel capitalismo classico le persone al vertice della distribuzione del reddito erano spesso banchieri , oggi sono manager altamente retribuiti, web designer, medici, consulenti d’investimento e altri professionisti d’élite. Queste persone si guadagnano i loro ricchi stipendi lavorando, ma traggono anche una buona fetta di reddito dai loro patrimoni finanziari, attraverso i propri risparmi o per via ereditaria.
Nel capitalismo meritocratico liberale le società sono meno disuguali rispetto all’epoca del capitalismo classico: le donne e le minoranze etniche sono più libere di entrare nella forza lavoro, e le prestazioni e i trasferimenti sociali (pagati con le tasse) sono usati per mitigare gli effetti più deleteri dell’eccessiva concentrazione della ricchezza e del privilegio. Il capitalismo meritocratico liberale ha ereditato queste ultime misure dal suo predecessore diretto, il capitalismo socialdemocratico.
Questo modello era strutturato intorno al lavoro industriale ed era caratterizzato dalla presenza di sindacati forti, che ebbero un ruolo importante nella riduzione della disuguaglianza. Nell’epoca in cui il capitalismo socialdemocratico si affermò furono approvate misure come il trattato di Detroit del 1950 (un contratto collettivo negoziato dal sindacato per i lavoratori del settore automobilistico statunitense) e in Francia e Germania ci fu il boom economico, che generò un relativo aumento dei redditi. La crescita era distribuita in modo abbastanza uniforme; i cittadini potevano avere più accesso all’assistenza sanitaria, agli alloggi e all’istruzione, e un numero maggiore di famiglie poteva salire la scala sociale.
Ma con l’avvento della globalizzazione e del capitalismo meritocratico liberale la natura del lavoro è cambiata in modo significativo, soprattutto dopo che la classe operaia industriale si è ridotta e i sindacati sono stati ridimensionati. Dalla fine del novecento, la quota del reddito da capitale rispetto al reddito totale sta aumentando: vuol dire che una fetta sempre più consistente del pil proviene dai profitti realizzati dalle grandi aziende e da chi è già ricco. Questa tendenza è piuttosto evidente negli Stati Uniti, ma ricorre nella maggior parte degli altri paesi, in quelli in via di sviluppo come in quelli industrializzati. Se la quota del reddito da capitale cresce significa che il capitale e i capitalisti stanno diventando più importanti del lavoro e dei lavoratori, e quindi acquisiscono più potere economico e politico. E significa anche che aumenta la disuguaglianza, perché quelli che traggono una grande parte del proprio reddito dal capitale di solito sono ricchi.
Malessere occidentale
Se il sistema attuale ha prodotto un’élite più varia (in termini sia di genere sia di appartenenza etnica), i meccanismi del capitalismo liberale hanno inasprito la disuguaglianza, spesso mascherata dietro il velo del merito. Rispetto ai loro predecessori nell’età dell’oro, oggi i ricchi possono più plausibilmente affermare che la loro posizione deriva dall’etica del lavoro, dimenticandosi dei vantaggi acquisiti da un sistema e da tendenze sociali che rendono la mobilità economica sempre più difficile. Negli ultimi quarant’anni abbiamo assistito all’affermazione di una classe privilegiata quasi inamovibile che è sempre più isolata dal resto della società. Negli Stati Uniti il dieci per cento più ricco della popolazione possiede più del novanta per cento dei patrimoni finanziari. Chi fa parte delle classi dominanti ha un alto livello d’istruzione, generalmente lavora e ha stipendi mediamente alti. Di conseguenza, tende anche a credere di meritare il proprio status.
Le persone che appartengono all’élite investono fortemente nei loro discendenti e nel consolidamento del controllo politico. Puntando sull’istruzione dei figli, permettono alle generazioni future di mantenere un reddito da lavoro elevato e uno status tradizionalmente associato alla conoscenza e all’istruzione. Investendo nell’influenza politica (elezioni, università, centri di studio sulla politica e l’economia) si assicurano di controllare i meccanismi che regolano le successioni, in modo che il capitale finanziario possa essere facilmente trasferito alla generazione successiva. Questi due fattori messi insieme (istruzione acquisita e capitale trasmesso) aiutano la classe dirigente a mantenere i propri vantaggi.
La formazione di una classe dirigente permanente è possibile solo se quella classe esercita il controllo politico. In passato succedeva in modo naturale: la classe politica era per lo più un’emanazione dei ricchi, e quindi c’era una certa comunanza di opinioni e interessi tra i politici e il resto dei ricchi. Oggi non è più così: i politici provengono da classi e contesti sociali diversi e spesso hanno poco in comune, se non nulla, con i ricchi. Bill Clinton e Barack Obama negli Stati Uniti, Margaret Thatcher e John Major nel Regno Unito provenivano tutti da contesti modesti, ma sostennero in modo piuttosto efficace gli interessi dell’uno per cento.
Nelle democrazie moderne i ricchi usano i contributi alla politica, ai centri di studio e ai mezzi d’informazione per “comprare” misure economiche favorevoli: meno tasse sui redditi alti, più detrazioni fiscali, plusvalenze più alte grazie agli sgravi fiscali alle imprese, meno regolamentazioni del settore finanziario. Queste misure, a loro volta, aumentano la probabilità che i ricchi rimangano in cima alla piramide e sono l’anello finale di una catena che parte dall’aumento della quota del capitale sul reddito nazionale netto e finisce con la formazione di una classe dirigente che perpetua continuamente il suo potere. Anche se la classe dirigente non provasse a tirare dalla sua parte la politica, avrebbe comunque un grande vantaggio; quando le élite investono nelle campagne elettorali e costruiscono le proprie istituzioni all’interno della società civile, il loro status diventa quasi inattaccabile.
Le élite dei sistemi capitalistici liberali si isolano, e il risentimento del resto della società cresce. Il malessere che oggi attraversa i paesi occidentali è in gran parte dovuto al divario tra le élite ristrette e le masse, che hanno avuto pochi benefici dalla globalizzazione e che considerano il commercio globale e l’immigrazione la causa dei loro mali. Questa situazione somiglia a quella vissuta negli anni settanta dai paesi in via di sviluppo – come Brasile, Nigeria e Turchia – chiamata “disarticolazione” sociale. Mentre la borghesia era pienamente inserita nel sistema economico globale, gran parte dell’entroterra rimaneva indietro. La malattia che sembrava riguardare solo i paesi in via di sviluppo comincia a colpire anche il nord del mondo.
Il modello cinese
In Asia la globalizzazione ha tutt’altra reputazione: secondo i sondaggi, in Vietnam il 91 per cento della popolazione la considera una forza positiva. Paradossalmente, in paesi come la Cina e il Vietnam è stato il comunismo a gettare le basi per la futura trasformazione capitalista. Il Partito comunista cinese salì al potere nel 1949 mettendo in atto una rivoluzione nazionalista (contro il dominio straniero) e sociale (contro il feudalesimo) che permise all’élite politica di spazzare via le ideologie e i costumi che riteneva fossero d’intralcio allo sviluppo economico o creassero divisioni artificiali tra le classi (per contro, la lotta per l’indipendenza dell’India, molto meno radicale, non è mai riuscita a eliminare il sistema delle caste). Nel lungo periodo queste due rivoluzioni simultanee sono state un prerequisito per la formazione di una classe capitalista locale che si è messa sulle spalle l’economia del paese. Le rivoluzioni comuniste in Cina e in Vietnam hanno avuto la stessa funzione dell’ascesa della borghesia nell’Europa dell’ottocento.
In Cina il passaggio da un sistema quasi feudale al capitalismo è avvenuto in tempi brevissimi, sotto il controllo di uno stato estremamente forte. In Europa, dove le strutture feudali sono state sradicate lentamente nel corso dei secoli, lo stato ha avuto un ruolo molto meno importante nella transizione verso il capitalismo. Date le premesse storiche, quindi, non sorprende che in Cina, in Vietnam e in altri paesi della regione il capitalismo abbia avuto spesso un carattere autoritario.
Il sistema del capitalismo politico ha tre caratteristiche distintive. Primo, lo stato è gestito da una burocrazia tecnocratica la cui legittimità è legata alla crescita economica. Secondo, anche se lo stato ha delle leggi, queste sono applicate in modo arbitrario, a vantaggio delle élite, che possono non rispettarle quando le ritengono poco convenienti o farle rispettare per punire gli avversari. L’arbitrarietà dello stato di diritto in queste società si lega alla terza caratteristica distintiva del capitalismo politico: l’autonomia dello stato. Affinché lo stato agisca in modo deciso deve essere libero da vincoli giuridici. La tensione tra il primo e il secondo principio – tra una burocrazia tecnocratica e un’applicazione discrezionale della legge – genera la corruzione, che non è un’anomalia ma è parte integrante del modo in cui è strutturato il capitalismo a guida statale.
Dalla fine della guerra fredda, questi fattori hanno contribuito a far crescere le economie dei paesi comunisti, o sedicenti tali, in Asia. Tra il 1990 e il 2017 il tasso di crescita della Cina è stato in media di circa l’8 per cento del pil e quello del Vietnam del 6 per cento, contro appena il 2 per cento negli Stati Uniti.
Il capitalismo politico deve esibire tassi di crescita economica altissimi e costanti
Il rovescio della medaglia della straordinaria crescita della Cina è un gigantesco aumento della disuguaglianza. Dal 1985 al 2010 il coefficiente di Gini della Cina è balzato da 0,30 a circa 0,50, più alto di quello degli Stati Uniti e vicino ai livelli dei paesi dell’America Latina. La disuguaglianza è cresciuta notevolmente sia nelle aree rurali sia in quelle urbane. Questa dinamica si manifesta a tutti i livelli: tra province ricche e povere, tra lavoratori molto o poco qualificati, tra uomini e donne, tra settore privato e pubblico.
In particolare, c’è stato anche un aumento della quota del reddito da capitale privato, che sembra essere concentrato in modo simile alle economie di mercato avanzate occidentali. In Cina è nata una nuova élite capitalista. Nel 1988 gli operai industriali qualificati e non qualificati, gli impiegati e i funzionari pubblici rappresentavano l’80 per cento nella fascia di reddito più alta (5 per cento dei percettori totali). Nel 2013 la loro quota è scesa di quasi la metà mentre sono diventati dominanti gli imprenditori (20 per cento) e i professionisti (33 per cento).
Una caratteristica importante della nuova classe capitalista cinese è che viene dalla terra, per così dire: quattro capitalisti cinesi su cinque dicono di avere avuto padri che facevano gli agricoltori o i braccianti. Questa mobilità intergenerazionale non sorprende, vista la cancellazione quasi totale della classe capitalista dopo la vittoria dei comunisti nel 1949 e poi ancora durante la rivoluzione culturale degli anni sessanta. Ma potrebbe non verificarsi più in futuro, perché la concentrazione della proprietà del capitale, i costi crescenti dell’istruzione e l’importanza dei legami familiari creeranno dei meccanismi di trasmissione della ricchezza e del potere simili a quelli dell’occidente.
Tuttavia, le tante e variegate forme di proprietà in Cina – dove a livello locale e nazionale i confini tra pubblico e privato spesso si confondono – permettono all’élite politica di tenere a freno il potere della nuova élite capitalista ed economica.
Per millenni la Cina ha avuto uno stato forte e centralizzato che ha sempre impedito alla classe mercantile di diventare un centro di potere indipendente. Secondo lo storico francese Jacques Gernet, durante la dinastia Song, intorno al duecento, i mercanti ricchi non riuscirono mai a diventare una classe con interessi condivisi perché lo stato era sempre in agguato, pronto a limitare il loro potere. Pur continuando a prosperare singolarmente (come i nuovi capitalisti in gran parte della Cina di oggi), i mercanti non furono in grado di creare una classe coerente con un programma politico ed economico e capace di tutelare e sostenere i suoi interessi. Questo scenario, secondo Gernet, era molto diverso da quello che nello stesso periodo si creava nelle repubbliche mercantili italiane e dei Paesi Bassi. La tendenza dei capitalisti ad arricchirsi senza esercitare il potere politico probabilmente continuerà sia in Cina sia in altri paesi dalle caratteristiche simili.
Scontro tra sistemi
Man mano che la Cina afferma il suo ruolo sulla scena internazionale, il suo sistema capitalistico entra inevitabilmente in conflitto con il capitalismo meritocratico liberale occidentale. In molti paesi il capitalismo politico potrebbe soppiantare il modello occidentale.
Il vantaggio del capitalismo liberale risiede nel suo sistema politico democratico. La democrazia è desiderabile in sé, ovviamente. Ma ha anche un vantaggio strumentale, quello di fornire, attraverso la consultazione costante della popolazione, un forte correttivo a tendenze sociali potenzialmente dannose per il bene comune. Anche se alcune decisioni politiche dovessero portare a una contrazione della crescita economica, a un peggioramento delle condizioni ambientali o a un calo dell’aspettativa di vita, il processo decisionale democratico può, entro un periodo di tempo relativamente limitato, correggere queste tendenze.
Il capitalismo politico, da parte sua, promette una gestione molto più efficiente dell’economia e tassi di crescita più elevati. Il fatto che la Cina sia stata di gran lunga il paese con la maggiore crescita economica negli ultimi cinquant’anni la mette nella condizione di tentare legittimamente di esportare le sue istituzioni economiche e politiche. Pechino lo sta facendo soprattutto attraverso la Belt and road initiative, o nuova via della seta, un ambizioso progetto pensato per collegare diversi continenti grazie a nuove infrastrutture finanziate con capitali cinesi.
L’iniziativa rappresenta una sfida ideologica al modo in cui l’occidente gestisce lo sviluppo economico in tutto il mondo. Mentre i paesi occidentali sono impegnati a costruire istituzioni, la Cina sta riversando fiumi di denaro per realizzare cose materiali. La nuova via della seta collegherà tra loro una serie di paesi, includendoli nella sfera d’influenza cinese. Pechino sta perfino pensando di creare un tribunale che dovrebbe gestire le future controversie in materia d’investimenti internazionali, una rivincita non da poco per un paese dove nell’ottocento, il “secolo dell’umiliazione”, gli americani e gli europei si rifiutavano di sottostare alle leggi locali. Molti paesi potrebbero desiderare di entrare nella nuova via della seta. Gli investimenti cinesi permetteranno di costruire strade, porti, ferrovie e altre infrastrutture, senza le condizioni che spesso accompagnano gli investimenti occidentali. Alla Cina non interessa la politica interna dei paesi in cui investe; anzi, mette l’accento sul fatto che tutti i partecipanti al progetto sono trattati nello stesso modo, un atteggiamento che le autorità dei paesi più piccoli trovano particolarmente apprezzabile. Parallelamente, Pechino sta cercando di costruire delle istituzioni internazionali, come la Asian infrastructure investment bank, seguendo l’esempio degli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale, quando Washington promosse la creazione della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale.
Ma Pechino ha un altro motivo per essere più attiva sulla scena internazionale. Se non facesse pubblicità alle proprie istituzioni mentre l’occidente continua a sponsorizzare i valori del capitalismo liberale in Cina, ampie fasce della popolazione potrebbero farsi attirare dalle istituzioni occidentali. Le recenti manifestazioni di protesta a Hong Kong non hanno attecchito in altre parti del paese, ma sono la spia di un malcontento reale per l’applicazione arbitraria della legge, un malcontento che potrebbe non essere circoscritto all’ex colonia britannica. Anche la sfacciata censura di internet è profondamente impopolare tra i giovani e le fasce più istruite.
Proiettando i vantaggi del capitalismo politico all’estero, la Cina punta a ridurre l’attrattiva del modello liberale occidentale sui propri cittadini. Le sue attività internazionali sono sostanzialmente questioni di sopravvivenza domestica. A prescindere dagli accordi formali o informali che Pechino stringerà con i paesi che sposano il capitalismo politico, la Cina è destinata a esercitare un’influenza crescente sulle istituzioni internazionali, che negli ultimi due secoli sono state create esclusivamente dai paesi occidentali al servizio degli interessi occidentali. John Rawls, il grande filosofo del liberalismo moderno, sosteneva che una buona società dovrebbe dare priorità assoluta alle libertà fondamentali delle persone rispetto alla ricchezza e al reddito. L’esperienza, tuttavia, dimostra che molte persone sono disposte a scambiare i diritti democratici per redditi più alti. Basti pensare al fatto che all’interno delle aziende la produzione normalmente è organizzata in modo gerarchico, non democratico. I lavoratori non votano sui prodotti che vorrebbero produrre o su come vorrebbero produrli. La gerarchia crea maggiore efficienza e salari più alti. “La tecnica è il confine della democrazia”, scriveva il filosofo francese Jacques Ellul più di mezzo secolo fa. “Dove la tecnica vince, la democrazia perde. Se i nostri ingegneri fossero popolari tra i lavoratori, sarebbero ignoranti sulle macchine”. La stessa analogia può essere estesa alla società nel suo complesso: i diritti democratici possono essere – e sono stati – volontariamente messi in secondo piano rispetto alla prospettiva di redditi più alti.
Il peso della storia
Nel mondo mercificato e frenetico di oggi i cittadini raramente hanno il tempo, le conoscenze o il desiderio di essere coinvolti in questioni civiche e politiche, a meno che non li riguardino direttamente. Negli Stati Uniti, una delle democrazie che ha più anni alle spalle, l’elezione di un presidente che per molti aspetti ha i poteri di un re eletto non è giudicata abbastanza importante per convincere più della metà dell’elettorato a recarsi alle urne. Su questo punto, il capitalismo politico rivendica la sua superiorità.
Il problema, però, è che per dimostrare la sua superiorità, il capitalismo politico deve esibire tassi di crescita economica altissimi e costanti. Mentre i vantaggi del capitalismo liberale sono naturali, cioè sono integrati nella struttura del sistema, i vantaggi del capitalismo politico sono strumentali: devono essere costantemente dimostrati. Inoltre il capitalismo politico deve fare i conti con altri due problemi. Il primo è che, rispetto al capitalismo liberale ha una maggiore tendenza a produrre politiche sbagliate e risultati indesiderabili dal punto di vista sociale, che sono difficili da correggere perché chi è al potere non ha nessun incentivo a cambiare rotta. Secondo, la corruzione endemica, in assenza dello stato di diritto, provoca facilmente l’insoddisfazione popolare.
Il capitalismo politico cerca di convincere i cittadini rivendicando una migliore capacità di gestione della società, tassi di crescita più elevati e un’amministrazione più efficiente (compresa l’amministrazione della giustizia). A differenza del capitalismo liberale, che può assumere un atteggiamento più rilassato verso i problemi temporanei, il capitalismo politico deve sempre stare all’erta. Questo, in realtà, può essere un vantaggio dal punto di vista del darwinismo sociale: costretto a offrire sempre di più ai suoi elettori, il capitalismo politico può affinare la sua capacità di gestire la sfera economica e continuare a garantire, anno dopo anno, più beni e servizi rispetto al capitalismo liberale. Ciò che appare inizialmente come un difetto può rivelarsi un vantaggio.
Ma a questo punto sorge una domanda: i nuovi capitalisti cinesi continueranno ad accettare una situazione in cui i loro diritti formali possono essere limitati o revocati in qualsiasi momento e in cui sono sotto la costante tutela dello stato? Oppure, diventando più forti e numerosi, si organizzeranno, influenzeranno lo stato e infine se lo prenderanno, come è successo negli Stati Uniti e in Europa? Il percorso dell’occidente delineato da Karl Marx sembra avere una logica inflessibile: il potere economico tende a emanciparsi e a imporre i suoi interessi. Ma in Cina quasi duemila anni di rapporto disuguale tra stato e imprese rappresentano un grosso ostacolo verso questo sviluppo.
La questione fondamentale è se i capitalisti cinesi arriveranno a controllare lo stato e se, per farlo, useranno la democrazia rappresentativa. Negli Stati Uniti e in Europa i capitalisti hanno adottato questa cura con parsimonia, somministrandola in dosi omeopatiche man mano che i loro affari crescevano e interrompendola ogni volta che c’era una potenziale minaccia per i grandi proprietari (come nel Regno Unito dopo la rivoluzione francese, quando furono imposte enormi limitazioni al diritto di voto). Se mai dovesse nascere, la democrazia cinese potrebbe somigliare alle altre democrazie di oggi, nel senso di concedere il diritto di voto a ogni cittadino. Tuttavia, dati il peso della storia e la natura precaria e le dimensioni ancora limitate della classe dei grandi proprietari, non è detto che in Cina la classe media possa acquisire un ruolo dominante. L’esperimento fallì già all’inizio del novecento con la Repubblica di Cina (che dominò su gran parte del continente dal 1912 al 1949); molto difficilmente potrà riuscire cento anni dopo.
Convergenza plutocratica
Cosa riserva il futuro alle società capitalistiche occidentali? La risposta dipende dalla capacità di questo modello di evolvere verso uno stadio più avanzato, diciamo verso un “capitalismo popolare” in cui il reddito da capitale e quello da lavoro siano distribuiti in modo più equo. Per fare in modo che questo succeda bisognerebbe allargare la proprietà del capitale ben oltre l’attuale 10 per cento della popolazione e rendere l’accesso alle migliori scuole e ai posti di lavoro meglio pagati indipendente dalla storia familiare.
Per perseguire l’obiettivo di una maggiore uguaglianza, i paesi dovrebbero introdurre incentivi fiscali per incoraggiare la classe media a detenere più risorse finanziarie, alzare le tasse di successione per i più ricchi, migliorare l’istruzione pubblica gratuita e prevedere campagne elettorali finanziate con fondi pubblici. Queste misure permetterebbero di diffondere meglio nella società la proprietà del capitale e delle competenze.
Nella sua attenzione alla disuguaglianza, il capitalismo popolare sarebbe simile al capitalismo socialdemocratico, ma aspirerebbe a un diverso tipo di uguaglianza: invece di concentrarsi sulla ridistribuzione del reddito, cercherebbe una maggiore uguaglianza tra i patrimoni, sia finanziari sia di competenze. A differenza del capitalismo socialdemocratico, richiederebbe solo modeste politiche di ridistribuzione (come i sussidi e gli aiuti per gli alloggi ai più poveri), perché avrebbe già realizzato una maggiore uguaglianza di fondo.
Se non riusciranno ad affrontare il problema della disuguaglianza, i sistemi capitalistici meritocratici liberali corrono il rischio di imboccare un’altra strada, che non porterà al socialismo ma a una convergenza con il capitalismo politico. L’élite economica occidentale diventerà sempre più isolata, esercitando un potere senza limiti su società apparentemente democratiche, più o meno come succede oggi in Cina. Più il potere economico e quello politico si fondono nei sistemi capitalistici liberali, più il capitalismo liberale diventa plutocratico e assume i tratti del capitalismo politico. In quest’ultimo modello, la politica è il modo per ottenere vantaggi economici; nel capitalismo plutocratico – ex meritocratico liberale – il potere economico conquisterà la politica. Il punto di approdo finale dei due sistemi sarà lo stesso: il progressivo isolamento di pochi privilegiati e la riproduzione a tempo indeterminato delle élite. ◆ fas
**Branko Milanović **è un economista statunitense di origine serba specializzato nello studio delle disuguaglianze. In Italia ha pubblicato Ingiustizia globale. Migrazioni, disuguaglianze e il futuro della classe media (Luiss University Press 2017).
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Questo articolo è uscito sul numero 1347 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati