Nei meandri di quel catalogo di rimpianti che è il rapporto della commissione parlamentare statunitense sull’11 settembre 2001 – dopo aver analizzato le origini e gli obiettivi di Al Qaeda, aver dato conto degli allarmi ignorati da diverse amministrazioni ed elencato i disastri istituzionali che permisero ai terroristi di dirottare quattro voli commerciali – gli autori si soffermano a esaltare il potere del carattere nazionale. “Il governo degli Stati Uniti deve definire il proprio messaggio, ciò per cui intende combattere”, afferma il rapporto. “Dobbiamo offrire un esempio di leadership morale nel mondo, impegnata a trattare le persone in modo umano, nel rispetto dello stato di diritto, e mostrarci generosi e premurosi con i nostri vicini. Dobbiamo difendere i nostri ideali all’estero con decisione. L’America si batte per i suoi valori”.

Questa affermazione dell’idealismo statunitense è uno dei passaggi più categorici del rapporto. Con il senno di poi sembra anche uno dei più ignorati. Invece di mettere in risalto i valori più alti della nazione, la risposta delle autorità agli attentati ha dato sfogo alle peggiori caratteristiche degli Stati Uniti: inaffidabilità, violenza, arroganza, ignoranza, mancanza di lucidità, sfrenatezza e indifferenza. Questa tesi è confermata dai tantissimi libri – inchieste, memoriali e racconti scritti da giornalisti ed ex funzionari – usciti negli ultimi vent’anni. Opere che fanno luce sui vari momenti che hanno portato a quel giorno fatidico, sull’eroismo e sulla confusione delle prime reazioni, sulle guerre in Afghanistan e in Iraq e sugli eccessi della guerra contro il terrorismo. Leggere quei libri è come guardare un vecchio film e trovarlo più angosciante e frustrante di quanto lo ricordavamo. L’angoscia deriva dal fatto che sappiamo come andrà a finire, la frustrazione dalla consapevolezza che le cose potevano andare diversamente.

Molte delle storie personali raccontate nei libri sull’11 settembre descrivono il ripudio dei valori degli Stati Uniti, non da parte di estremisti stranieri ma dei cittadini americani. Il tradimento dei princìpi è stato il fuoco amico della guerra contro il terrorismo. In queste opere si passa dall’indifferenza nei confronti della crescente minaccia terroristica alla sete di vendetta dopo gli attacchi. In nome della lotta al terrorismo la sicurezza è stata politicizzata, la barbarie legalizzata e il patriottismo trasformato in un’arma.

Era un’emergenza, questo è innegabile. Ma da quel momento lo stato d’eccezione è diventato il nuovo eccezionalismo americano.

È successo tutto molto rapidamente. Nel 2004, quando la commissione invitava il paese a “combattere la battaglia delle idee”, era già troppo tardi. Il dipartimento di giustizia aveva firmato le prime direttive sul ricorso alla tortura, mentre le immagini della prigione di Abu Ghraib avevano distrutto qualsiasi pretesa di autorità morale di Washington. Gli effetti si fanno sentire ancora oggi. Gli ultimi libri sull’eredità dell’11 settembre mostrano che le tattiche introdotte per combattere il terrorismo sono state poi adottate anche contro immigrati, attivisti e gruppi religiosi negli Stati Uniti. La guerra al terrorismo è arrivata in casa, e ha fatto come se fosse casa sua.

“Oggi per uno studioso è più facile spiegare come e perché c’è stato l’11 settembre che spiegare quello che è successo dopo”, scrive Steve Coll in Ghost wars, il suo libro del 2004 sulle attività della Cia in Afghanistan prima degli attentati. Dopo la strage Washington ha pensato di poter rimodellare il mondo a sua immagine, ma alla fine non ha fatto altro che mostrare al mondo un’orrenda immagine di sé.

La mattina dell’11 settembre 2001 il fotografo Evan Fairbanks stava girando dei video alla Trinity church, a Manhattan. Dopo che il primo aereo colpì la torre nord, si avvicinò al World trade center, e pochi minuti dopo filmò la scena del secondo aereo che colpiva la torre sud (Evan Fairbanks, Magnum/Contrasto)

Alcuni libri analizzano le aspirazioni di Osama bin Laden e come cambiò la sua strategia dopo la reazione statunitense. Inizialmente il fondatore di Al Qaeda pensava che la morte dei primi soldati americani in Afghanistan avrebbe mandato gli Stati Uniti nel panico e li avrebbe convinti a ritirarsi dal mondo, soprattutto dal Medio Oriente. Ma con il passare del tempo capì che sarebbe stato più vantaggioso spingere gli Stati Uniti verso una strategia imperialistica: si sarebbero “dissanguati fino alla bancarotta” (come disse nel 2004), avrebbero perso influenza a livello globale e si sarebbero ritrovati sempre più divisi all’interno. “Prevediamo un futuro nero per l’America”, aveva dichiarato ad Abc News tre anni prima degli attentati. “Non saranno più gli Stati Uniti. Diventeranno gli stati divisi e dovranno riportare in patria le salme dei loro figli”.

Bin Laden non ha vinto la battaglia delle idee, ma non l’hanno vinta neanche gli Stati Uniti. In modo particolarmente inquietante, si sono avvicinati alle fantasie del nemico sul loro destino: quello di una nazione in crisi, vulnerabile e in disaccordo su guerre che non vuole ma a cui non riesce a porre fine.

La sera dell’11 settembre 2001, quando si rivolse al paese dalla Casa Bianca, il presidente George W. Bush dichiarò che l’America era stata attaccata perché era “il raggio più luminoso di libertà e opportunità”, e aggiunse: “Nessuno impedirà a questa luce di splendere”. Bush aveva ragione. Al Qaeda non era in grado di spegnere la promessa degli Stati Uniti: solo questi potevano riuscirci.

1. Disastro prevedibile

“L’aspetto più spaventoso della nuova minaccia era il fatto che quasi nessuno la prendeva sul serio. Era troppo assurda, primitiva ed esotica”. Così Lawrence
Wright descrive in Le altissime torri (Adelphi 2007) le prime valutazioni dei funzionari statunitensi su Bin Laden e sulla sua rete terroristica. In un paese che si crogiolava ancora nella vittoria della guerra fredda, l’intera vicenda sembrava molto lontana, e questo anche se gli attacchi di Al Qaeda stavano diventando sempre più ambiziosi: nel 1993 aveva colpito il World trade center, nel 1998 le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania e nel 2000 il cacciatorpediniere Uss Cole. Si trattò, in sostanza, di un misto di noncuranza e di negazione della realtà.

Privazione del sonno, reclusione in spazi angusti e waterboarding furono definiti “tecniche di interrogatorio potenziato”

Nei libri che ripercorrono gli eventi prima dell’11 settembre c’è un’atmosfera inesorabile, quasi soffocante, come se ogni sviluppo dovesse portare inevitabilmente allo schianto contro le torri gemelle. I punti di partenza, invece, variano. Wright si sofferma sull’influenza del pensatore egiziano Sayyid Qutb, che dopo aver visitato gli Stati Uniti, a metà del novecento, aveva proposto l’idea di un conflitto tra l’islam e la modernità. Il suo lavoro avrebbe ispirato i futuri jihadisti.

In Ghost wars Coll critica la decisione degli Stati Uniti di abbandonare l’Afghanistan dopo che il paese aveva smesso di essere un fronte dello scontro globale con l’Unione Sovietica. In The rise and fall of Osama bin Laden (Ascesa e caduta di Osama bin Laden), Peter Bergen si concentra sul momento in cui il capo di Al Qaeda arrivò in Afghanistan dall’Arabia Saudita, nel 1996, e Khalid Sheikh Mohammed gli parlò di un piano che prevedeva il dirottamento di aerei. La commissione sull’11 settembre si sofferma invece sulle dichiarazioni di guerra di Bin Laden contro gli Stati Uniti, e in particolare sulla sua fatwa del 1998: è un “dovere individuale di ogni musulmano” uccidere gli americani “in qualsiasi paese in cui è possibile farlo”.

Leggendo questi libri si capisce che la strada verso l’11 settembre era costellata di segnali luminosi che annunciavano la probabile destinazione. Si è parlato molto di un rapporto consegnato a Bush il 6 agosto del 2001, intitolato “Bin Laden determinato a colpire gli Stati Uniti”. Ma quello, spiega la commissione sull’11 settembre, era il 36° rapporto su Bin Laden o su Al Qaeda dall’inizio di quell’anno. Coll racconta che a metà degli anni novanta sia l’Fbi sia la Cia presentarono vari documenti segreti sulla minaccia terrorista, compreso uno piuttosto preciso: “Diversi obiettivi sono particolarmente a rischio: simboli nazionali come la Casa Bianca e il Campidoglio di Washington e simboli del capitalismo statunitense come Wall
street. Riteniamo che l’aviazione civile possa essere tra i principali bersagli negli Stati Uniti”. Alcuni degli avvertimenti sparsi nella letteratura sull’11 settembre sembrano eccessivi perfino per la sceneggiatura di un film. C’è l’esasperato funzionario del dipartimento di stato che si lamenta dell’immobilità del dipartimento della difesa (“Ci vuole un attacco di Al Qaeda al Pentagono per attirare la loro attenzione?”) e il giudizioso supervisore dell’Fbi di Minneapolis che mettendo in guardia un agente scettico, a Washington, su una sospetta attività terroristica, dice di voler “evitare che qualcuno dirotti un aereo e lo faccia schiantare contro il World trade center”.

In questi libri c’è sempre qualcuno che avverte qualcun altro del pericolo incombente. Bergen racconta di Gina Bennett, una giovane analista dell’intelligence al servizio del dipartimento di stato che nel 1993 scrisse il primo rapporto segreto su Bin Laden. Altrove viene fuori la rivalità tra alcune fazioni interne all’Fbi e alla Cia, ossessionate da Bin Laden. Si scopre che Richard Clarke, coordinatore delle operazioni contro il terrorismo della Casa Bianca e in seguito autore del libro Against all enemies, aveva cercato di avvertire ossessivamente chiunque lo stesse a sentire e anche molti che non volevano ascoltarlo.

Gli alti funzionari del governo rilasciavano dichiarazioni pubbliche molto diverse dalle valutazioni che facevano in privato

Ma se il sistema era veramente “in allarme rosso” – come avrebbe dichiarato in seguito George Tenet, direttore della Cia, alla commissione sull’11 settembre – com’è possibile che gli avvertimenti non siano bastati? Wright si sofferma sulle inefficienze della burocrazia, sottolineando che le informazioni su Al Qaeda furono neutralizzate dalla “guerra istituzionale” tra la Cia e l’Fbi, che in pratica non si parlavano tra loro. Coll scrive che Clinton considerava Bin Laden “un fanatico isolato che si agita pericolosamente ma anche donchisciottescamente contro le forze del progresso globale”, mentre la squadra di Bush era ossessionata dalla politica delle grandi potenze, dalla difesa missilistica e dalla Cina.

La conclusione di Clarke è piuttosto semplice e punta il dito contro l’arroganza e la presunzione degli Stati Uniti, una caratteristica nazionale che spesso è stata travestita da saggezza o coraggio. “L’America risponde bene ai disastri, ma ignora del tutto i segnali d’allarme”, scrive Clarke. Il problema di limitarsi a rispondere alle calamità è che per rimediare alla sottovalutazione si reagisce in modo eccessivo. A quel punto ci diciamo che è la cosa giusta da fare, forse l’unica.

2. La politica dell’illegalità

Lawyering to death. Quest’espressione (traducibile come “stroncare a colpi di legge”) torna spesso nei libri sull’11 settembre, pronunciata solitamente da alti funzionari decisi a rispondere agli attacchi ignorando le leggi e le regole. In La guerra di Bush (Sperling & Kupfer 2003), il libro di Bob Woodward sugli scambi tra il presidente e i suoi consiglieri per la sicurezza nazionale, Tenet si rammarica del fatto che durante l’amministrazione Clinton le operazioni contro il terrorismo fossero sempre state stroncate a colpi di legge. In un’intervista concessa a Woodward, Bush ripropone la stessa espressione nel contesto di quella retorica machista – “vivi o morti”, “fatevi sotto” – che caratterizzava la sua risposta al terrorismo. “Ho dovuto mostrare al popolo americano la risolutezza di un comandante in capo pronto a fare tutto ciò che è necessario per vincere”, dice Bush al giornalista. “Nessuna resa. Nessuna ambiguità. Nessuna stroncatura legale”. In Against all enemies, Clarke ricorda la sera dell’11 settembre del 2001, quando Bush sbottò contro un funzionario che gli aveva fatto notare come il diritto internazionale non contemplasse l’uso della forza militare come strumento di vendetta. “Non mi frega niente degli avvocati internazionali, andremo lì a prenderli a calci nel culo”, rispose il presidente.

Il messaggio era chiaro: il diritto ostacolava una risposta efficace al terrorismo. Nel mondo dopo l’11 settembre preoccuparsi delle sottigliezze procedurali è fuori moda, un fastidioso impedimento alla volontà di “prenderli a calci nel culo”. In realtà le stroncature legali sono state uno strumento molto utile per l’amministrazione Bush. Più che ignorare la legge, infatti, il suo governo ha fatto di tutto per sfruttarla a proprio vantaggio. “Quasi subito dopo gli attacchi, il vicepresidente Dick Cheney fece in modo che i migliori giuristi del paese, al lavoro in segreto alla Casa Bianca e al dipartimento di giustizia, escogitassero giustificazioni legali per espandere i poteri del governo nella guerra al terrorismo”, scrive Jane Mayer in The dark side, un’instancabile inchiesta sulle macchinazioni degli avvocati del governo dopo gli attentati. Attraverso dichiarazioni pubbliche e documenti segreti, l’amministrazione Bush cercò di cancellare i limiti all’azione militare del presidente e di negare a chi era accusato di terrorismo i diritti garantiti dalle convenzioni di Ginevra, ridefinendolo come combattente nemico illegittimo. Secondo Mayer, “fu la mossa che più di ogni altra aprì le porte alla tortura”. Per comprendere quello che il governo statunitense è stato disposto a giustificare in nome della sicurezza nazionale basta leggere i rapporti dell’ufficio per la consulenza legale (Olc) del dipartimento di giustizia tra il 2002 e il 2005. Privazione del sonno, reclusione in spazi angusti e _waterboarding _furono definiti “tecniche di interrogatorio potenziato”, una contorsione legale e linguistica per evitare il termine “tortura”. In un promemoria dell’agosto del 2002, l’Olc ammetteva che questi metodi potevano sembrare inumani e crudeli, ma andavano considerati atti di tortura solo se producevano una sofferenza equivalente a quella della morte o del collasso di un organo, e se la persona che infliggeva il dolore fisico era davvero intenzionata a produrre quel risultato. “Anche se il soggetto è consapevole dell’intenso dolore causato dalle sue azioni, se provocare questo dolore non è il suo obiettivo manca il requisito dell’intento specifico”. Il concetto di tortura, insomma, si spostava dal corpo della vittima alla mente del carnefice.

Dopo aver dedicato decine di pagine alla metafisica dell’intento specifico, all’elasticità della convenzione contro la tortura e al reale significato del danno mentale “prolungato” o della morte “imminente”, il promemoria stabilisce che niente di tutto ciò ha la minima importanza. Anche se un particolare metodo d’interrogatorio dovesse oltrepassare qualche limite giuridico, questa conclusione sarebbe incostituzionale perché “intollerabilmente in conflitto” con l’autorità del comandante in capo nella conduzione della guerra. In questi documenti è estremamente raro individuare passaggi in cui il dipartimento di giustizia limiti in qualche modo il potere d’azione della Cia.

In realtà gli avvocati dell’Olc avallavano i metodi della Cia sulla base delle rassicurazioni che ricevevano dalla stessa Cia. In un rapporto dell’agosto 2002, gli avvocati si soffermano sulla detenzione dei sospettati in spazi angusti. “Gli esperti che avete consultato non credono che la reclusione per una durata di tempo limitata provochi un dolore fisico sostanziale”, si legge nel documento. Lo stesso per il waterboarding: “Ci avete informati del fatto che questa procedura non infligge un danno fisico concreto. In base alle vostre ricerche non prevedete che il waterboarding possa causare un danno mentale prolungato”. Questi documenti governativi sono un continuo scaricabarile. Il dipartimento di giustizia si affidava a informazioni fornite dalla Cia per arrivare alle sue conclusioni, e così la Cia veniva autorizzata dal dipartimento di giustizia a procedere con gli interrogatori. Un perfetto esempio di fiducia circolare.

Nei documenti gli esperti autorizzano spesso comportamenti illegali. Una direttiva del maggio 2005 afferma che la convenzione contro la tortura si applica solo alle azioni compiute sotto la giurisdizione degli Stati Uniti, quindi non si applica alla creazione di campi di detenzione in altri paesi da parte della Cia. Altro esempio: l’ottavo emendamento della costituzione statunitense, che vieta il ricorso a pene crudeli, è pensato per proteggere le persone condannate per un crimine, quindi non dev’essere applicato ai detenuti per terrorismo che non sono stati condannati per nessun reato. L’assenza di un regolare processo, insomma, elimina le protezioni costituzionali.

Anni dopo la commissione d’intelligence del senato indagò sui programmi d’interrogatorio della Cia. Il mastodontico rapporto finale stabilì che la tortura non aveva portato nessuna informazione utile, che gli interrogatori erano molto più violenti di quanto si ammettesse, che il dipartimento di giustizia non aveva verificato indipendentemente le informazioni raccolte dalla Cia e che l’agenzia aveva aggirato i controlli del congresso. Il documento aggiungeva che la Cia aveva cercato di supervisionarsi da sola e alla fine aveva stabilito che gli interrogatori erano efficaci e necessari a prescindere dai risultati: se un detenuto forniva informazioni significava che il programma stava funzionando; se non le forniva voleva dire che i metodi erano troppo morbidi; se continuava a non parlare, allora il programma aveva dimostrato con successo che il detenuto non aveva informazioni da rivelare.

“Le affermazioni della Cia sugli interrogatori erano quasi del tutto inaccurate”, concludeva il rapporto del senato. È una delle poche bugie della guerra al terrorismo che sono state rivelate da un’indagine governativa e da un rapporto pubblico. Ma i libri sull’11 settembre ne documentano molte altre.

3. Bugie e illusioni

I responsabili della guerra al terrorismo non hanno ingannato solo i parlamentari e l’opinione pubblica. Nella ricorrente tragedia della guerra, hanno mentito spesso anche a se stessi. In To start a war. How the Bush administration took America into Iraq (Cominciare una guerra. Come l’amministrazione Bush ha portato l’America in Iraq), Robert Draper analizza il ruolo dei principali consiglieri del presidente: il vicesegretario alla difesa Paul Wolfowitz (da tempo ossessionato dall’idea di abbattere il regime di Saddam Hussein), il capo del pentagono Donald Rumsfeld (che non vedeva l’ora di testare le sue teorie sulla trasformazione dell’esercito) e il vicepresidente Dick Cheney (con le sue visioni apocalittiche della vulnerabilità degli Stati Uniti). Tutti avevano i loro motivi. Ma alla fine Draper individua un unico responsabile: “La decisione di invadere l’Iraq fu presa, definitivamente ed esclusivamente, dal presidente degli Stati Uniti, George W. Bush”.

Un presidente inizialmente preoccupato di difendere e preservare l’integrità morale della nazione contro il terrorismo si trovò a essere guidato da impulsi più oscuri. Secondo le ricostruzioni di Draper, il 20 settembre del 2001 Bush aveva confessato ad alcuni leader religiosi invitati nello studio ovale: “Ho difficoltà a controllare la mia sete di sangue”. Non era un commento isolato. Come racconta Bob Woodward in La guerra di Bush, prima dell’11 settembre il presidente aveva ammesso: “Non sentivo quel senso di urgenza nei confronti di Al Qaeda, e il mio sangue non ribolliva così”.

Sete di sangue, certezza morale e improvvisa vulnerabilità sono una combinazione pericolosa. La sicurezza che stai combattendo per sconfiggere il male può portarti alla convinzione che qualunque cosa tu faccia per riuscirci sia giusta. Draper riassume così la visione del mondo di Bush: “L’obiettivo principale dei terroristi era distruggere la libertà degli Stati Uniti. Saddam odiava l’America. Perciò odiava la libertà. Pertanto, Saddam stesso era un terrorista, deciso a distruggere gli Stati Uniti e la loro libertà”.

Notare l’asimmetria: il presidente prendeva per buone le cose peggiori che Hussein aveva fatto o avrebbe potuto fare, ma immaginava gli scenari migliori su come sarebbe andata l’invasione. “Gli iracheni si sarebbero rallegrati alla vista dei loro liberatori occidentali”, sintetizza Draper. “Il loro nuovo senso condiviso di scopo nazionale avrebbe superato qualsiasi lealtà settaria. La loro intelligenza innata avrebbe compensato la loro inesperienza in materia di autogoverno. Avrebbero accolto con favore il governo degli espatriati iracheni che non mettevano piede a Baghdad da decenni. E il loro petrolio avrebbe pagato le spese”.

Ci sono le bugie, e poi ci sono le illusioni. I funzionari statunitensi non erano tenuti a prevedere i dettagli della guerra civile che avrebbe travolto l’Iraq dopo l’invasione; ma avrebbero potuto capire che gestire il dopoguerra in quel paese non sarebbe stato semplice come immaginavano. A Bush e ai suoi consiglieri non venne in mente che gli iracheni potevano odiare Hussein e contemporaneamente covare rancore verso gli americani. Per capirlo sarebbe bastato parlare con loro e ascoltare le loro preoccupazioni.

Tra i pochi libri che approfondiscono l’ostilità degli iracheni verso la presenza degli statunitensi c’è Night draws near.
Iraq’s people in the shadow of America’s war
(La notte si avvicina. Il popolo iracheno all’ombra della guerra americana) di Anthony Shadid, pubblicato nel 2005. “Cosa gli dà il diritto di cambiare qualcosa che non è loro?”, chiede una donna di un quartiere borghese di Baghdad. “Ci stanno dicendo: non mi piace la tua casa, quindi la bombarderò e tu potrai ricostruirla come voglio io, con i tuoi soldi”. A Fallujah, dove Shadid sente parlare degli statunitensi come di kuffar (pagani), un ex insegnante di 51 anni si lamenta: “Abbiamo scambiato un tiranno con un occupante”. Altre azioni di Washington non hanno aiutato a modificare questa sensazione. A cominciare dalla scelta di prendere la prigione di Abu Ghraib (“il peggiore degli inferni di Saddam”, come lo definisce Shadid) e trasformarla nella propria camera degli orrori.

Shadid aveva compreso che la legittimità del governo – chi deve governare e con quale diritto – era una questione fondamentale per gli iracheni. “Gli americani non hanno mai capito la domanda”, scrive. “Gli iracheni non sono mai stati d’accordo sulla risposta”. È difficile trovare una sintesi migliore delle difficoltà dell’Iraq dopo l’invasione statunitense. Quando gli Stati Uniti da liberatori diventarono rapidamente occupanti, persero qualsiasi possibile legittimità. “Bush diede a quel nemico esattamente ciò che voleva e di cui aveva bisogno: la prova che Washington era in guerra con l’islam, che noi eravamo i nuovi crociati venuti a occupare la terra musulmana”, scrive Clarke. “Era come se Osama bin Laden, nascosto in qualche fortino sulle montagne, stesse controllando da lontano la mente di Bush, ripetendogli: ‘Invadi l’Iraq, devi invadere l’Iraq’”.

La stupidità e l’arroganza dell’occupazione statunitense non hanno aiutato. Lo si capisce leggendo Green zone: il lato oscuro dell’impero americano a Baghdad (Rizzoli 2010), di Rajiv Chandrasekaran. Anche se la sicurezza quotidiana era una preoccupazione enorme per gli iracheni, Paul Bremer, l’uomo di Bush a Baghdad, era determinato a trasformare il paese in un’economia di libero mercato da manuale, con nuove leggi sugli investimenti, tribunali fallimentari e una borsa valori. Il responsabile della nuova borsa era un americano di 24 anni senza esperienza accademica nell’economia o nella finanza. L’uomo incaricato di ricostruire il sistema universitario iracheno non aveva nessuna esperienza di Medio Oriente, ma aveva legami con le famiglie Rumsfeld e Cheney. Il nuovo codice stradale per l’Iraq era stato parzialmente copiato e incollato da quello del Maryland. Quando i giornali locali avevano chiesto perché gli elicotteri statunitensi dovevano volare così in basso di notte spaventando i bambini, un generale aveva risposto che i bambini stavano sentendo “il suono della libertà”. Messaggio: la libertà ha un suono terrificante.

Per alcuni statunitensi infliggere quel terrore diventò parte del loro lavoro. In Guerra per sempre (Mondadori 2009) Dexter Filkins riporta le frasi di un tenente colonnello dell’esercito statunitense in Iraq: “Con una forte dose di paura e violenza e molti soldi per finanziare progetti, penso che possiamo convincere queste persone che siamo qui per aiutarle”. Naturalmente non tutti i funzionari statunitensi erano così ingenui e così schietti. Alcuni conoscevano la verità ma hanno mentito all’opinione pubblica. Chandrasekaran ricorda la risposta di un collaboratore di Bremer quando i giornalisti gli chiesero delle ondate di violenza che avevano colpito Baghdad nella primavera del 2004. “Detto tra noi, Parigi brucia”, rispose. “Ma potete scrivere che in Iraq stanno tornando la sicurezza e la stabilità”.

In The rise and fall of Osama bin Laden, Bergen sostiene che la guerra in Iraq, lanciata anche sulla base di false informazioni sui legami tra Baghdad e Al Qaeda, finì per aiutare la rete terroristica: tolse risorse alla guerra in Afghanistan, permise ai jihadisti di riorganizzarsi e fece nascere una nuova generazione di terroristi in Medio Oriente. “Un regalo più grande per Bin Laden era difficile da immaginare”, scrive Bergen.

Se la guerra in Iraq era nata dalle menzogne, quella in Afghanistan fu alimentata dagli stessi inganni. Era il paese dove Al Qaeda, sostenuta dai taliban, aveva stabilito la sua base operativa: doveva essere una guerra giusta, la guerra della necessità e non della scelta, la guerra sostenuta negli Stati Uniti e all’estero. “Gli statunitensi non avevano bisogno di mentire o fare propaganda per giustificare la guerra”, scrive il giornalista Craig Whitlock in The Afghanistan papers, evidenziando il netto contrasto tra la realtà della guerra e la sua retorica. “Eppure i leader della Casa Bianca, del Pentagono e del dipartimento di stato cominciarono subito a rilasciare false assicurazioni e a nascondere le battute d’arresto sul campo di battaglia”. Con il passare degli anni l’inganno mise radici, diventando ciò che Whitlock chiama “un tacito complotto” per nascondere la verità.

Whitlock, giornalista del Washington Post che ha potuto leggere i rapporti interni sulla guerra e centinaia d’interviste a funzionari militari e civili, ha scoperto che in privato i generali al comando ammettevano di aver combattuto a lungo “senza una strategia concreta”. E anche che, due anni dopo l’inizio del conflitto, Rumsfeld si era lamentato di non avere “un’idea precisa di chi fossero i cattivi”. Il tenente generale dell’esercito Douglas Lute, consigliere di Bush sulle attività in Iraq e in Afghanistan, ha ammesso: “Non avevamo la più pallida idea di ciò che stavamo facendo”. Alcuni funzionari statunitensi avrebbero voluto ritirare le truppe già da tempo, ma temevano – giustamente, come avrebbero scoperto in seguito – che il governo afgano potesse crollare. “Bin Laden aveva sperato proprio in questo”, osserva Whitlock. “Voleva attirare la superpotenza americana in una guerriglia impossibile da vincere che avrebbe prosciugato le sue risorse e ridimensionato la sua influenza a livello globale”.

New York, 11 settembre 2001. Gruppi di persone si allontanano dal World trade center dopo l’attentato (Gulnara Samoilova, Ap/Lapresse)

Per anni gli alti funzionari del governo statunitense hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche molto diverse dalle valutazioni che facevano in privato. Le cattive notizie diventavano buone: l’aumento degli attacchi suicidi a Kabul, per esempio, era dovuto al fatto che i taliban erano troppo deboli per combattere in modo tradizionale; l’aumento delle perdite tra i soldati statunitensi invece dimostrava che l’America stava combattendo il nemico a viso aperto. Le capacità e le dimensioni delle forze di sicurezza afgane sono state spesso esagerate. Verso la fine del secondo mandato di Barack Obama, gli Stati Uniti hanno scoperto che circa 30mila soldati afgani regolarmente retribuiti in realtà non esistevano; erano nomi inventati dai comandanti locali, che intascavano i soldi degli stipendi pagati dai contribuenti americani. Washington condannava pubblicamente la corruzione del governo afgano, ma nella pratica la incoraggiava, investendo tantissimi soldi per contratti e progetti che il paese non era in grado di realizzare. Tutti i presidenti statunitensi sapevano di questi raggiri. Ma l’amministrazione Obama voleva dimostrare che l’aumento delle truppe ordinato nel 2009 stava producendo degli effetti, così portò “il conflitto a un nuovo livello, pubblicizzando cifre fuorvianti, pretestuose o addirittura false”, scrive Whitlock. Durante il mandato di Donald Trump aumentarono le pressioni sui generali per convincerli “ad alzare la voce e a vantarsi del fatto che la sua strategia di guerra era destinata ad avere successo”.

Molto prima che Joe Biden annunciasse la fine della guerra in Afghanistan, gli Stati Uniti avevano fatto due volte dichiarazioni simili, annunciando la fine della guerra nel 2003 e di nuovo nel 2014, ma la guerra era continuata. Era successo in parte perché “in pubblico quasi nessun alto funzionario del governo aveva mai avuto il coraggio di ammettere che gli Stati Uniti stavano perdendo”, scrive Whitlock. “Con il loro silenzio complice, i leader militari e politici hanno evitato di assumersene la responsabilità e di fare nuove valutazioni che avrebbero potuto abbreviare il conflitto o cambiarne l’esito”.

Non che non fossero stati avvertiti. In La guerra di Bush, Woodward racconta che dopo l’11 settembre Cofer Black, direttore del centro antiterrorismo della Cia, e Richard Armitage, vicesegretario di stato, andarono a Mosca per informare i russi dell’invasione imminente dell’Afghanistan. I russi, che si erano ritirati dal paese nel 1989 dopo dieci anni di occupazione, li avvertirono che l’Afghanistan era il “paradiso delle imboscate” e che, per usare le parole di uno di loro, sarebbero stati “sbattuti fuori a calci”. Cofer aveva risposto fiducioso: “Li uccideremo. Sconvolgeremo il loro mondo”.

Oggi, dopo aver ritirato tutti i suoi soldati e con i taliban che hanno riconquistato il potere, Washington sta cercando di fare un bilancio sulla guerra più lunga che abbia mai combattuto. Perché e come gli Stati Uniti hanno perso? Avrebbero dovuto restare più a lungo? Valeva il prezzo che hanno pagato in termini di uomini e di miliardi? Come stanno ripagando gli afgani che hanno lavorato al loro fianco? E se l’Afghanistan diventasse di nuovo un rifugio per i terroristi che attaccano gli interessi e gli alleati degli Stati Uniti? Biden ha dichiarato che “la guerra in Afghanistan è finita”, ma si è anche impegnato a continuare la lotta contro i terroristi in quel paese. Quali sono, quindi, i limiti e i mezzi delle future azioni militari e di intelligence statunitensi?

New York, 11 settembre 2001 (Steve McCurry, Magnum/Contrasto)

Queste sono domande essenziali, ma una guerra non dovrebbe essere giudicata solo in base ai tempi e ai modi della sua fine. Abbiamo ancora di fronte un interrogativo altrettanto importante: quanto è stata giusta questa guerra se è stata sostenuta solo da menzogne?

4. Colpire l’obiettivo sbagliato

Negli ultimi vent’anni il governo ha spesso cercato di trovare una risposta. Prendiamo due documenti della fine del 2006: il rapporto dell’Iraq study group (Isg), presieduto da James A. Baker e Lee H. Hamilton, secondo cui Washington aveva bisogno di rivedere radicalmente la sua strategia diplomatica e politica in Iraq; e l’US army/marine corps counterinsurgency field manual, il manuale scritto da un gruppo guidato dall’allora generale dell’esercito David H. Petraeus, secondo cui le autorità statunitensi dovevano rivedere radicalmente le tattiche militari per le guerre d’insurrezione simili a quelle che avevano affrontato in Iraq e in Afghanistan.

Sono entrambi scritti come se dovessero suggerire soluzioni ai problemi. Ma possono essere letti come la prova che i problemi non avevano una soluzione realistica o che l’unica soluzione sarebbe stata non averli mai creati.

“Non esiste una formula magica per risolvere i problemi dell’Iraq”, sostiene il rapporto dell’Isg, ma le soluzioni che propone avrebbero richiesto una buona dose di magia. Il rapporto chiede un’“offensiva diplomatica” per rafforzare il sostegno internazionale all’Iraq, persuadere Iran e Siria a rispettarne il territorio e la sovranità, e per l’impegno per “una pace globale arabo-israeliana su tutti i fronti”. Semplice, no? Il governo iracheno, nel frattempo, dovrebbe sforzarsi per raggiungere la riconciliazione nazionale (erano già in corso sanguinose lotte tra comunità), rafforzare la sicurezza interna (anche se il rapporto definisce disastrosa la situazione dell’esercito e della polizia iracheni) e fornire servizi sociali (anche se gli statunitensi sapevano che il governo non era in grado di garantire la fornitura di elettricità, acqua potabile, servizi fognari e istruzione).

L’11 settembre 2001, mentre le torri gemelle di New York bruciavano, decine di persone si lanciarono dai grattacieli nel tentativo di sfuggire alle fiamme e al fumo. Si calcola che almeno duecento persone morirono in questo modo (David Surowiecki, Getty Images)

Le raccomandazioni sembrano scritte nella consapevolezza che non saranno mai applicate. “Non ci possiamo aspettare miracoli”, afferma il rapporto, due volte. In mancanza di un intervento divino, il passo successivo è ovvio. Se il governo iracheno non sarà in grado di dimostrare di aver fatto “progressi sostanziali” verso questi obiettivi, conclude il rapporto, “gli Stati Uniti dovrebbero ridurre il loro sostegno politico, militare ed economico”. In pratica l’asticella è fissata così in alto da far pensare che l’obiettivo finale sia giustificare il ritiro.

Il manuale di controinsurrezione è un documento straordinario. Respingendo implicitamente concetti come quello di “colpisci e terrorizza “ (shock and awe) e di “forza travolgente”, sostiene che la chiave per combattere un’insurrezione in paesi come l’Iraq e l’Afghanistan è fornire sicurezza alla popolazione locale e ottenere il suo sostegno attraverso un governo efficace. Tenta anche di cogliere la natura dei nemici degli Stati Uniti. “La maggior parte di loro non cerca di sconfiggerci con operazioni convenzionali e non si limita a usare mezzi puramente militari”, afferma il manuale. “Sanno che non possono competere con le forze statunitensi in quei termini. Cercano piuttosto di logorare la nostra forza di volontà”. Logorare la forza di volontà americana era stato l’obiettivo di Al Qaeda fin dall’inizio.

“Soldati e marines dovrebbero costruire nazioni oltre che combattere”, proclama il manuale. Ma quest’affermazione implica una serie di difficili compiti – rimettere in piedi le istituzioni, ricostruire le infrastrutture, potenziare le forze di sicurezza locali, far rispettare lo stato di diritto – che rivelano il nodo al cuore della nuova dottrina. “Le forze di controinsurrezione dovrebbero essere pronte a sostenere un impegno a lungo termine”, afferma il manuale. Eppure, solo poche pagine dopo, ammette che “alla fine tutti gli eserciti stranieri sono visti come intrusi o occupanti”. Non c’è da stupirsi che tanti degli esempi storici di controinsurrezione che il manuale cita, compresi i resoconti della guerra in Vietnam, siano storie di fallimenti. Gli autori del manuale sembrano consapevoli dell’importanza del documento. L’edizione 2007 contiene una prefazione, seguita da un’introduzione, poi un’altra prefazione, poi alcuni brevi ringraziamenti e infine un’altra introduzione. Ma tutte queste premesse sono significative. Nella sua prefazione, il tenente colonnello dell’esercito John Nagl scrive che l’effetto più duraturo del documento potrebbe essere quello di fungere da catalizzatore non per ricostruire l’Iraq o l’Afghanistan ma per trasformare l’esercito e il corpo dei marines in “organizzazioni di addestramento più efficaci”, in grado di adattarsi ai cambiamenti della guerra.

Nella migliore delle ipotesi, insomma, il manuale poteva servire per i conflitti futuri: come combattere e se farlo. Non è un caso che Biden, parlando della sua scelta di ritirare le truppe dall’Afghanistan, abbia ripudiato l’idea che la controinsurrezione sia un obiettivo della politica degli Stati Uniti: “Sostengo da molti anni che la nostra missione dovrebbe essere strettamente focalizzata sull’antiterrorismo, non sulla controinsurrezione o sulla costruzione di una nazione”.

“I soldati dovrebbero costruire nazioni oltre che combattere”, proclama il manuale. Ma questo implica una serie di difficili compiti

Neanche la guerra più lunga è stata abbastanza lunga da garantire il successo di un tentativo di controinsurrezione.

Nel suo libro I bravi soldati _(Mondadori 2007), David Finkel racconta le missioni di un battaglione dell’esercito schierato in Iraq durante l’escalation del 2007 e del 2008, un periodo di guerra palesemente influenzato dalla nuova dottrina della controinsurrezione. Nel suo sequel del 2013, _Thank you for your service, l’autore vede questi uomini che tornano a casa e cercano di dare un senso alla loro esperienza militare, di adattarsi alla loro nuova vita. “La cosa che ha colpito tutti”, spiega Finkel nel secondo libro, “è che non c’era una linea del fronte ben definita. Era una guerra a 360 gradi, nessun obiettivo verso cui avanzare, nessun nemico in uniforme, nessuno schema d’azione prevedibile, nessun sollievo”. È una sintesi potente di che cosa significa combattere un’insurrezione.

Il soldato Adam Schumann è stato congedato a causa di un disturbo da stress post-traumatico e di un trauma cranico, “il risultato di un colpo di mortaio caduto senza preavviso dal cielo”, scrive Finkel. Schumann soffre di incubi, mal di testa e sensi di colpa; vorrebbe aver bisogno di bende o stampelle, di qualsiasi cosa che giustifichi visivamente la sua assenza dal fronte. Sua moglie sopporta le sue terapie, la sua rabbia, la sua ambivalenza nei confronti della vita. “È ancora un bravo ragazzo”, cerca di convincersi la donna. “È solo un bravo ragazzo spezzato”. Un altro soldato, Nic DeNinno, fatica a raccontare a sua moglie di quando lui e i suoi commilitoni hanno fatto irruzione in una casa irachena in cerca di un obiettivo importante. Lui aveva gettato un uomo giù dalle scale e ne aveva preso un altro per la gola. Dopo che se ne erano andati, il tenente gli aveva detto che era la casa sbagliata. “Una cazzo di casa sbagliata”, dice Nic a sua moglie. “Una delle cose che voglio ricordare è quante volte abbiamo colpito la casa sbagliata”.

Colpire la casa sbagliata è quello che la dottrina della controinsurrezione dovrebbe evitare. Anche catturare o uccidere un bersaglio di alto livello può essere controproducente se nel frattempo terrorizzi una comunità e fai crescere la lista dei tuoi nemici. In Iraq l’intero paese era la casa sbagliata: i leader statunitensi lo sapevano, ma lo hanno attaccato comunque.

Nel suo libro Spencer Ackerman attacca Obama per aver reso la guerra al terrorismo più “accettabile”, dandole una patina di legalità

5. La guerra in casa

Nell’undicesimo capitolo del rapporto della commissione sull’11 settembre gli autori virano verso la filosofia, riflettendo su come il senno di poi abbia influenzato le loro opinioni sull’11 settembre 2001. “Con il passare del tempo, più i documenti diventano disponibili e più i fatti diventano chiari”, afferma il rapporto. “Eppure ripensare a come sono andate le cose diventa più difficile, perché quel mondo passato, con le sue preoccupazioni e le sue incertezze, si allontana sempre più”. Prima di dare giudizi definitivi, poi, si chiede “se le intuizioni che oggi sembrano evidenti avrebbero avuto senso in quel momento”.

È un atteggiamento lodevole, che aiuta i lettori a capire come sono stati percepiti gli attacchi e perché le autorità hanno risposto in quel modo. Ma ha anche l’effetto di tenere quel giorno intrappolato nel passato, a distanza di sicurezza. Due dei libri più recenti sull’11 settembre, Reign of terror di Spencer Ackerman e Subtle tools di Karen Greenberg, tracciano linee nette tra i primi giorni della guerra al terrorismo e le sue mutazioni oggi, tra conflitti all’estero e divisioni in patria. Questi lavori dimostrano che l’11 settembre è rimasto con noi e che viviamo ancora tra le sue rovine.

Annunciando la sua candidatura alla presidenza, nel 2015, Donald Trump disse che gli Stati Uniti “non vincono più”: stava sminuendo l’eredità dell’11 settembre e allo stesso tempo la stava sfruttando per i suoi scopi. “La sua grande intuizione è stata che la politica sciovinista della guerra al terrorismo non doveva essere legata solo a quella guerra”, scrive Ackerman. “Questo gli ha permesso di raccontare una storia di grandezza perduta”. E se la grandezza degli Stati Uniti è perduta, qualcuno deve avergliela sottratta. Le politiche punitive contro i musulmani, contro i migranti che attraversano il confine meridionale e contro gli attivisti per la giustizia razziale sono state rafforzate dalla natura irrisolta della guerra globale al terrorismo.

Nel racconto di Ackerman la guerra non è solo lontana, in Iraq o in Afghanistan, in Yemen o in Siria; è anche dentro casa, con la sorveglianza di massa, le forze dell’ordine militarizzate e il tentativo di descrivere l’immigrazione come una minaccia alla sicurezza della nazione invece che come un caposaldo dell’identità nazionale. “Trump”, scrive Ackerman, “aveva imparato la lezione più importante dell’11 settembre: chiunque può essere descritto come un terrorista”.

Ackerman e Greenberg individuano un momento preciso in cui la risposta statunitense cominciò a prendere la piega sbagliata: l’autorizzazione all’uso della forza militare, preparata dall’ufficio legale dell’amministrazione Bush e approvata dal congresso pochi giorni dopo gli attentati. La breve risoluzione congiunta permetteva al presidente di usare “tutta la forza necessaria e appropriata” contro qualsiasi nazione, organizzazione o persona che avesse commesso gli attentati e per prevenire attacchi futuri. È il “documento all’origine della guerra al terrorismo e della sua eredità”, scrive Greenberg. “Pieno di imprecisioni, la sua terminologia serviva a codificare un aumento di potere”. Il campo di battaglia, il nemico e la definizione di vittoria erano vaghi, ma la guerra diventava potenzialmente “senza limiti temporali né geografici”. È così che nasce una guerra infinita.

Da sapere
Attentati e conseguenze

◆ L’11 settembre 2001 diciannove terroristi di Al Qaeda dirottarono quattro voli di linea della United Airlines e dell’American Airlines. Due aerei si schiantarono contro il **World trade center **di New York; un altro si abbatté sul Pentagono e l’ultimo precipitò dopo che i passeggeri si erano ribellati ai dirottatori. Quasi tremila persone morirono e altre seimila rimasero ferite.

◆Nelle settimane e nei mesi successivi gli Stati Uniti, sostenuti da alcuni paesi alleati, lanciarono una guerra internazionale contro il terrorismo jihadista. Prima invasero l’Afghanistan governato dai taliban, che avevano dato ospitalità ai militanti di Al Qaeda, e presero rapidamente il controllo del paese. Poi, nel 2003, decisero di rovesciare il governo di Saddam Hussein, in Iraq, accusato (in base a prove che poi si rivelarono false) di avere legami con Al Qae­da e di essere in possesso di armi di distruzione di massa. Questi due conflitti hanno fatto aumentare l’instabilità in tutta la regione e hanno contribuito a cambiare gli assetti geopolitici. Durante le occupazioni statunitensi sono nati nuovi gruppi terroristici che hanno progressivamente allargato il loro raggio di azione, in particolare in Africa e in altri paesi del Medio Oriente, riuscendo a compiere decine di attentati in Europa.

◆Secondo le ricostruzioni del Watson institute for international and public affairs della Brown university, i combattimenti nei conflitti successivi all’11 settembre e nell’ambito della guerra al terrorismo hanno causato 800mila morti, di cui almeno 360mila civili. I morti tra i soldati statunitensi e degli eserciti alleati sono stati circa trentamila. Wash­ington ha speso più di ottomila miliardi di dollari nella guerra globale al terrorismo.


Ci sono stati momenti in cui si poteva intravedere una possibilità d’uscita. Uno nel 2011, dopo l’uccisione di Bin Laden. Ma Barack Obama, sostiene Ackerman, “sprecò la migliore possibilità che qualcuno potesse mai avere di mettere fine all’era dell’11 settembre”. L’autore attacca l’ex presidente per aver reso la guerra al terrorismo più “accettabile”, dandole una patina di legalità : ha vietato la tortura ma non è riuscito a chiudere la prigione di Guantanamo; e ha fatto affidamento sempre di più sugli attacchi con i droni, che “hanno perversamente incentivato i militari e la Cia a uccidere invece di catturare”. I bersagli e i campi di battaglia sarebbero stati sempre di più, indipendentemente dal presidente o dal partito al governo. I fallimenti sono diventati un motivo per insistere, mai per fare un passo indietro.

Più la guerra andava avanti, scrive Ackerman, più il suo “sottotesto grottesco” di nativismo e razzismo finiva al centro della politica statunitense. Senza la guerra al terrorismo è più difficile immaginare un candidato alla presidenza degli Stati Uniti che accusa un presidente in carica di essere straniero, musulmano, e che usa questa menzogna come rampa di lancio per arrivare al potere. Senza la guerra al terrorismo è più difficile immaginare il divieto d’ingresso negli Stati Uniti per le persone provenienti da paesi a maggioranza musulmana. Senza la guerra al terrorismo è più difficile etichettare i manifestanti americani come terroristi, o sentire un segretario alla difesa che descrive le città del paese come un “campo di battaglia da dominare”.

Trump è stato una forza dirompente nella vita statunitense, ma c’è stata anche molta continuità. “Un’America molto diversa ha messo radici” nei due decenni successivi all’11 settembre, scrive Greenberg. “In nome della ritorsione, della ‘giustizia’ e della prevenzione, i suoi valori fondamentali sono stati messi da parte”.

Nel suo ultimo libro su Bin Laden, Bergen sostiene che per il fondatore di Al Qaeda l’11 settembre è stato un grande successo tattico, ma un fallimento strategico a lungo termine. Senza dubbio ha sferrato un colpo tremendo alla “testa del serpente”, come definiva gli Stati Uniti. “Ma invece di mettere fine all’influenza statunitense nel mondo musulmano, gli attacchi dell’11 settembre l’hanno amplificata”, con due lunghe, grandi invasioni e nuove basi militari in tutta la regione.

Eppure l’eredità dell’11 settembre va cercata non solo in Afghanistan o in Iraq, ma anche in un’America che ha lasciato emergere e crescere alcuni dei suoi impulsi peggiori, una nazione profondamente divisa, che ignora i fatti scomodi e abbraccia le teorie del complotto; che demonizza gli estranei e che, dopo aver fallito nel tentativo di diffondere la libertà e la democrazia nel mondo, sembra meno incline a sostenerle in casa. Oggi gli statunitensi sono preoccupati più per l’estremismo interno che per il terrorismo straniero. Il 6 gennaio 2021 dei cittadini statunitensi hanno assaltato il Campidoglio di
Washington che Al Qaeda sperava di colpire l’11 settembre 2001. A diciassette anni da quando la commissione sull’11 settembre invitò gli Stati Uniti a offrire una leadership morale al mondo e a essere generosi con i propri vicini, quella leadership morale è in discussione e possiamo a malapena essere generosi e premurosi con noi stessi.

In Guerra per sempre Dexter Filkins descrive una nazione in cui “qualcosa si era fondamentalmente spezzato dopo tanti anni di guerra. In cui c’era stata una sorta di dislocazione primordiale tra causa ed effetto, un intorpidimento del tutto comprensibile, perfino necessario, dato il dolore”. Filkins parla dell’Afghanistan, ma le sue parole potrebbero valere anche per spiegare gli Stati Uniti negli ultimi vent’anni. Ancora scossa da un attacco caduto dal cielo, l’America vive in una sorta di condizione da stress post-traumatico. È ancora in convalescenza e rimane un buon paese, ma un buon paese spezzato. ◆ as, bt

Carlos Lozada è il critico della saggistica del Washington Post. Ha scritto _What were we thinking: a brief intellectual history of the Trump era _(Simon & Schuster 2020). Nel 2019 ha ricevuto il premio Pulitzer.

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Questo articolo è uscito sul numero 1426 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati