S mentendo palesemente il vecchio adagio secondo cui “lo spettacolo deve continuare”, l’industria dell’intrattenimento si è fermata. Le notizie dei focolai di nuovo coronavirus hanno bloccato la produzione di tutto, dalle soap adolescenziali del momento al raffinato biopic su Elvis (in bocca al lupo agli Hanks). Con le sale cinematografiche chiuse in tutto il mondo, le case di produzione hanno compattamente ritirato le uscite dei film più promettenti al botteghino, rimandandole a una stagione – si spera – più clemente: la fine dell’estate o l’autunno. Anche se i cinema fossero aperti, di questi tempi difficilmente la gente uscirebbe di casa per andare in un luogo pubblico affollato. Il fatto che ci prepariamo a trascorrere quello che potrebbe essere un lungo periodo tra le quattro mura domestiche, per il settore dei film può significare solo una cosa: comincia l’età dell’oro dello streaming.
La terapia dell’esposizione
Sono usciti infiniti articoli con suggerimenti e guide alle visioni ideali per la quarantena che spaziano dai piaceri assurdi come il fiasco Vi presento Joe Black, al clima rilassante degli inoffensivi film di Nancy Meyers (come Genitori in trappola) fino al terrore germofobico della serie Safe. Altri hanno colto l’occasione per rispolverare film che parlano in modo più diretto del fenomeno che stiamo vivendo: noleggio e download del thriller catastrofico di Steven Soderbergh Contagion _sono aumentati vertiginosamente, così come le considerazioni sulla sua anticipazione terribilmente realistica della pandemia. Su Twitter, alcuni colleghi hanno raccomandato il recente romanzo _Febbre di Ma Ling e Perfect sense, film di culto del 2011 basato su un esperimento di pensiero fantascientifico, entrambi racconti distopici di un mondo malato.
Anche il film _Virus letale. Outbreak _di Wolfgang Petersen – che per un’inquietante casualità ha appena celebrato i 25 anni dall’uscita in sala – ha registrato un enorme aumento delle visualizzazioni in streaming (al momento in cui scriviamo, è il terzo film più visto su Netflix negli Stati Uniti) man mano che il suo tema diventava sempre più spaventosamente rilevante. La spinta a cercare storie che parlano di quello che più ci turba potrebbe sembrare una strana perversione della condizione umana contemporanea, ma in realtà è un atteggiamento radicato nella nostra patologia da millenni. Gli spettatori si sentono attratti da questi film per una forma di terapia dell’esposizione, attraverso la quale una minaccia inconcepibile può essere sperimentata e superata. O magari tutti vogliono semplicemente vedere la scena di _Virus letale _in cui Kevin Spacey viene infettato dal morbo.
La spinta a cercare storie che parlano di quello che ci turba di più sembra una strana perversione della condizione umana contemporanea
Per alcuni profili psicologici, distogliere lo sguardo dalla paura serve solo a farla crescere in dimensioni e in intensità. Film come quelli di Soderbergh e Petersen – o proiezioni meno letterali, come l’apocalisse zombi di 28 giorni dopo di Danny Boyle – consentono al pubblico di vivere indirettamente la fine dei giorni e di osservare quello che accadrà dopo. Per la mente, è una forma di preparazione all’emergenza che rende pensabile l’impensabile e che aiuta a chiedersi quale potrebbe essere la posizione della persona media in un evento del genere. È un modo inquietante di ammazzare due ore, come dimostra la vena di terrore che attraversa ogni articolo del tipo: “Oggi ho rivisto Contagion, oh mio dio”. Eppure teoricamente lascia lo spettatore un po’ più preparato e più assuefatto a qualsiasi orrore possa venire. Certo che analizzare le diverse visioni catastrofiche è piuttosto futile, perché quando qualcosa occupa così tanto spazio della mente come sta facendo il panico da Covid-19, tutto diventa visione dell’apocalisse. Se è impossibile passare un’ora senza essere ossessionati dalle precarie condizioni della salute pubblica, è altrettanto impossibile non proiettare quelle ansie su ciò che si sceglie di guardare.
Il virus elefante
Per esempio, qualche sera fa ho fatto quello che tutti gli esperti raccomandano: ho distolto per un po’ lo sguardo dalle notizie per passare del tempo sul divano con i miei cari. Le repliche di serie “sicure” come Mad men _e _30 rock, tuttavia, non hanno generato l’istantaneo effetto morfinico che solitamente dispensano. Ogni premessa o sviluppo della trama potevano essere piegati in un inquietante parallelo con il virus-elefante che volevamo disperatamente tenere fuori dalla stanza.
In Mad men Don Draper ha un attacco di panico quando i suoi sordidi segreti rischiano di essere svelati, ma i suoi sudori freddi ricordano solo una cosa. In _30 rock _Liz Lemon avvisa Jack Donaghy che sua madre potrebbe morire da un momento all’altro e che farebbe bene a riconciliarsi con lei finché è in tempo: in questo caso il collegamento è stato naturale. Quando la posta in gioco è così alta, qualsiasi cosa può scatenare un attacco di ipocondria.
Per la prima volta nella mia vita, le immagini in movimento si sono dimostrate un antidoto insufficiente ai mali del mondo. In momenti come questo, l’equivalente visivo della reazione di attacco o di fuga dovrebbe spingere l’Homo sapiens verso un confronto diretto con i film catastrofici, come strategia per mantenere la situazione sotto controllo, o verso gli effetti rasserenanti dell’evasione, in quanto oasi di diniego. Ma stavolta anche quelli di noi che di solito si schierano con l’evasione possono sentirsi al riparo solo fino a un certo punto. Forse – comincio davvvero a convincermene – l’unica vera terapia è la semplice, distaccata e assorta pratica di affettare le verdure. ◆ nv
**Charles Bramesco **è un giornalista e critico cinematografico statunitense.
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Questo articolo è uscito sul numero 1351 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati