Non c’è bisogno di segnalare il lavoro sul teatro antico che fa ogni anno la fondazione Inda a Siracusa. Probabilmente la stagione 2026 chiuderà con duecentomila spettatori per Alcesti con la regia di Filippo Dini, Antigone di Robert Carsen, I persiani di Àlex Ollé e l’Iliade di Giuliano Peparini (gli ultimi due ancora in scena fino al 28 giugno). Ma chi non è mai andato, anche se non s’interessa di teatro, deve sicuramente organizzarsi, magari per l’anno venturo. La funzione pubblica del teatro – discutere di quello che si vede – è esaltata dal contesto. E la potenza dei testi antichi risuona con i temi del presente: la violenza sulle donne, la guerra senza regole, l’esaltazione del potere che porta a distruzione, la propaganda. Ollé e Carsen sono i più espliciti e magistrali nel segnare il meraviglioso spazio scenico con immagini che ci portano dentro gli incubi delle nostre apocalissi, il trumpismo, le trincee tra Gaza e l’Ucraina. Peparini purtroppo non è all’altezza del compito. Chi va ne vorrebbe di più: sarebbe bello avere più repliche – spesso i biglietti vanno esauriti – e poter rivedere le rappresentazioni passate. C’è un senso pedagogico, che riguarda gli spettatori (molte scolaresche) ma anche la formazione attoriale: quest’anno ho amato particolarmente l’Eracle di Denis Fasolo, il Tiresia di Graziano Piazza, il Creonte di Paolo Mazzarelli, l’Atossa di Anna Bonaiuto, il messaggero Giuseppe Sartori e ovviamente gli allievi dell’accademia dell’Inda. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1670 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati