Ogni volta che si sdraia, la sera per addormentarsi accanto al fidanzato Mezac o il pomeriggio per riposarsi dopo aver riordinato casa, François Andrélie, 34 anni, sente che la terra intorno a lei comincia a tremare. All’improvviso si ritrova nella città dov’è nata, Port-au-Prince, quel 12 gennaio 2010 quando, poco prima delle cinque del pomeriggio, un sisma di magnitudo 7,3 sulla scala Richter colpì il suo piccolo e già disperato paese, Haiti.
Andrélie ha un sorriso timido e grande, e delle treccine che nasconde sotto una cuffia a cuori bianchi e neri. A metà luglio del 2016 Andrélie era al terzo mese della sua prima gravidanza e ancora non sapeva se avrebbe partorito un maschio o una femmina. Quando vado a trovarla nel piccolo appartamento che lei e il fidanzato dividono con un’altra coppia di haitiani mi confessa di essere “felice, ma allo stesso tempo un po’ triste”.
“La vita che faccio non mi piace”, dice. “Quando ero giovane pensavo che avrei potuto offrire il meglio a mio figlio”. Prima di rimanere incinta, Andrélie lavorava nella cucina di Chewin’s, un ristorante di pesce di Tijuana, una città nello stato messicano della Bassa California. Si è licenziata perché il pavimento era sempre bagnato e aveva paura di scivolare. Il suo sogno è ricominciare a studiare: “Vorrei diventare un medico” dice. Le piacerebbe tornare ad Haiti, nel suo paese, ma non è possibile.
Il giorno in cui ci siamo conosciute Andrélie aveva appena fatto un’ecografia nell’ambulatorio Salud Digna, nel centro di Tijuana, che offre esami e analisi del sangue a prezzi ragionevoli. Con lei c’erano altre donne haitiane. Erano tutte accompagnate da Ximena Rojas e Bianca Tema Mercado, due ostetriche che le assistono gratuitamente. Con i soldi che raccolgono attraverso donazioni sui social network e il passaparola, Rojas e Mercado pagano i costi degli esami e l’affitto di una stanza dove visitano le pazienti.
L’aiuto della città
François Andrélie ha lasciato Haiti nel 2011 e, dopo aver preso un diploma tecnico nella Repubblica Dominicana, è andata in Brasile. Il suo fidanzato viveva lì da tre anni, come molti altri haitiani. In quel periodo il paese sudamericano si preparava a ospitare i Mondiali del 2014 e aveva urgente bisogno di manodopera. Il governo brasiliano aveva concesso ai cittadini haitiani un permesso di soggiorno e molti avevano trovato lavori pagati discretamente nel settore alberghiero, nell’edilizia o nella ristorazione. Ma, con la fine dei Mondiali e delle Olimpiadi nel 2016, l’acutizzarsi della crisi economica e politica, la disoccupazione in Brasile è aumentata. Molti haitiani hanno perso il lavoro e hanno deciso di attraversare a piedi o in autobus sette paesi, pagando migliaia di dollari ai trafficanti di esseri umani per raggiungere gli Stati Uniti. “Ho lasciato il Brasile l’8 settembre 2016 e sono arrivata a Tijuana all’inizio di dicembre”, racconta Andrélie. “Il viaggio è stato pericoloso”. Prende il cellulare e mi mostra una foto di quando, a Panamá, si è riparata in un rifugio di fortuna costruito con pali di legno e foglie larghe.
Visita di gruppo
Alla fine del 2016, proprio quando Andrélie è arrivata a Tijuana insieme a migliaia di haitiani, nella città messicana si è cominciato a parlare di crisi migratoria. I centri di accoglienza, impreparati ad accogliere così tante persone, si sono riempiti in fretta e molte chiese evangeliche si sono trasformate in rifugi improvvisati. Gli haitiani erano convinti che la loro permanenza in Messico sarebbe durata poco. Ma a settembre del 2016 l’amministrazione Obama ha limitato l’accesso degli haitiani negli Stati Uniti e, nel gennaio del 2017, con l’elezione di Donald Trump si sono inasprite ulteriormente le regole d’ingresso. Così moltissimi haitiani sono rimasti bloccati in Messico. Tijuana ha istituito un comitato strategico di assistenza umanitaria presieduto dall’avvocata specializzata nei diritti umani Soraya Vázquez. L’obiettivo era aiutare i migranti a regolarizzare la loro situazione e a trovare una sistemazione permanente, e coordinare i volontari che volevano dare una mano. “Tra il settembre e il dicembre del 2016 sono arrivati a Tijuana ottomila haitiani”, dice Soraya. “La cittadinanza li ha accolti con generosità, non avevamo mai visto una reazione del genere”.
Secondo i dati forniti da Rodolfo Figueroa Pacheco, un funzionario dell’Instituto nacional de migración della Bassa California, ad agosto del 2017 a Tijuana c’erano 1.425 persone provenienti da Haiti. Molte hanno ottenuto un permesso permanente che gli consente di lavorare e stanno ricominciando da capo, consapevoli del fatto che oggi provare a entrare negli Stati Uniti significherebbe, con molta probabilità, essere arrestate e rimpatriate nell’isola.
“È cominciato tutto nell’estate del 2016”, ricorda Bianca Tema Mercado, 34 anni, che vive a Chula Vista, nella contea di San Diego, a venti chilometri dal confine. “Un giorno stavo attraversando la frontiera e ho notato un traffico insolito. Un’amica mi ha spiegato che molti haitiani che abitavano negli Stati Uniti stavano andando a trovare i loro connazionali arrivati dal Brasile e bloccati a Tijuana. Non ne sapevo niente, perché nessun giornale e nessuna tv ne aveva mai parlato. Poi, facendo un po’ di ricerche, ho scovato un servizio radiofonico. Ho subito pensato che tra quelle migliaia di persone, in viaggio da mesi, dovevano esserci anche bambini e donne incinte. Così il giorno dopo ho preso il mio zainetto da lavoro, ho attraversato la frontiera e ho raggiunto il rifugio femminile più vicino, quello di Madre Asunta. Nel frattempo ho scoperto che Ximena stava facendo la stessa cosa”.
Bianca Tema ha un viso rotondo che sembra di porcellana e i capelli pettinati come una ballerina degli anni cinquanta. È stata la prima della sua famiglia a nascere negli Stati Uniti e difende con orgoglio le sue origini indigene e messicane. Si è interessata all’ostetricia molto presto, quando a 16 anni è diventata madre per la prima volta. Un’esperienza che, dopo tanto tempo e altri tre figli, la fa ancora soffrire. Quando ne parla, non trattiene le lacrime. “Il mio parto è stato violento e medicalizzato. Credevo di essere forte, invece mi hanno fatto sentire incapace, e quella sensazione mi ha accompagnato per mesi. Poi è rimasta incinta mia sorella più piccola. Anche lei era molto giovane, aveva 15 anni. La sua gravidanza, però, è stata serena. Mi ha chiesto di accompagnarla in sala parto. Le sono rimasta vicino, le ho parlato dolcemente, l’ho aiutata a respirare e tutto è andato bene. Ha partorito naturalmente, senza traumi. Ho pensato che l’unica differenza rispetto alla mia esperienza ero stata io: mia sorella aveva avuto vicino una persona che le voleva bene”.
La storia di Ximena Rojas è simile: “Ho vissuto la violenza ostetrica sulla mia pelle. Negli ospedali pubblici in Messico le donne non possono essere accompagnate da nessuno durante il parto. Nel mio caso, i medici non hanno permesso neanche a mia mamma di entrare”.
Anche Rojas, con lunghi capelli castani e una voce dolce che infonde tranquillità, ha partorito all’età di 16 anni. Tutto nella sua vita ruota intorno all’ostetricia, e le sue giornate sembrano interminabili. Oltre alle pazienti che assiste, tiene un corso online di preparazione al parto che fa pagare solo venti dollari, lotta per il riconoscimento della sua professione in Messico e quasi ogni giorno va a trovare le donne haitiane che, senza di lei, probabilmente non riceverebbero nessuna assistenza medica. “Occupandoci di queste donne, io e Bianca abbiamo imparato cose nuove: loro, per esempio, vengono alle visite in gruppo. Non sono mai sole. C’è sempre una donna che parla spagnolo meglio delle altre e ci aiuta a tradurre quello che diciamo”.
Nel gruppo di François Andrélie l’interprete è Marie (il nome è stato cambiato), 34 anni. È una donna energica, indossa spesso delle vistose parrucche colorate ed è un punto di riferimento per le altre ragazze. Marie vive in una baracca senza pavimento accanto a uno dei rifugi per migranti della città. Il marito è spesso violento, di recente ha distrutto la cartella clinica del bambino nato a ottobre. Rojas è preoccupata per lei, come lo era per Rose Mary, 41 anni, che a luglio ha avuto un aborto spontaneo. Rose Mary, una donna alta con il volto triste e sofferente, vive con il marito Leo, un uomo timido e gentile, in una piccola stanza colorata e curata nei minimi particolari, dove però fa molto caldo. Sono arrivati a Tijuana da qualche mese e hanno due figli ad Haiti. Li hanno chiamati per telefono ma non gli hanno raccontato dell’interruzione di gravidanza. “Non vogliamo rattristarli”, spiega Leo. Il giorno dopo l’aborto Rojas è passata a visitare la donna, le ha fatto dei massaggi e ha spiegato al marito che durante la notte avrebbe perso molto sangue e che, se la febbre fosse salita, avrebbero dovuto portarla in ospedale. Non ce n’è stato bisogno. Per tutta la notte Leo ha mandato all’ostetrica messaggi vocali su WhatsApp tranquillizzandola e ringraziandola. In sottofondo, si sentiva la voce della moglie che cantava e pregava.
In ottime mani
Gli haitiani che hanno problemi di salute possono rivolgersi all’Hospital general di Tijuana, dove si assistono le persone che non possono permettersi un’assicurazione sanitaria, neanche quella garantita dal governo a chi ha un impiego. Il problema, però, è proprio questo: le strutture non sono in grado di far fronte a una domanda così numerosa e il trattamento riservato ai pazienti, anche dal punto di vista umano, è spesso carente. Nei reparti di ginecologia ci sono stati molti casi di violenza ostetrica.
Monica Maldonado Millan è una pediatra che lavora in una delle sedi dell’Instituto mexicano del seguro social, a cui si rivolge il 70 per cento della popolazione. “Da noi vengono persone che appartengono al ceto medio e medio-basso. In teoria i pazienti dovrebbero essere seguiti con più attenzione rispetto all’Hospital general, ma non è così. Le future mamme vivono il travaglio in gruppo in stanze da dodici che a volte ospitano fino a venti donne. Nessun familiare le può accompagnare. In reparto abbiamo un’infermiera ogni sei pazienti e un medico ogni dodici. Non c’è controllo prenatale, basta una scusa qualunque per fare un cesareo”. Il Messico è il quinto paese al mondo per numero di parti cesarei: secondo il rapporto del 2015 del ministero della sanità, l’ultimo disponibile, 45 donne su cento sono sottoposte a un cesareo. È tre volte il massimo raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), cioè un tasso che oscilla tra il 10 e il 15 per cento.
Da quando ha conosciuto Ximena Rojas, Monica è una convinta sostenitrice di un parto diverso che rispetti la donna e il neonato, e difende l’allattamento. I colleghi, però, la osteggiano: “Non c’è la cultura giusta”, dice. “Spiego alle famiglie che potrebbero risparmiare anche 75mila pesos al mese, ma non gli importa, perché da anni in Messico insegnano che il latte artificiale è più indicato per i neonati”.
Per evitare di affrontare questa realtà, anche molte ragazze messicane si rivolgono a Bianca Tema Mercado e Ximena Rojas. Elisa Martínez, una donna di 34 anni di Tecate, a cinquanta chilometri da Tijuana, ha avuto il suo primo appuntamento con le parteras poche settimane dopo l’inizio della gravidanza. Non vuole andare in ospedale perché, dice, in passato non ha ricevuto un trattamento dignitoso. “Quando sono rimasta incinta ho pensato che avevo due possibilità opposte: partorire con un cesareo o rivolgermi a una partera, un’ostetrica. Parlando con Bianca e Ximena mi sono convinta: farò un parto naturale in casa. Il prezzo è lo stesso, circa duemila dollari, ma il trattamento e l’attenzione non sono paragonabili”.
François, Marie e le altre ragazze haitiane che vivono a Tijuana forse non lo sanno, ma loro e i bambini che nasceranno sono in ottime mani. ◆
L’International women’s media foundation ha sostenuto il reportage di Claudia Bellante da Tijuana come parte del progetto Adelante.
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Questo articolo è uscito sul numero 1234 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati