Viviamo nell’era degli schermi. Telefoni, computer, televisori, tablet, cinema, telecamere di sicurezza, pannelli pubblicitari. In un certo senso, potremmo dire che tutti questi schermi sono imitazioni del finestrino del treno. Il finestrino del treno è uno schermo gigante e interattivo, ad alta definizione e in 3d. Ha un unico problema: non possiamo portarcelo dietro. Forse gli schermi sono stati inventati proprio per questa ragione.

E forse è sempre per questa ragione che viaggiamo in treno: per il valore aggiunto dello spettacolo dei finestrini. Non a caso molte persone, quando possono scegliere, preferiscono l’autobus alla metropolitana. La metropolitana è più veloce, ma i suoi finestrini mostrano solo stazioni. In autobus la programmazione è più varia. Nessuna delle due, però, è paragonabile alla ricchezza e alla varietà di quella dei treni. Dato che i treni sono quasi ovunque, il repertorio dei loro finestrini è inesauribile. Montagne innevate, campi assolati, spiagge da dépliant, città ricche, quartieri poveri, pianure infinite. Anche se abbiamo visto mille volte quei paesaggi, non sarà mai la stessa cosa: ogni giorno ha un suo modo di organizzare i dettagli. E se non abbiamo voglia di osservarli, possiamo tranquillamente rifugiarci in un altro schermo, in un libro o nel sonno: quando alzeremo lo sguardo il finestrino sarà sempre lì.

Gli schermi sono finestre attraverso cui osserviamo. Davanti a loro siamo spettatori. I libri, invece, sono porte. Il lettore non resta fuori a guardare: deve entrare e costruire il libro via via che lo legge. Forse per questo in treno i lettori alzano spesso lo sguardo al finestrino: come chi s’immerge in apnea e ha bisogno di tornare in superficie per respirare. Quelli che guardano gli schermi somigliano più ai sub professionisti. Non hanno bisogno di risalire spesso in superficie, ma le mute gli impediscono di sentire l’acqua sulla pelle.

Guardare dal finestrino del treno è sempre un invito a pensare, a ricordare, a immaginare. Un po’ come leggere. Nel suo libro On writing. Autobiografia di un mestiere (Sperling & Kupfer 2017), Stephen King dice che per raccontare una storia non bisogna raccontare tutto. “Tutti hanno una storia e gran parte di essa non è molto interessante”, afferma, e poi consiglia: “Limitatevi alle parti che lo sono e non lasciatevi trasportare dal resto. Le lunghe ricostruzioni di una vita intera vanno riservate ai bar, e solo quando manca un’ora alla chiusura e siete voi a offrire da bere”.

Oltre ai bar un’ora prima della chiusura, c’è un altro posto dove a volte è possibile raccontare la propria vita a qualcuno ed essere ascoltato: lo scompartimento di un treno. Almeno quando si tratta di viaggi lunghi, in cui, come dice lo scrittore spagnolo Jaime Fernández, “si ha più tempo che spazio”. Fernández cita diversi romanzi in cui alcune scene chiave si svolgono su un treno a lunga percorrenza, “uno scenario ideale, perché personaggi che non si conoscevano si scambino confidenze che altrove non avrebbero osato fare”: L’idiota di Dostoevskij, La sonata a Kreutzer di Tolstoj, Corto viaggio sentimentale di Italo Svevo, Sconosciuti in treno di Patricia Highsmith. Anche raccontare una storia a qualcuno o ascoltare una storia raccontata da un altro sono attività che invitano a pensare, ricordare e immaginare.

L’immagine più triste

I fratelli Lumière inventarono il cinema con l’arrivo di un treno in stazione. Quella prima imitazione del finestrino chiamata schermo mostrò proprio un treno. E molti dei film che hanno lasciato un segno profondo nella cultura del nostro tempo prevedono un treno. In un treno si conoscono Jesse e Celine in Prima dell’alba, e un treno è la macchina del tempo che usa Doc in Ritorno al futuro. Rick se ne va in treno sotto la pioggia e senza Ilsa in Casablanca, e migliaia di volte abbiamo visto qualcuno camminare vicino a un treno in partenza nell’ultimo vano tentativo di non allontanarsi da chi si allontana. A volte poggiano le mani sul vetro, come se volessero toccarsi. Ma non si toccano, e sono il contrario di Dio e Adamo sulla volta della cappella Sistina: non si creano, si distruggono. Si guardano dal finestrino, e quello che vedono è l’immagine più triste del mondo.

Non proprio. L’immagine più triste di tutte è quella che non si vede. I treni con cui i nazisti trasportavano prigionieri nei campi di concentramento non avevano finestrini.

Viviamo, potremmo anche dire, nell’epoca dei selfie. Ma ci sono anche altre foto tipiche del nostro tempo. Una è la foto di qualcuno che viaggia in treno scattata da chi si trova sul sedile di fronte. La persona fotografata guarda dal finestrino. Spesso non vediamo nella foto quello che vede. Ma quello che importa è ciò che scorgiamo sul suo volto: il piacere di guardare dal finestrino. Mi direte che viaggiare è sempre piacevole. Può darsi. In ogni caso guardare dal finestrino non è un mezzo, ma un’attività in sé. Quando guardiamo dal finestrino, non siamo solo spettatori: il mondo ci si presenta attraverso il vetro e noi stiamo anche facendo il mondo, lo stiamo costruendo. È bene esserne consapevoli. ◆ fr

Cristian Vázquez è uno scrittore e giornalista argentino nato nel 1978.

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Questo articolo è uscito sul numero 1267 di Internazionale, a pagina 11. Compra questo numero | Abbonati