Le autostrade sono bloccate da settimane e a La Paz, dove ha sede il governo della Bolivia, la situazione è tesa. I giornalisti locali riferiscono che i manifestanti hanno cominciato a far esplodere candelotti di dinamite, mentre i residenti hanno preso d’assalto gli edifici pubblici e alzato decine di barricate, provocando carenze di carburante e di generi alimentari. Gli ospedali sono a corto di bombole d’ossigeno e le banche hanno interrotto le attività per precauzione.
Gli economisti sottolineano che le proteste stanno aggravando la crisi del paese e il dipartimento di stato statunitense, riferendosi alle manifestazioni, ha parlato addirittura di “tentativo di golpe”. L’economia è in difficoltà da tempo. A causa del calo delle esportazioni, lo stato non ha abbastanza riserve di valuta estera, indispensabili per sostenere le importazioni e altre attività fondamentali.
I due candidati principali alle elezioni dello scorso ottobre avevano promesso riforme economiche e più libertà di mercato. Jorge Quiroga voleva risanare l’economia con un’iniezione di contante da parte del Fondo monetario internazionale, ma alla fine a vincere le presidenziali è stato il politico di centrodestra Rodrigo Paz, che aveva basato la sua campagna elettorale sulle riforme senza il ricorso a un aiuto esterno.
Anche se il Partito democratico cristiano di Paz (Pdc) ha ottenuto la maggioranza parlamentare necessaria per realizzare le riforme, gli esperti avevano previsto che il suo governo avrebbe incontrato molti ostacoli. A ottobre Christina Stolte, della fondazione Konrad Adenauer di La Paz, aveva sottolineato che il Pdc non aveva nessuna unità ideologica e non era fedele al nuovo presidente: “Il Pdc non garantisce a Paz un sostegno politico coerente in parlamento, figuriamoci un voto disciplinato sulle sue proposte”.
Anni di carenze di valuta estera e una forte dipendenza dalle importazioni hanno fatto salire il debito della Bolivia fino al 95 per cento del pil.
Alla fine del 2025, quando Paz ha abolito le sovvenzioni per la benzina, il prezzo del carburante è raddoppiato. La misura, presa per consolidare il bilancio statale, si è dimostrata estremamente dolorosa per i boliviani. Il taglio dei sussidi ha provocato un’impennata nei prezzi, che poi è peggiorata con la guerra degli Stati Uniti in Iran.
Secondo le statistiche diffuse dal governo, ad aprile il potere d’acquisto dei boliviani era il 14 per cento più basso dell’anno prima. I sindacati hanno risposto alla crescita dell’inflazione chiedendo un adeguamento degli stipendi e il ripristino dei sussidi per la benzina. Intorno a queste rivendicazioni si è formata un’alleanza eterogenea tra agricoltori, minatori, insegnanti, lavoratori di altri settori e gruppi nativi.
◆ Per cercare di riportare la calma dopo quasi un mese di manifestazioni, il 25 maggio il presidente di centrodestra Rodrigo Paz, in carica da poco più di sei mesi, ha annunciato che dimezzerà il suo stipendio e quello dei suoi ministri e che ridurrà le tasse per i piccoli imprenditori, gli autisti dei mezzi pubblici e i lavoratori autonomi. Inoltre Paz ha riconosciuto che il 23 maggio, durante gli scontri scoppiati per aprire un corridoio umanitario nella località di Vilaque, a sud di La Paz, un proiettile probabilmente sparato da un agente ha ucciso un uomo di 24 anni. Reuters
Una legge contestata
Il 17 maggio il governo di Paz ha abrogato una legge agraria, approvata appena un mese prima, che avrebbe permesso ai proprietari terrieri di offrire piccoli appezzamenti come garanzia per ottenere prestiti bancari. Dopo l’introduzione della legge, in molti avevano protestato sostenendo che i piccoli proprietari avrebbero potuto perdere le loro terre a beneficio delle grandi aziende agricole.
Il governo ha abrogato la legge, ma a quel punto i manifestanti hanno chiesto le dimissioni di Paz. Il più grande sindacato della Bolivia, la Central obrera boliviana (Cob), ha organizzato diverse manifestazioni, e la procura nazionale ha emesso un mandato d’arresto contro il capo del sindacato Mario Argollo, con l’accusa di terrorismo e incitamento all’insurrezione.
La protesta è stata fomentata anche da figure vicine all’ex presidente socialista Evo Morales, che ha governato dal 2006 al 2019. Senza fornire prove, il ministro dell’economia Jose Gabriel Espinoza ha definito i manifestanti “agenti politici” attivati per aiutare Morales a tornare al potere.
Il 20 maggio Paz ha annunciato un rimpasto di governo e ha detto che ascolterà le richieste dei manifestanti, precisando che i gruppi coinvolti nella protesta avranno voce in capitolo nel processo decisionale attraverso la creazione di un consiglio economico e sociale.
Invito al dialogo
Gli Stati Uniti, nel frattempo, hanno espresso il loro sostegno al governo e condannato i tentativi di destabilizzarlo. Anche il Perù, il Cile, l’Argentina e il Paraguay hanno manifestato il loro appoggio a Paz, insieme ad altri quattro stati dell’America Centrale.
In una dichiarazione congiunta l’Unione europea e cinque ambasciate europee hanno invitato al dialogo i protagonisti della scena politica boliviana. È cruciale capire se Paz riuscirà a mantenere il potere e in che misura i mediatori locali o stranieri potranno creare lo spazio per un compromesso. Anche Morales è considerato un fattore determinante se la situazione si aggraverà. A lungo termine, la Bolivia dovrà risolvere i suoi problemi economici per stabilizzare la situazione generale. Per ora, tuttavia, Paz sta valutando la possibilità di contrarre nuovi debiti. Già prima dell’inizio delle proteste il suo governo aveva negoziato un nuovo prestito di 200 milioni di dollari (172,5 milioni di euro) dalla Banca mondiale per compensare alcune delle conseguenze sociali più gravi causate dall’inflazione. Un prestito di 4,5 miliardi di dollari promesso dalla Banca interamericana di sviluppo dovrebbe dare al governo un margine di manovra ancora maggiore. Sono inoltre in corso trattative con il Fondo monetario internazionale.
Il futuro della Bolivia dipenderà da come il governo deciderà di usare questi fondi e dalla disponibilità dei manifestanti a concedergli un po’ di tregua. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1667 di Internazionale, a pagina 25. Compra questo numero | Abbonati