Siamo su una banchina di legno in attesa del battello che ci porterà all’altra sponda del golfo. Intanto diamo un’occhiata all’equipaggiamento delle persone che sono con noi. Il nostro è un viaggio organizzato, ma ognuno deve portare la propria attrezzatura e le provviste necessarie. In quattro giorni percorreremo il Three capes track, 46 chilometri su un terreno accidentato, con 14 chili sulle spalle. Per fortuna il nostro equipaggiamento non sembra molto diverso dagli altri. All’imbarco a Port Arthur, nel sudest della Tasmania, siamo un po’ scettici perché non amiamo i viaggi organizzati. Ci consegnano lunghi impermeabili rossi che ci fanno somigliare ai personaggi della serie televisiva The handmaid’s tale.
Durante la traversata sotto costa le onde s’infrangono a prua. Quando arriviamo davanti ai faraglioni, su cui sostano uccelli bellissimi, il motore della barca si spegne improvvisamente. L’adrenalina sale, ma il capitano sorride e ci rassicura: è una sosta programmata, per ammirare il panorama e gli uccelli. Arrivati a destinazione, a Denman’s Cove, scendiamo sulla spiaggia e proseguiamo a piedi lungo una salita. Il gruppo è composto da 26 turisti australiani e due danesi. Dovremo pernottare tutti nello stesso posto e fare lo stesso percorso, ma non necessariamente con lo stesso passo.
Molti di noi una volta scesi dalla barca proseguono il trekking, altri invece si fermano per fare un bagno. Noi due prendiamo subito il sentiero. La foresta è fitta e dominata da alberi di eucalipto dal profumo intenso. Il sentiero è un passaggio nella boscaglia largo un metro e protetto ai lati da due grandi griglie metalliche. A turno battiamo gli scarponi sulla griglia e li infiliamo in una macchina di metallo che li pulisce, li lava e li disinfetta eliminando i batteri esogeni. Un modo intelligente per proteggere la natura dai turisti.
Dopo mezz’ora di sentiero scendiamo verso la costa e troviamo un posto per pranzare. I viveri sono razionati ma abbondanti. Almeno così credevamo. Pollo, avocado, uova sode, pane, hummus e verdure varie. Dopo esserci leccati le dita e aver raccolto le ultime briciole vorremmo già intaccare il pranzo del giorno seguente, ma non ci sono negozi lungo il percorso e dobbiamo rispettare le razioni.
Il pacchetto comprende il pernottamento in un cottage che raggiungiamo al tramonto. Ben, la guardia forestale, ci dà il benvenuto e ci invita a goderci il tramonto. Poi ci mostra la struttura: un’elegante costruzione in legno caldo e acciaio spazzolato con arredi essenziali. Una bella terrazza che affaccia sul mare a 120 metri di altezza, con sedie a sdraio e tappetini da yoga.
Il faro
Il mattino seguente la luce è ancora più bella. Prepariamo il porridge d’avena, riempiamo le borracce con due litri di acqua piovana e le appendiamo allo zaino insieme al sacchetto con i rifiuti. Non esiste un cassonetto in tutta l’area, nemmeno nel cottage, così dobbiamo portarceli con noi. In aprile l’aria è fresca e non è un problema, ma per i mesi estivi è meglio avere sacchetti spessi e perfettamente ermetici.
Sul percorso ci sono 36 piazzole con panchine per riposarsi, alcune arricchite di opere d’arte e ognuna con una storia da raccontare. Ci sono piazzole molto tristi, come quella chiamata _Punishment to playground _(punizione all’area giochi), con vista su un ex carcere minorile, e nella guida che ci hanno dato si possono leggere le orribili condizioni dei detenuti.
Ci sono anche storie divertenti, come quella di Who was here (chi c’era qui): seduti su ceppi quadrati, ci facciamo una cultura sugli escrementi dei vari animali. Le feci dei vombati, una specie di marsupiali australiani, sono di forma cubica. Mentre proseguiamo continuo a pensare alla forma del loro intestino.
Il sentiero sale e scende, per un po’ dobbiamo indossare l’impermeabile, e dopo sei ore arriviamo, stanchi e sudati, al cottage successivo. La terrazza sporge da una parete rocciosa. Ci accomodiamo sulle sdraio e, infilati nei sacchi a pelo che ci proteggono dalla frizzante aria della sera, ammiriamo le grandi balene che solcano queste acque due volte all’anno. La guardia forestale Cathrine ci invita a vedere l’alba dall’eliporto. Una volta alla settimana arriva un elicottero per svuotare sei grandi fosse biologiche. La piazzola è ideale anche per godersi l’alba.
La mattina seguente purtroppo il sole è nascosto dalle nuvole, quindi decidiamo di metterci subito in cammino. Il sentiero corre spesso a fianco di precipizi e profondi burroni. Finché si resta sul sentiero non c’è pericolo, ma nulla impedisce di avvicinarsi al burrone. Sulla nostra guida c’è scritto: “We also trust you near the edge”, ci fidiamo di te anche vicino al bordo. Questa frase spiega perché lungo il tracciato non ci sono segnali di pericolo, recinti e cartelli con scritto: “Divieto di accesso”.
◆**Arrivare **Un volo per Melbourne dall’Italia (Qantas Airways, Emirates, Alitalia) parte da 1.062 euro a/r. Un volo da Melbourne a Hobart, la capitale della Tasmania, parte da 110 euro a/r (Tigerair, Virgin Australia, Qantas).
◆**Clima **Nei mesi più caldi (dicembre, gennaio, febbraio) la temperatura oscilla dai 10 gradi di minima ai 20 di massima. Nei mesi più freddi (giugno, luglio, agosto) va dai 2 gradi di minima ai 10 di massima. Meglio portare un sacco a pelo che tenga caldo anche a 5 gradi sottozero.
◆Consigli Portare una lampada frontale e una borraccia da almeno due litri. Ridurre al minimo i rifiuti ed eliminare gli imballaggi superflui prima di partire.
Sul sito del Three capes track (threecapestrack.com.au) potete noleggiare tutta l’attrezzatura.
◆**Leggere **Helen Hodgman, Tasmania blues, Socrates 2016, 12 euro.
◆La prossima settimana
Viaggio in Croazia, a Zagabria, per vedere la città con gli occhi dei senzatetto. Avete consigli su posti dove dormire e mangiare,
libri? Scrivete a:
La nostra meta è il faro della piccola isola disabitata di Tasman. Il suo profilo si definisce mentre avanziamo sul sentiero. Un aneddoto recconta che nel 1923, quando aveva tre anni, la figlia dei guardiani del faro morì perché dodici piccioni viaggiatori non arrivarono mai a destinazione con il messaggio che la bambina era gravemente malata e doveva essere portata sulla terraferma.
Uno dei luoghi più significativi della giornata ci aspetta in cima a Cape Pillar, un altopiano a 262 metri sul livello del mare. In salita non c’è problema: piccoli scalini di pietra portano al primo punto di sosta, da cui poi si raggiunge la cima. Gli ultimi metri sembrano interminabili. È l’unica parte del percorso in cui il sentiero è molto stretto, a strapiombo su entrambi i lati. Il fragore delle onde ci ricorda cosa potrebbe succedere a chi inciampa. Mi giro e per un attimo mi manca il fiato, non solo per il panorama, ma anche all’idea di dover rifare quegli otto scalini per tornare sul sentiero in piano. Così, con lo sguardo fisso in avanti, scendo lentamente uno scalino alla volta. Sembra un’eternità. L’adrenalina mi accompagnerà per il resto della giornata.
I vecchi avventurieri raccontano che a causa della fitta vegetazione era impossibile raggiungere Cape Pillar. Noi avventurieri moderni non abbiamo questo problema, ma non siamo gli unici a usare il sentiero. Anche le tre specie di serpenti velenosi della penisola apprezzano i caldi spazi aperti assolati. Nella guida c’è scritto che possiamo stare tranquilli. Non serve riconoscere le tre specie perché in caso di morso il rimedio è sempre lo stesso: sdraiarsi, premere l’area intorno al morso e chiamare il numero 000.
◆“Hobart è una città alla fine del mondo”, scrive il Daily Telegraph. “La capitale della Tasmania, lo stato più meridionale dell’Australia, non si trova infatti sulla costa nord dell’isola, proiettata verso le luci di Melbourne. Guarda a sud. Verso l’Antartico. E potrebbe sembrare un posto molto improbabile per una rivoluzione gastronomica. Duramente colpita dalla crisi degli anni novanta, la Tasmania ha ancora il tasso di disoccupazione più alto del paese. E fa fatica a scrollarsi di dosso lo stigma ottocentesco legato al fatto che ospitava le più disumane colonie penali dell’Australia. Ma le cose stanno cambiando rapidamente. Grazie alla cucina. Di recente Hobart è diventata uno dei centri della nuova gastronomia australiana: la gente va a mangiare in Tasmania da Melbourne e da Sydney”.
Tra i capifila di questo movimento ci sono Alistair Wise e Teena Kearney-Wise, della pasticceria Sweet envy. Entrambe tasmaniane, avevano lasciato l’isola a vent’anni per lavorare a New York e a Londra con lo chef Gordon Ramsey. Poi sono tornate a casa. E hanno trovato una città completamente cambiata, nel pieno di un fermento culinario che ruotava intorno al ristorante The source, del Museum of old and new art. A questa rivoluzione gastronomica partecipano anche le persone che hanno deciso di trasferirsi sull’isola. Come Rodney Dunn, ex giornalista della rivista Australian Gourmet Traveller, che con la moglie Séverine Demanet ha aperto il ristorante The agrarian kitchen, totalmente incentrato sulla valorizzazione dei prodotti locali: “Il 95 per cento di quello che usiamo in cucina è coltivato o allevato nei terreni che circondano il ristorante”, dice Dunn.
Il miglior ristorante di Hobart è però Franklin, dello chef David Moyle. “Quando sono arrivato qui, nel 2001”, racconta Moyle, “la situazione era completamente diversa. C’erano materie prime eccezionali, ma non i cuochi capaci di valorizzarle”. Oggi, invece, sull’isola si è messo in moto un circolo virtuoso, con nuovi chef che arrivano attirati dalla creatività della scena gastronomica, e sempre più agricoltori e allevatori che producono ingredienti d’eccezione.
Il cellulare danese non prende e non ho un piccione viaggiatore nello zaino. Batto quindi gli scarponi un po’ più forte sul terreno, non credo che i serpenti sentano i passi, ma avvertendo le vibrazioni dovrebbero dileguarsi. Forse sarebbe stato meglio non saperlo, visto che l’eliporto più vicino è a tre ore di cammino. Mi conforta l’idea di dormire in un cottage con la porta chiusa.
L’ultima sera facciamo il resoconto della nostra giornata da avventurieri e la domanda che tutti fanno è: “Siete arrivati fino alla punta?”. Due vecchie amiche prossime ai 75 anni rispondono: “Oh, certo, era bello, vero?”. Prima di andare a letto, la guardia forestale c’invita a fare un’escursione notturna con la lampada frontale per osservare gli animali selvatici, tra cui vombati e wallaby. Ma i serpenti sono ancora svegli, quindi gli scarponi battono più forte sul terreno.
Dopo gli strepitosi paesaggi e le emozioni del giorno precedente è difficile credere alla guardia forestale quando afferma che la quarta giornata sarà ancora più bella. Invece ha ragione. Cominciamo dai mille scalini che portano al monte Fortesque. È una salita quasi verticale, tra alberi imponenti che nascondono la luce del sole. La foresta s’infittisce, le felci sono molto alte e spessi strati di muschio coprono ceppi e alberi divelti. L’acqua gocciola dalle foglie e anche il sentiero è coperto da un letto di foglie inzuppate. Non mi sorprenderei se sbucasse uno hobbit. Il senso di pace è immenso.
Parete verticale
Dopo un paio d’ore, la foresta pluviale cede il posto agli alberi di eucalipto, ai cespugli bassi e ai fiori. Il sole è caldo mentre percorriamo l’infinito saliscendi, cinquemila scalini, per raggiungere l’ultimo promontorio. Muscoli e ginocchia sono messi a dura prova, ma una volta in cima è difficile trovare le parole per descrivere il panorama. Una balaustra in vetro permette di avvicinarsi al precipizio e vedere duecento metri più in basso la parete di roccia che si erge sul mare. È una parete molto amata dai coraggiosi che fanno arrampicata. Su un lato della roccia vediamo due di loro.
Ci viene la pelle d’oca quando leggiamo la storia di Paul Pritchard, che nel 1998 fu colpito in testa da un sasso mentre si arrampicava proprio su quella roccia. Rimase in stato di semicoscienza. La fidanzata lo legò alla roccia, si calò giù e corse in cerca di aiuto. Tornò cinque ore dopo con i soccorritori. Contro ogni previsione Paul si salvò. Anche se ha il lato destro del corpo paralizzato, nell’aprile del 2016 è tornato qui ed è riuscito a portare a termine l’arrampicata.
Scendiamo con passo lento lungo il sentiero e diamo un’ultima occhiata ai due scalatori che si stanno arrampicando sulla parete verticale: dobbiamo ammettere che lì il coraggio si misura in modo diverso. L’ultima parte del nostro percorso si snoda lungo il golfo e termina su una spiaggia tropicale nella baia di Fortescue. Ci tuffiamo euforici nel mare azzurro prima di salire sull’autobus che ci riporta a Port Arthur e, da qui, direttamente all’aeroporto di Hobart. La prossima tappa è Melbourne.
L’emozione per essere riusciti a raggiunto Cape Pillar è ancora viva. E ci piace sfogliare ancora la guida, perché ci riporta a quella panchina, a quell’aneddoto o a quel momento di adrenalina che hanno trasformato un viaggio organizzato in un’avventura straordinaria. ◆lv
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Questo articolo è uscito sul numero 1273 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati