A Kampala i fucili avevano smesso di sparare, ma all’ospedale Mulago, il più grande della capitale dell’Uganda, ha continuato a salire per giorni il bilancio delle vittime degli scontri fra polizia e manifestanti cominciati dopo l’arresto, il 18 novembre, del candidato alla presidenza Robert Kyagulanyi, meglio noto con il suo nome d’arte Bobi Wine. Il 20 novembre l’ospedale dov’erano state ricoverate le persone rimaste coinvolte in due giorni di violenze aveva registrato una sessantina di feriti e più di trenta morti (secondo la polizia le cifre sono rispettivamente 45 e 37, mentre altre fonti parlano di 49 morti).

Le violenze in Uganda, per quanto diffuse e sconvolgenti, non sono inaspettate. Da mesi i principali candidati alla presidenza si affrontano in modo pericoloso. Forte dei suoi poteri, il presidente uscente Yoweri Museveni ha imposto regole che sapeva bene avrebbero scatenato una dura reazione. E l’opposizione, che non ha mai raccolto il consenso di tanti giovani, ha sfruttato ogni occasione per sfidare lo status quo. Secondo Human rights watch oggi in Uganda la pandemia di covid-19 è diventata uno strumento al servizio della repressione governativa. Da marzo l’amministrazione di Museveni ha introdotto delle misure per fermare la diffusione del virus, ma le ha fatte rispettare in maniera selettiva, cosa che ha fatto infuriare molte persone e ha alimentato la disobbedienza (Bobi Wine è stato trattenuto dalla polizia per due giorni, perché c’erano troppe persone a un suo comizio).

Gli eventi in Uganda mettono a nudo un’inquietante tendenza che continua ad affermarsi in tutta l’Africa orientale. Con l’eccezione del Ruanda, tutte le elezioni organizzate in questa regione negli ultimi cinque anni hanno causato livelli inaccettabili di violenza. Quest’anno anche la Tanzania, paese dove il passaggio di poteri è sempre avvenuto in modo ordinato e pacifico, ha sbalordito tutti con un’elezione presidenziale a dir poco irregolare.

Minacce da prendere sul serio

Le proteste di piazza sono una forma di resistenza ai tentativi di erodere le conquiste civili. Per portare avanti la transizione democratica i cittadini cercano di sfidare i limiti che gli vengono imposti. Ma il vecchio ordine non ha intenzione di arrendersi. Museveni ha appoggiato pubblicamente l’operato delle forze di sicurezza e ha minacciato metodi ancora più violenti. Attribuendo la colpa dei disordini a non meglio definite forze straniere, ha giurato di farla pagare all’opposizione.

Le sue minacce vanno prese sul serio: finché è al potere Museveni ha il monopolio della violenza e potrebbe non farsi scrupoli a usarlo a suo vantaggio. Gli scontri scoppiati il 18 novembre hanno stupito per il loro carattere spontaneo e per la loro ampiezza. Ma sono il riflesso di una frattura sociale e delineano una mappa precisa del malcontento, che coincide con quella della povertà. Museveni e gli altri leader della regione devono riflettere sui motivi che rendono i giovani così irrequieti. L’Africa orientale ha una delle popolazioni più giovani del mondo.

In economie che si sviluppano a un ritmo più lento di quello della popolazione non c’è da sorprendersi se i giovani sono arrabbiati. La reazione di Museveni alle loro proteste avrebbe dovuto essere esattamente l’opposto. Le manifestazioni infatti sono il segnale sia di un sentimento di rabbia sia del desiderio d’impegnarsi. Scegliere la repressione violenta significa perdere un’opportunità di collaborare per trovare soluzioni soddisfacenti per tutti. Come presidente uscente, Museveni è responsabile della polarizzazione e della militarizzazione della politica in Uganda. Se vuole continuare a proporsi come il custode degli interessi delle future generazioni deve accettare la visione che queste generazioni hanno del loro futuro. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1386 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati