In Bulgaria molti attivisti democratici e di sinistra hanno accolto l’inizio del semestre bulgaro della presidenza di turno dell’Unione europea con grandi aspettative. Speravano di poter sfruttare il semestre europeo, cominciato il 1 gennaio 2018, per denunciare e far conoscere all’occidente la corruzione che regna nell’establishment bulgaro, costringendo in qualche modo i tecnocrati europei a fare pressioni sulle élite di Sofia per spingerle a cambiare rotta. Ma il semestre bulgaro sta invece dimostrando che in Europa l’estrema destra è stata ormai normalizzata e va a braccetto con gli aspetti più distruttivi del liberismo economico.
Solo qualche politico di sinistra ha attaccato esplicitamente l’alleanza di estrema destra, Patrioti uniti, che dal 2017 guida il paese in coalizione con il partito Gerb del premier Bojko Borisov. La destra moderata europea ha taciuto. Alla cerimonia di apertura della presidenza bulgara il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha definito Borisov “un amico”, affermando che “sta agendo con forza” in quanto “convinto ed energico europeista”.
Tuttavia, anche se parlano continuamente dell’importanza di mostrarsi forti e di preservare la legge e l’ordine, le élite bulgare si stanno dimostrando incapaci di garantire la loro stessa sicurezza. All’inizio di gennaio un killer ha ucciso un noto imprenditore bulgaro nel centro di Sofia. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, le vittime della violenza appartengono ai ceti più poveri. All’inizio di marzo Ivan Dimitrov, un medico, ha ucciso Žoro Dževizov, un ladruncolo che probabilmente stava cercando di rubare i fari della sua automobile. L’estrema destra, con l’appoggio dei principali mezzi d’informazione, ha lanciato una campagna a sostegno di Dimitrov, affermando che aveva agito per legittima difesa. Solo in un secondo momento è emerso che Dimitrov aveva usato un’arma detenuta illegalmente e che aveva cercato di occultare le tracce dell’omicidio, tra l’altro mentendo alla polizia. È rimasto per mezz’ora a osservare Dževizov che armeggiava intorno alla sua auto senza chiamare la polizia. Poi lo ha colpito a sangue freddo.
La vicenda ha avuto grande risalto, anche perché il governo l’ha sfruttata per proporre una liberalizzazione del possesso di armi letali, citando gli Stati Uniti come modello da seguire. È stato anche proposto di ampliare i margini della legittima difesa fino a consentire l’uso delle armi per contrastare le violazioni della proprietà privata commesse senza ricorrere alla forza. Una riforma simile era già stata proposta negli anni novanta, ma fu bocciata dalla corte costituzionale.
Il caso Dimitrov è stato sfruttato anche per chiedere la privatizzazione delle forze di polizia. Le richieste di abolire il monopolio statale dell’uso della forza sono state accompagnate da una forte retorica nazionalista e razzista, legata anche al fatto che Dževizov apparteneva alla minoranza rom. Queste richieste, tuttavia, sono in sintonia con i princìpi del neoliberismo, secondo cui tutto si risolve privatizzando, decentralizzando e rompendo i monopoli, all’insegna dello slogan “la proprietà prima di tutto”.
La spauracchio del gender
Oggi in Bulgaria la linea che divide il nazionalismo più reazionario dal liberismo economico è molto sottile. Per capirlo basta osservare il comportamento dei leader dell’estrema destra bulgara. Per esempio, il vicepremier e imprenditore Valeri Simeonov, che attualmente guida il consiglio nazionale per la cooperazione e l’integrazione etnica, è stato incriminato per incitamento all’odio razziale – ha definito i rom “feroci subumani” – ed è allo stesso tempo un convinto sostenitore del libero mercato. I Patrioti uniti sono una coalizione che riunisce tre partiti di estrema destra o neofascisti: Ataka, il Movimento nazionale bulgaro (Imro) e il Fronte nazionale per la salvezza della Bulgaria (Nfsb), forse il più razzista dei tre, guidato da Simeonov.
Nel programma dell’Nfsb c’è la proposta di rinchiudere i rom in campi di lavoro. Ma visto che il partito è su posizioni antirusse e filoeuropee ed è a favore dell’economia di mercato, alcuni dei più noti intellettuali liberali bulgari hanno affermato che in fondo è la più presentabile tra le forze di estrema destra del paese.
◆ La Bulgaria ha sette milioni di abitanti e un pil pro capite di 7.929 dollari (2016). La disoccupazione è al 7,2 per cento (2017) e nel 2016 il pil è cresciuto del 3,9 per cento. Dal maggio del 2017 il paese è governato da un’alleanza tra il partito Gerb, del premier Bojko Borisov, e Patrioti uniti, una coalizione che raggruppa tre partiti di estrema destra. Fino al 30 giugno 2018 Sofia avrà la presidenza semestrale dell’Unione europea, che poi passerà all’Austria.
Di recente l’estrema destra ha anche appoggiato un progetto di cementificazione del parco nazionale del massiccio del Pirin, finanziato con gli investimenti di una società offshore. A gennaio migliaia di bulgari sono scesi in piazza per protestare contro questo piano di sviluppo immobiliare.
L’estrema destra si oppone alle pressioni esercitate dall’estero solo quando riguardano l’applicazione di politiche progressiste, sia pure molto moderate, com’è successo nel caso della ratifica della convenzione di Istanbul, un’iniziativa del Consiglio d’Europa per la lotta alla violenza domestica e contro le donne. I Patrioti uniti hanno scatenato una grande campagna contro la convenzione, sostenendo che vuole diffondere la cosiddetta ideologia gender, e alla fine la Bulgaria non ha ratificato il trattato.
La svolta reazionaria in corso, che durante il semestre europeo non ha fatto che accentuarsi, non riguarda solo i partiti di destra, ma anche una forza formalmente di sinistra come il Partito socialista (Bsp), all’opposizione. Da sempre questo partito flirta con il nazionalismo e appoggia politiche liberiste in economia. Ma da quando, nel 2016, alla sua guida è arrivata Kornelija Ninova, queste tendenze si sono accentuate. Ormai è difficile distinguere i contenuti di Duma, il quotidiano del Bsp, da quelli della stampa di estrema destra: ovunque ci sono commenti contro le teorie del gender e articoli che definiscono i cittadini delle minoranze etniche “traditori della nazione”. Ninova è stata una delle più convinte oppositrici della convenzione di Istanbul e ha fatto proprio il linguaggio omofobo e misogino dell’estrema destra. Queste posizioni non implicano che il Bsp segua una linea euroscettica in politica estera. Il punto è che il partito sta cercando di schierarsi con le forze conservatrici più influenti.
Insieme agli esponenti dell’ala destra del Partito socialista, alcuni dei quali imprenditori milionari, Ninova è da sempre un’accesa sostenitrice degli interessi delle aziende. Dopo l’inizio del semestre europeo della Bulgaria, il Bsp ha intensificato le critiche al governo, tutte di stampo conservatore. Ninova pensa così di mettere in difficoltà il premier Borisov mentre si trova sotto i riflettori internazionali.
Per tornare a Simeonov, c’è anche da dire che quando ci sono conflitti tra sindacati e imprese si schiera sempre con queste ultime. Vasil Velev, il presidente della confindustria bulgara, gli ha espresso gratitudine per il suo impegno nel varare una riforma che faciliterà l’immigrazione dei lavoratori dai paesi esterni all’Unione europea. Promossa dalle imprese per far fronte a una presunta carenza di manodopera, la riforma è stata approvata a marzo. Come ha detto in un’intervista in tv la proprietaria di uno stabilimento tessile dove lo stipendio medio è di 325 euro al mese, servirà ad attirare lavoratori a basso costo dai paesi più poveri, come per anni hanno fatto gli occidentali con i cittadini dell’Europa dell’est.
Secondo Velev, nel paese arriveranno 500mila lavoratori stranieri, compensando così l’emigrazione dei bulgari partiti negli ultimi vent’anni, circa un milione. In teoria una simile apertura alla manodopera straniera si sarebbe dovuta scontrare con la netta opposizione dell’estrema destra xenofoba. In realtà i partiti ultraconservatori sono stati tra i suoi principali sostenitori. E a ben vedere, fa notare la sindacalista Vanja Grigorova, non ci sono neanche dati affidabili su una carenza di manodopera. La riforma promossa dall’estrema destra al governo e dalle imprese è semplicemente nell’interesse del capitale e punta a mantenere bassi i salari.
Alla fine, quindi, il semestre europeo ha confermato la convergenza tra le politiche economiche liberiste e l’estrema destra. Se non si mettono in discussione certe scelte economiche di fondo, la retorica europeista e anticorruzione non può nulla contro questa alleanza socialmente distruttiva. Il rischio è che il progetto europeo cominci a perdere senso. E considerata la forza dei partiti ultraconservatori, è improbabile che si affermi un’alternativa di segno progressista. ◆ af
Georgi Medarov è un sociologo bulgaro e insegna all’università di Plovdiv. È tra i fondatori dell’organizzazione politica New left perspectives.
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Questo articolo è uscito sul numero 1253 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati