Il furgone fatica a salire lungo la strada dissestata che si snoda tra le montagne. A più di 1.500 metri di altitudine, rischiamo di finire fuori strada su una curva. L’autista Younès scoppia a ridere: il viaggio non lo spaventa, perché conosce il posto meglio di chiunque altro. Dopo un centinaio di chilometri, il furgone si ferma davanti a una distesa verdeggiante. Le piantagioni di kif, com’è chiamata la cannabis in Marocco, si estendono a perdita d’occhio. Siamo vicino a Issaguen, nella regione del Rif, nel nord del paese, dove si concentra quella che è probabilmente la più grande produzione di cannabis del mondo.

Ci aspettiamo di veder arrivare uomini armati o trafficanti con indosso grosse catene d’oro, come nei film. Younès, un quarantenne di dimensioni colossali, scoppia di nuovo a ridere. Nelle valli del Rif non ci sono miliziani né ville dei narcos, ma solo contadini come lui, abituati a raccogliere le piante a mano, secondo una tecnica che le famiglie si tramandano dal cinquecento. In passato il kif si consumava in foglie essiccate, fumate in pipe di legno. Dagli anni settanta, con l’arrivo degli hippy e l’esplosione della domanda in Europa, i coltivatori hanno puntato sulla resina di cannabis, l’hashish, venduto in piccoli panetti. Il business è redditizio e ammonta a più di 19 miliardi di euro di profitti all’anno, secondo uno studio pubblicato nel 2020 dall’Iniziativa globale contro la criminalità organizzata transnazionale.

Questi profitti finiscono per lo più all’estero. Ai coltivatori di Issaguen e della vicina Ketama restano solo le briciole. La maggior parte vive in condizioni di precarietà e nel timore delle forze dell’ordine perché la coltivazione, anche se tollerata da autorità facilmente corruttibili, è ancora illegale. Almeno per ora. A marzo il regno ha rotto un tabù lanciando un disegno di legge sulla legalizzazione per scopi terapeutici. Il paese vuole entrare in un mercato che in Europa cresce ogni anno del 60 per cento, come sostiene il ministero dell’interno di Rabat, promotore della proposta. Novantamila coltivatori marocchini che oggi ricevono solo il “4 per cento dei proventi finali nel circuito illegale” potrebbero arrivare a guadagnare il 12 per cento in quello legale.

Younès sa bene che la legalizzazione è importante per questa regione isolata, storicamente ribelle ed emarginata. Da tempo gli abitanti sperano in un gesto del governo. Ma oggi tra i contadini c’è diffidenza. “Chi ci assicura che ad avvantaggiarsi non saranno gli uomini d’affari di altre regioni o le aziende farmaceutiche straniere?”, si chiedono.

Il governo deve ancora stabilire la percentuale permessa di tetraidrocannabinolo (thc, la molecola all’origine degli effetti psicotropi), e deve definire le zone dove la coltivazione sarà legale. Secondo la sociologa Kenza Afsahi, ricercatrice del Centro Émile Durkheim dell’università di Bor­deaux, in Francia, “l’idea alla base del progetto è buona e difende un’agricoltura più sostenibile, i diritti dei coltivatori e la possibilità che ottengano guadagni migliori. Ma il processo sarà lungo e complicato, perché il mercato legale sicuramente dovrà convivere con quello illegale”. Si stima che la richiesta di cannabis per uso terapeutico equivalga al 10 per cento della domanda complessiva, perciò molti continueranno a produrre queste sostanze per uso non terapeutico, senza controlli. A maggio il parlamentare marocchino Omar Balafrej ha proposto di concedere l’amnistia ai coltivatori ricercati dalle autorità, ma la proposta non è stata ancora votata. “È mancato il coraggio politico”, spiega Balafrej. “Tutti i parlamentari vorrebbero l’amnistia, ma non osano chiederla. Aspettano che sia il re a concedere la grazia a queste persone”.

I coltivatori potranno organizzarsi in cooperative per produrre derivati della cannabis e difendere i loro diritti. “È una buona legge, una legge che segna una svolta”, riassume Balafrej. “Il Marocco è il primo produttore mondiale di cannabis, di conseguenza avrebbe dovuto essere il precursore e legalizzarla già negli anni settanta. Ma ci siamo fatti ingannare dai paesi sviluppati. Da decenni sono gli europei a fare i maggiori profitti, a scapito dei nostri agricoltori”.

Di anno in anno la vita dei piccoli produttori diventa più difficile. “Il lavoro è estenuante e la situazione è sempre più dura”, si lamenta Younès, che possiede dei piccoli appezzamenti sparsi su una montagna. Nei suoi campi le piante sono innaffiate con un sistema di tubi rudimentale. Tutta la sua famiglia, donne comprese, lavora la terra e partecipa alla raccolta.

Vendono quello che producono a compratori arrivati dall’Europa o a intermediari. Per un piccolo produttore i guadagni sono limitati: nel 2020 Younès ha racimolato 19mila euro, a cui si devono sottrarre i costi di produzione e la parte da versare alle autorità locali. Alla fine resta poco.

Da più di un anno i panetti di hashish si accumulano nella baracca in lamiera di Younès. La lotta contro il narcotraffico, la concorrenza, la depenalizzazione in alcuni paesi e più recentemente la pandemia hanno fatto calare la domanda e abbassato il prezzo al chilo, che oscilla tra i duecento e i mille euro, a seconda della qualità del prodotto.

Concorrenza spietata

Autorizzata all’inizio del novecento in alcune zone di “tolleranza”, per poi essere vietata durante il regno di Hassan II (1961-1999), in Marocco la coltivazione della cannabis è un segreto di Pulcinella, a cui si sommano interessi diplomatici. È successo che, dietro pressioni internazionali, alcuni campi siano stati distrutti. Tra il 2003 e il 2011 le coltivazioni del Rif si sono ridotte da 134mila a 47.500 ettari.

I contadini marocchini devono anche fare i conti con la concorrenza aggressiva legata all’arrivo di varietà ibride dall’Europa o dall’America, che hanno una concentrazione di thc più alta e crescono più in fretta. “Queste coltivazioni intensive richiedono molta acqua e fertilizzanti chimici”, osserva la sociologa Kenza Afsahi. “Le varietà locali, più adatte al territorio, si sono ridotte. Ma fanno parte del patrimonio nazionale e bisognerebbe proteggerle e valorizzarle”.

A Issaguen i contadini temono una “guerra dell’acqua” con i grandi produttori. “Stanno distruggendo l’ambiente”, si rammarica Younès indicando un grande campo sul fianco della montagna. Là usano un sistema d’irrigazione a goccia per bagnare le piante. I proprietari di questi grandi terreni sono marocchini che si sono trasferiti in Europa, e grazie a investimenti importanti usano tecniche all’avanguardia per produrre le varietà all’ultima moda.

Mohamed, un giovane bracciante stagionale, è arrabbiato con questi ricchi emigrati, che investono capitali in Spagna e riciclano i profitti nei complessi immobiliari a Tangeri, trascurando la regione del Rif, dove le infrastrutture sono molto carenti. Mohamed è arrabbiato anche con il governo, perché lui guadagna solo dieci euro al giorno. “La cannabis terapeutica non ci renderà milionari”, commenta, seduto in un caffè dove i giovani del posto fumano il kif _per non pensare alla disoccupazione. ◆ _adr

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1426 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati