Il 21 dicembre del 1988 un aereo che andava da Londra a New York esplose in volo a causa di una bomba, precipitando sul paesino scozzese di Lockerbie. Come in tante altre occasioni, i morti furono moltissimi (270 tra passeggeri e abitanti) e le responsabilità non furono mai davvero chiarite. Dalla reazione umana a questa doppia ingiustizia nasce il libro di Giorgio Zanchini, giornalista culturale e non solo, che, cercando di ripararla, articola le sue pagine. Alterna così capitoli sulle indagini – che mettono in luce la pista principale, quella legata alla Libia di Gheddafi, stato-canaglia che negozia e si vendica, e quelle alternative (palestinesi e iraniane) – e capitoli sui momenti vissuti dalle vittime nel momento dell’esplosione e dalle loro famiglie nei lunghi anni dei processi. A emergere, più che una verità, è la fitta nebbia di quell’ultimissimo scorcio di guerra fredda che oggi, dalla prospettiva del dopo, pare un periodo ordinato e che invece ordinato non era affatto, perché vedeva attenuarsi la possibilità di capire e interpretare il mondo. Nella nebbia del racconto si staglia una ragazza, che l’autore aveva brevemente incontrato a Parigi qualche tempo prima e che in seguito scoprì essere tra le vittime della strage. Questa figura, all’origine della ricerca e della riflessione, diventa il perno che unisce attorno a sé nostalgia umana e frustrazione civile. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 81. Compra questo numero | Abbonati