Divieti, coprifuoco e ampie restrizioni. Per molte persone in tutto il mondo le forti limitazioni alle attività della vita quotidiana imposte dalla pandemia di covid-19 sono diventate la norma. Ma anche se ci stiamo adattando a queste misure, quali prospettive abbiamo di tornare alla normalità? C’è una strategia d’uscita per il mondo? Se sperate di tornare alla vostra vecchia vita, ci sono una buona notizia e una cattiva: ci tornerete, ma non è detto che succeda presto.

“È assolutamente necessario che i governi e i ricercatori valutino una strategia d’uscita”, dice l’epidemiologo Mark Wool­house, dell’università scozzese di Edimburgo. Ma non si sa ancora bene cosa intendono fare i diversi paesi, per quanto tempo dovremo aspettare i loro piani e se funzioneranno. Inoltre, quando arriverà il momento, la mancanza di coordinamento a livello internazionale potrebbe essere un problema. Le chiusure decise da molti paesi rappresentano una strategia a breve termine per ridurre il numero medio di contagi provocati da ogni persona infettata. L’obiettivo è “appiattire la curva”, per evitare che gli ospedali siano sopraffatti dal numero di pazienti e ridurre i decessi. Questa misura fa anche guadagnare tempo per sviluppare nuovi trattamenti e capire meglio il comportamento del virus.

Ma il cosiddetto lockdown non può essere una strategia a lungo termine. “Vogliamo uscirne perché provoca seri danni economici e psicologici alla società nel suo complesso”, dice Woolhouse. Ma togliendo i divieti, c’è il rischio che i contagi ricomincino a crescere in modo esponenziale. “Vogliamo uscirne, ma non vogliamo che l’epidemia decolli di nuovo”.

In altre parole, le due cose che vogliamo ottenere – l’appiattimento della curva e la fine del lockdown – sono incompatibili. Ideare una strategia d’uscita, quindi, significa stabilire qual è il momento migliore per revocare le restrizioni e allo stesso tempo decidere cosa fare per mantenere sotto controllo i contagi. Una cosa è chiara: non possiamo contare su un vaccino che ci tolga dai guai. Ci vorranno molti mesi per trovarne uno efficace, se mai sarà possibile. “Non credo che aspettare il vaccino possa essere considerata una ‘strategia’. È solo una speranza”, afferma Woolhouse.

Allora come facciamo a uscire dal lockdown senza scatenare una pericolosa “seconda ondata” tra le persone che non sono state esposte al covid-19 la prima volta? Una simile eventualità è “altamente probabile”, dice Susy Hota, dell’University health network di Toronto, in Canada.

Roma, 29 marzo 2020 (Arcipelago-19, Cristina Vatielli)

Una seconda ondata potrebbe essere meno aggressiva della prima, aggiunge Wool­house. “Per tutti i nuovi virus, la prima ondata è la peggiore. In seguito l’epidemia si stabilizza e diventa molto più gestibile”. Per esempio, rispetto all’inizio dell’epidemia di zika, tra il 2015 e il 2016, la gravità delle ondate successive si è andata smorzando grazie alle misure di individuazione dei casi e di controllo adottate, più un certo grado d’immunizzazione.

Le strategie d’uscita, quindi, devono prevedere anche un piano per affrontare una seconda ondata. Sostanzialmente esistono tre modi per farlo, che potremmo chiamare : resistere, costruire e difendere. Resistere significa mantenere il lockdown fino a quando il tasso di nuovi contagi non si avvicina allo zero, poi riaprire e prepararsi a un’aggressiva strategia di contenimento. Questo vuol dire diagnosticare i casi della seconda ondata più rapidamente possibile, isolarli, tracciare i loro contatti e, se necessario, isolare anche quelli per interrompere le nuove linee di trasmissione.

La seconda strategia, quella della costruzione, consiste nel far guadagnare tempo alle strutture sanitarie per riprendersi dalla prima ondata e aumentare la loro capacità di affrontare la seconda. Nei paesi più ricchi i fattori che limitano i servizi sanitari sono l’insufficienza di posti di terapia intensiva e di personale.

Quindi questa strategia implica un lockdown sufficientemente lungo per rimediare a queste carenze, e poi una riapertura graduale accompagnata dalla preparazione alla seconda ondata, che si spera avrà un tasso di mortalità inferiore. Ma quanti letti di terapia intensiva servono per raggiungere l’obiettivo? È una domanda difficile, e la risposta sbagliata potrebbe costare molte vite.

Queste foto

◆ Le immagini che accompagnano questi articoli fanno parte di un progetto collettivo nato su Instagram (@arcipelago_19) che raccoglie il lavoro di fotografe e fotografi sull’Italia durante la pandemia di covid-19.


La terza opzione, difendere, consiste nell’interrompere bruscamente il lockdown e proteggere chi probabilmente è più vulnerabile al virus. Questo significa trovare il modo di garantire la sicurezza delle persone anziane e di quelle che per le loro condizioni di salute potrebbero ammalarsi più facilmente. Per ottenere questo è necessaria un’ampia azione di controllo per individuare le persone infette – soprattutto quelle asintomatiche – e assicurarsi che non entrino in contatto con quelle vulnerabili.

A questo si dovrebbero aggiungere i test sierologici per individuare il personale sanitario che è già guarito e quindi rischia meno di contagiare gli altri. L’effetto complessivo sarebbe una riduzione dei casi critici e dei decessi, e di conseguenza una minore pressione sugli ospedali. Allo stesso tempo si potrebbe realizzare l’immunità di gregge tra la popolazione meno vulnerabile. Il covid-19 a volte può uccidere anche i giovani senza malattie pregresse, ma se la protezione riuscisse a ridurre il numero di casi tra le persone vulnerabili, i servizi sanitari avrebbero più possibilità di curarli.

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I più colpiti nell’Italia del nord
Variazione settimanale dei decessi nell’Italia del nord, per fasce d’età (Fonte: Sistema di sorveglianza mortalità giornaliera)

Immunità di gregge

La scelta fra queste tre strategie dipende in buona misura da alcune incognite, in particolare da quanto tempo ci vuole perché una popolazione raggiunga la soglia dell’immunità di gregge, cioè il punto in cui un numero sufficiente di persone ha acquisito gli anticorpi specifici impedendo così al virus di circolare facilmente.

Ancora non sappiamo se guarire dal covid-19 ci rende immuni sul lungo termine. Ma anche se l’immunità è solo temporanea, una volta che abbastanza persone avranno incontrato il virus, l’immunità di gregge ne rallenterà o fermerà la diffusione per un po’ di tempo. “L’immunità di gregge scatterà se l’infezione si diffonde abbastanza”, dice Woolhouse. “Ma dobbiamo ancora capire meglio come funziona con questo virus”. Se, per esempio, l’immunità di gregge si costruisce rapidamente, forse la terza opzione è la più accettabile.

Se non si riesce a controllare la seconda ondata, potrebbe essere necessario abbandonare o sospendere momentaneamente tutte e tre le strategie, e questo potrebbe significare un ciclo ripetuto di chiusure, riaperture e chiusure. “È indubbiamente possibile che una volta sospeso il lockdown sia necessario reintrodurlo”, dice Woolhouse.

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Impennata improvvisa
Mortalità media giornaliera nell’Italia del nord (Fonte: Sistema di sorveglianza mortalità giornaliera)

Di recente Jenny Harries, la consulente governativa per la sanità pubblica britannica, ha dichiarato che, secondo le sue previsioni, tra non molto il Regno Unito potrà cominciare a revocare le restrizioni, ma che non sarà possibile revocarle tutte contemporaneamente e potrebbe essere necessario reintrodurle. “Se tutto andrà bene, abbatteremo quella curva, e questo sarà già un grande successo, ma non possiamo tornare improvvisamente al nostro normale stile di vita, sarebbe molto pericoloso”, ha detto Harries. “Altrimenti tutti i nostri sacrifici sarebbero vanificati e potremmo avere un secondo picco. Non dobbiamo abbassare la guardia, e poi si spera che potremo gradualmente allentare alcune misure di distanziamento sociale e tornare pian piano alla normalità”.

Risultati incerti

Non sappiamo quale probabilità di funzionare abbiano queste strategie. Possiamo solo valutarle usando dei modelli, ma i calcoli sono validi quanto i dati e le ipotesi su cui si basano, e quindi possono dare risultati molto incerti. Un recente studio sull’evoluzione della pandemia nel Regno Unito nei prossimi 18 mesi è arrivato alla conclusione che “la casualità insita nei processi sociali può portare a un’ampia gamma di possibili esiti”. Come spiega il virologo Jonathan Ball, dell’università britannica di Nottingham, “i modelli si basano su ipotesi che spesso sono sbagliate. Anche se possono darci un’idea di quello che potrebbe succedere, non ci dicono cosa succederà, e prima ce ne rendiamo conto e meglio è”. Non c’è niente che possa sostituire la ricerca sul campo, aggiunge Ball.

Per questo, molti stanno guardando alla Cina, il primo focolaio dell’epidemia. “È stato il primo paese a imporre il lockdown”, dice l’epidemiologa Caroline Walters, dell’Imperial college di Londra. “Perciò, dato che è un po’ più avanti di noi, penso che molti osserveranno come sta gestendo la situazione”. Fondamentalmente la Cina ha adottato la vecchia strategia della quarantena, e il 23 gennaio ha imposto un rigido distanziamento sociale a Wuhan, nella provincia dell’Hubei, dove l’epidemia è scoppiata. Molti paesi hanno seguito il suo esempio e questo sembra aver contenuto la diffusione del contagio.

Il 23 marzo il governo cinese ha annunciato che, per la prima volta dallo scoppio dell’epidemia, per cinque giorni consecutivi non c’erano stati nuovi casi dovuti a trasmissione locale. Poi le restrizioni sono state allentate, anche in tutto l’Hubei. E l’8 aprile sono state revocate a Wuhan. “Non sono tornati alla normalità, ma hanno cominciato lentamente a permettere alle persone di muoversi”, dice Walters. “Il lockdown non è più totale”. Il considerevole aumento dei test e il tracciamento dei contatti sono stati accompagnati da un distanziamento sociale parziale. Per ridurre il numero di nuovi casi provenienti dall’estero, la Cina ha anche chiuso i suoi confini.

Scienza
I limiti dei test sierologici

◆ Il ritorno delle persone al lavoro e a scuola potrebbe dipendere anche dall’impiego dei test sierologici, esami con cui si può stabilire se una persona è stata infettata dal virus Sars-cov-2 e se ne è immune, scrive il New York Times. “Per esempio sarebbe importante sapere”, osserva il quotidiano, “se chi lavora nelle strutture sanitarie è protetto dall’infezione e quindi può continuare a occuparsi dei malati”. Vari paesi, tra cui il Regno Unito e l’Italia, stanno aumentando gli esami, ma “come tutti i test, anche quelli sierologici non sono perfetti e potrebbero dare dei problemi”. A differenza dei tamponi, che permettono di rilevare la presenza del Sars-cov-2 all’interno delle mucose respiratorie, i test sierologici individuano nel sangue gli anticorpi **prodotti dal sistema immunitario in risposta al virus. Ci sono vari tipi di test, più o meno sensibili e mirati. Di solito si cercano gli anticorpi (immunoglobuline) **IgM e IgG. Le prime sono prodotte subito e poi lasciano spazio alle IgG. Se il test rileva le IgG, significa che l’infezione si è verificata da tempo e la persona potrebbe essere immune. I test permettono di individuare anche i contagiati asintomatici o con sintomi lievi. Tuttavia i test non sono del tutto affidabili, possono dare dei falsi negativi (gli anticorpi non sono rilevati, ma in realtà sono presenti) e falsi positivi (gli anticorpi non ci sono, ma sono rilevati). Alcuni test, inoltre, potrebbero non essere abbastanza specifici per il Sars-cov-2 e captare risposte a infezioni di altri coronavirus, come quelli del raffreddore comune. Infine, ancora non si sa se una passata infezione conferisce davvero l’immunità e, in caso, per quanto tempo.


“I primi segnali fanno pensare che il paese sia riuscito a ridurre il rigoroso distanziamento sociale senza contraccolpi”. Di conseguenza, secondo un recente studio dell’équipe di risposta al covid-19 dell’Imperial college di Londra, di cui Walters fa parte, l’attività economica sembra essere ripresa. L’équipe ha raccolto alcuni dati sugli spostamenti all’interno delle principali città della Cina continentale tra il 1 gennaio e il 17 marzo, catturati dal motore di ricerca Baidu in base alla localizzazione dei cellulari. “Li abbiamo usati come segnali dell’attività economica”, dice Walters, “e li abbiamo incrociati con quelli sui casi di covid-19”. In genere gli spostamenti sono collegati all’attività economica, perché indicano che le persone vanno a lavorare e a fare acquisti. I ricercatori hanno così scoperto che nella prima fase i livelli di spostamento erano strettamente correlati al numero di nuovi casi. Questo indicava che vivendo normalmente le persone stavano diffondendo il virus. Ma una volta che le misure di contenimento erano state imposte e poi allentate, la correlazione era scomparsa.

“La trasmissione resta bassa, anche se le persone possono muoversi”, dice Walters. “Stiamo vedendo che si può tornare a svolgere le normali attività economiche senza che il livello di trasmissione del virus aumenti”. Ma la ricercatrice avverte che questi risultati non dimostrano niente. “Quello che vediamo è solo una correlazione, non un rapporto di causalità”. L’équipe sostiene anche che i risultati non escludono ulteriori esplosioni dell’epidemia né prevedono quando si potrà tornare alla normalità, ma “suggeriscono che la Cina è uscita con un certo successo dalla fase di rigido distanziamento so­ciale”.

La mancanza di coordinamento

A marzo in Cina sia il settore dei servizi sia quello manifatturiero hanno ricominciato a crescere dopo il forte calo di febbraio. Secondo l’istituto nazionale di statistica cinese, più della metà delle imprese ha ripreso a lavorare, ma l’economia del paese non è ancora tornata alla normalità.

Tecnologia
Le app di tracciamento

◆ “Il 10 aprile i colossi tecnologici statunitensi Apple e Google hanno annunciato una collaborazione senza precedenti per tracciare e contenere la diffusione del covid-19 usando la tecnologia dei telefoni”, scrive il Guardian. “Le due aziende permetteranno l’accesso ai loro sistemi operativi per smartphone in modo da consentire lo sviluppo di app di tracciamento dei contatti”. Grazie alla tecnologia Bluetooth, si potranno tracciare i dispositivi che entrano in contatto nel corso di una giornata. “Se in seguito si dovesse scoprire che uno di quei contatti è riconducibile a una persona contagiata, il sistema permetterà di avvisare i proprietari di tutti gli altri dispositivi. L’idea è aiutare i governi a far adottare queste app per anticipare la revoca delle misure di distanziamento sociale e individuare rapidamente i nuovi focolai dell’infezione”. Ma alcuni esperti, aggiunge il quotidiano britannico, hanno sollevato timori sull’efficacia di queste tecnologie e sui possibili problemi legati alla privacy. “Nessuna app di tracciamento sarà mai del tutto efficace se non si svolgeranno test gratuiti e rapidi su ampia scala per verificare il contagio, e se non sarà garantito l’accesso alle cure mediche a tutti”, ha dichiarato Jennifer Granick, esperta di sorveglianza e sicurezza informatica della American civil liberties union (Aclu). “Le persone si fideranno di questi sistemi solo se garantiranno la riservatezza, se potranno essere usati su base volontaria e se i dati raccolti saranno conservati sui telefoni e non in un archivio centralizzato”.

Oltre ai problemi pratici e tecnici ancora irrisolti, come la possibilità di muoversi senza telefono e la difficoltà di escludere le funzioni di protezione della privacy installate nei sistemi operativi, molti esperti di sicurezza sottolineano che “la tecnologia da sola non basta a tracciare e identificare in modo efficace chi potrebbe essere stato contagiato. Serviranno altri strumenti e delle squadre di operatori sanitari per individuare quelle persone nel mondo reale”.


Circola anche la voce che alcune attività commerciali come i cinema e i bar stiano chiudendo di nuovo. Secondo un articolo del Washington Post, le autorità non hanno spiegato i motivi di queste chiusure, ma poco prima un portavoce del governo aveva dichiarato che “la probabilità di una nuova ondata di contagi resta relativamente alta”. Secondo gli epidemiologi, entro la fine di aprile sapremo se in Cina c’è stata una nuova ondata.

Quindi la Cina può essere un modello per il resto del mondo? In una certa misura sì, dice Walters, ma le strategie di uscita dovranno essere adattate alle condizioni locali: “Non tutti i paesi avranno la capacità di condurre i test e di tracciare i contatti”. Perfino all’interno della stessa Cina, le strategie cambiano da regione a regione, a seconda delle situazioni specifiche. L’Unione europea ha dichiarato che sta lavorando a una strategia coordinata, ma per ora non se ne conoscono i dettagli. Alcuni paesi, come il Canada, sono ai primi stadi del contagio e non hanno ancora pensato a come uscirne, dice Hota, dell’University health network di Toronto.

Fino a questo momento, anche se si tratta di una pandemia, le strategie di uscita sono gestite a livello nazionale o transnazionale piuttosto che internazionale, dice Woolhouse. L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato a New Scientist che non esiste ancora una strategia globale e che per il momento l’organizzazione è ancora concentrata sulla risposta al virus.

La nostra vecchia vita

Quale che sia la strategia di uscita che sarà scelta, è probabile che prima o poi torneremo a qualcosa che somiglia alla nostra vecchia vita. “Dobbiamo trovare il modo di convivere con questo virus continuando a comportarci in modo più o meno normale”, dice Woolhouse. “Potremmo essere costretti a conviverci per sempre, e sicuramente lo dovremo fare nel prossimo futuro. Quindi la strategia a lungo termine dovrà riguardare il modo di convivere con il covid-19”.

Tra circa un anno ci potrebbero essere dei vaccini, cure migliori e un certo livello d’immunità di gregge. “Penso che torneremo alla nostra vita precedente”, afferma Walters. “Non è la prima volta che scoppia una pandemia. Le persone finiranno per vedere con occhi un po’ diversi il mondo, ma la situazione attuale non durerà per sempre. È solo un modo per ottenere un certo risultato, cioè l’appiattimento della curva per proteggere i sistemi sanitari. Non sappiamo esattamente quando finirà. Ma finirà”. ◆ bt

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Questo articolo è uscito sul numero 1354 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati