C hi lo osserva dall’esterno potrebbe comprensibilmente essere stufo del conflitto siriano. Dopo tutto, le violenze durano da quasi dieci anni e i capitoli peggiori, almeno per i non siriani, sono acqua passata: il gruppo Stato islamico (Is) aveva conquistato quasi metà del paese, oltre a un terzo dell’Iraq, e lanciato una rete globale del terrore nel 2014. Ma il mondo ha ormai ripreso fiato e la minaccia è quasi del tutto scongiurata. C’erano poi i profughi, che qualche anno fa si sono riversati in Europa, ma il flusso è stato arginato. Inoltre, le previsioni allarmate degli esperti su un ritorno della violenza o dell’estremismo non si sono materializzate e, anche se restano i problemi, la traiettoria del conflitto sembra ormai andare verso il ripristino del dominio dello stato. Gran parte del paese oggi è sotto il controllo del regime, della Turchia o, nell’est del paese, delle forze curde sostenute dagli Stati Uniti. In molti riconoscono che potrebbe essere solo questione di tempo prima che le zone curde siano riconquistate da Damasco, anche senza molti combattimenti, se e quando le forze statunitensi se ne andranno.
Eppure l’evolversi della situazione a Idlib, l’ultima area in mano ai ribelli, merita nuova attenzione. Non solo perché l’implacabile campagna militare lanciata dal regime e dai suoi alleati russi e iraniani sta causando uno dei peggiori disastri umanitari della storia recente, con quasi un milione di persone costrette a lasciare le loro case. Ma anche perché le ricadute, dopo la carneficina, potrebbero influenzare gli eventi per un’intera generazione.
Il caso di Idlib è speciale per due motivi principali. Uno ha a che fare con il ruolo che la regione ha acquisito durante il conflitto siriano, diventando un luogo di raccolta dei combattenti irriducibili di altre zone del paese, che rifiutavano di arrendersi al regime. Oggi Idlib ospita molti degli oppositori più ostinati contro la dittatura di Damasco, non solo combattenti. La seconda ragione va ancora più indietro nel tempo, perché l’area intorno a Idlib negli anni settanta e ottanta fu la base di una rivolta contro il padre dell’attuale presidente. Non è una coincidenza che abbia avuto un ruolo simile dopo il 2011.
Idlib ha tutte le caratteristiche per reggere un nuovo tipo di guerriglia sotterranea contro il regime, che potrebbe facilmente diffondersi in altre zone pacificate del paese. Di fatto, l’area potrebbe dare il via a una rivolta diversa dalle battaglie combattute finora. È avvantaggiata dal punto di vista geografico e demografico: è vicina al cuore del regime di Bashar al Assad nella zona costiera e accoglie il maggior numero di giovani che hanno imbracciato le armi durante la guerra.
Per la causa
Inoltre la Siria nordoccidentale è dominata da forze jihadiste che rispetto all’Is sono più capaci di gestire i rapporti con le comunità in cui agiscono. Si sono mescolate con loro concentrandosi quasi esclusivamente sulla lotta contro il regime, invece di conquistarle per poi “ripulirle” da chi avrebbe potuto costituire una minaccia, come faceva il gruppo Stato islamico. Questo metodo ha permesso ai jihadisti e ai loro alleati di consolidare un’influenza che potrebbe aiutarli a sostenere un’insurrezione a lungo termine nel momento in cui passeranno dal governo alla lotta.
Probabilmente queste forze violente erediteranno la legittima causa dei siriani insorti contro la dittatura di Damasco per chiedere una vita migliore e dignitosa. Il malessere che ha spinto i siriani di ogni parte del paese a ribellarsi non è passato, si è acuito. La macchina della morte e della tortura del regime ha distrutto tantissime famiglie in tutta la Siria. Il logoramento, come dimostrano i conflitti passati, per esempio quello in Iraq, non porta a una pace duratura. Le forze jihadiste sicuramente diventeranno portabandiera della lotta contro Assad e assorbiranno le energie di chi ancora è pronto a battersi per la causa.
L’obiettivo più significativo raggiunto dalla Russia dopo il suo intervento militare nel 2015, che ha messo al sicuro il regime, è stato quello di pacificare le aree ribelli con accordi di contenimento del conflitto raggiunti insieme alla Turchia, un tempo la sostenitrice più convinta dell’opposizione siriana. Mosca ha diviso i ribelli, canalizzando lo sforzo bellico su un’area alla volta, e dando così la possibilità al regime di riconquistare i territori controllati dagli insorti. Ma questa strategia non ha risolto i problemi di fondo del conflitto, e Idlib è l’area in cui si sono radunati i gruppi più irriducibili.
Il passaggio all’insurrezione di solito avviene quando la battaglia per il territorio si è conclusa. Quindi una volta che i ribelli avranno perso l’ultimo fazzoletto di terra nel nordovest della Siria probabilmente lanceranno una guerriglia sotterranea, collegandosi alle reti per ora latenti nell’est, nel centro e nel sud della Siria.
Questi schemi non sono una novità. Ci sono voluti anni, ma gli insorti sconfitti in Iraq si sono raggruppati e ricostituiti, e il più fanatico di tutti, il gruppo Stato islamico, ha ereditato la scena e ha riempito il vuoto. Per i jihadisti l’insurrezione non è un piano b; gli estremisti siriani hanno discusso a lungo di questa strategia come possibilità, ma finora hanno dovuto dare priorità alla battaglia.
Anche il metodo russo, riconquistare i territori, non risolve il persistente problema di un regime che ha forze risicate e non dispone di personale sufficiente a controllare e gestire la sicurezza di vaste aree. In molti casi il “ritorno” del regime nelle aree precedentemente controllate dai ribelli consiste in una bandiera siriana che sventola sulla città o poco più. Una svolta nei combattimenti, dai mezzi convenzionali a un sistema di guerriglia sotterranea, potrebbe portare molte di queste aree di nuovo in mano ai ribelli.
In breve, dall’esterno non bisognerebbe giudicare il conflitto solo dalla sua evoluzione negli ultimi anni, con il regime e i suoi alleati internazionali che hanno riconquistato i territori attraverso campagne di terrore feroci e spietate. Sta per arrivare un altro capitolo significativo, che potrebbe avere conseguenze estremamente importanti. ◆ fdl
Hassan Hassan è un giornalista statunitense di origini siriane. Dirige il programma del Center for global policy di Washington che si occupa di attori non statali. Nel 2015 insieme a Michael Weiss ha pubblicato il libro Isis: inside the army of terror.
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Questo articolo è uscito sul numero 1347 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati