Di sicuro ad Abdul El-Sayed piace discutere. La nostra prima intervista, seduti davanti a un kebab a Dearborn, in Michigan, si è subito trasformata in un dibattito a tutto campo sulla politica degli Stati Uniti in Medio Oriente. Alla fine mi sono arresa: “Be’, direi di non riaprire la guerra dei sei giorni”.

El-Sayed era uno dei candidati democratici al senato per il Michigan, ma è anche una delle voci più critiche nel suo partito rispetto ai rapporti con Israele. Gli ho fatto notare che i paesi arabi vicini alla Striscia di Gaza non sembrano molto propensi ad aiutare i palestinesi colpiti dalla crisi umanitaria; ha risposto che, senza i bombardamenti israeliani, i palestinesi non avrebbero bisogno di un rifugio. Ma il tempo a nostra disposizione era finito. Era il 29 luglio, mancava una settimana alle primarie democratiche e la sua agenda era fittissima. El-Sayed è uscito dal ristorante distribuendo pacche sulle spalle, strette di mano, shukran e habibi al personale. La prima parola significa “grazie” in arabo; la seconda, per come la dice El-Sayed, si potrebbe tradurre con “bro”.

A 41 anni, El-Sayed non è uno di quei candidati che si muovono come se camminassero sulle uova. E non vuole lasciare che sia l’impopolarità di Donald Trump a far vincere ai democratici le elezioni di metà mandato del 3 novembre. La sua campagna è un test fondamentale per capire che tipo di candidato democratico può prevalere in una regione con un elettorato molto variegato. Il Michigan è uno stato in bilico: ha votato per Trump nel 2016 e nel 2024, ma la governatrice e i due senatori sono democratici. Per questo El-Sayed è diventato la grande speranza dell’ala del partito che fa capo a Bernie Sanders: un politico di sinistra che si scaglia contro tutti i grandi centri di potere.

Come se non bastasse è musulmano, figlio di immigrati egiziani, in un momento in cui i repubblicani sostengono sempre più apertamente l’incompatibilità dell’islam con i valori occidentali. Durante le primarie democratiche, che ha vinto con un margine più ristretto di quanto prevedessero i sondaggi, ha fatto campagna elettorale con l’influencer Hasan Piker, noto per la sua ammirazione verso Mao Zedong e l’Unione Sovietica e per aver dichiarato che “gli Stati Uniti si sono meritati l’11 settembre”.

Gli elettori, sia a sinistra sia a destra, dicono spesso di volere candidati combattivi. Da questo punto di vista, la grinta di El-Sayed dovrebbe essere un punto di forza. Non ha paura di avventurarsi in territorio nemico, come ha dimostrato partecipando al programma di Jesse Watters su Fox News. Quando il suo avversario repubblicano, Mike Rogers, si è rifiutato di partecipare a un dibattito, lo ha ribattezzato “Mike Dodger” (“Mike il fifone”). Ma El-Sayed non sceglie sempre bene le sue battaglie. “È una persona molto empatica”, dice Brittany Huckabee, che nel 2018 gli ha dedicato un documentario, “ma si costruisce una sorta di scudo protettivo, quasi da bullo. In certi casi gli torna utile, ma credo che allontani alcune persone”.

La parola bullo è venuta fuori anche durante una conversazione con Monica Marks, una docente universitaria che ha conosciuto El-Sayed quando entrambi studiavano a Oxford. “Non si considera un bullo”, mi ha detto Marks, “ma uno che mette i bulli al loro posto”. Marks lo descrive come un incrocio tra un “intellettuale rigoroso” e “un testardo combattente di strada”. Da arabo-americano, El-Sayed deve fare i conti con lo stesso problema che hanno avuto molti politici neri: quella che nei bianchi può essere vista come passione, in loro invece è percepita come aggressività. Mehdi Hasan, fondatore della testata online progressista Zeteo, contrappone l’immagine di El-Sayed a quella sorridente e affabile di Zohran Mamdani, il sindaco di New York. “Lo sento più vicino al mio stile”, dice Hasan riferendosi a El-Sayed. “Abbiamo tutti e due la faccia da musulmani arrabbiati”. Non a caso, metà dei repubblicani lo dipinge come un islamista fanatico che vuole imporre la sharia (per l’altra metà è un millennial sdolcinato e poco virile, l’ennesimo democratico smidollato che fa il buffone davanti alle telecamere).

Ma per El-Sayed lo scontro è esattamente il motivo per cui vale la pena di candidarsi. L’obiettivo, mi ha detto, non è semplicemente far mantenere ai democratici il seggio. “Il punto è usarlo”, mi ha spiegato, quindi sarebbe inutile cercare di placare gli avversari. “Che senso avrebbe dire cose in cui non credo solo per evitare che gli altri spendano soldi contro di me e conservare il seggio, se poi non posso fare le cose che voglio fare con quel seggio?”.

El-Sayed dice di aver ereditato il suo temperamento combattivo dai genitori. Il padre, Mohamed, è l’incarnazione dell’immigrato di successo: partito dall’Egitto per un dottorato in ingegneria alla Wayne state university di Detroit, oggi insegna alla Eastern Michigan university. La madre, Fatten, studiava medicina quando conobbe il futuro marito. “Hanno entrambi personalità forti, sono carismatici e affascinanti, ed entrambi si rifiutano di scendere a compromessi, non solo rispetto alle loro convinzioni ma anche nel modo in cui affrontano la vita e agiscono”, scrive El-Sayed nella sua autobiografia del 2020, Healing politics (guarire la politica). La coppia si separò dopo la sua nascita.

Problema di sistema

Il giovane Abdulrahman – come tutti lo chiamavano allora – è cresciuto con il padre e la sua seconda moglie, Jackie, “lontana discendente della first lady Abigail Adams”. In uno degli spot della sua campagna elettorale, la madre di Jackie lo rimprovera scherzosamente per aver detto “che cavolo” (un altro spot è accompagnato dalle note di Don’t stop believin’ dei Journey, definito da un commentatore “l’inno nazionale dei bianchi”). A scuola era capitano delle squadre di football, lacrosse e lotta, ma era anche uno dei più brillanti della classe. Dopo le superiori, entrò all’university of Michigan per studiare biologia e scienze politiche.

Da adolescente, Abdulrahman era già consapevole di appartenere a due culture. Durante una vacanza estiva ad Alessandria d’Egitto si rese conto di come la povertà, la corruzione e la repressione dello stato pesavano sulla vita dei cugini. “Mia nonna continuava a ripetermi ‘Non hai niente più di loro, tranne una cosa: alla fine dell’estate puoi tornare negli Stati Uniti’”. Nella sua autobiografia racconta che durante un viaggio in Egitto finì nei guai per aver urlato in arabo degli insulti contro il dittatore Hosni Mubarak e fu salvato dal nonno, che sventolò davanti alla polizia il passaporto statunitense del nipote. Scrive anche che dopo gli attentati dell’11 settembre i giocatori delle altre squadre spesso gli rivolgevano insulti razzisti. Una volta, esasperato, reagì dando un pugno in faccia a un avversario. “Ascoltami bene”, gli disse il suo allenatore, “sarai Abdul El-Sayed per tutta la vita. La puoi prendere come una scusa oppure come uno stimolo”. Al fratellastro è andata ancora peggio: si chiama Osama.

Mike Rogers, il candidato repubblicano al senato in Michigan, a Highland Township, il 9 ottobre 2026 (Chip Somodevilla, Getty)

Agli inizi della sua carriera politica, El-Sayed si lamentava quando lo paragonavano a Barack Obama. Leggendo la sua autobiografia o ascoltandolo, però, si ritrovano diversi temi cari all’ex presidente: la riconoscenza nei confronti degli Stati Uniti e, allo stesso tempo, il desiderio di un paese migliore. “Ho potuto vivere una vita straordinaria grazie alle opportunità che mi ha dato l’America”, mi ha detto El-Sayed a Dearborn. “Ma ho anche visto l’America negare sistematicamente quelle stesse opportunità a tante persone”.

Al terzo anno di università El-Sayed ha conosciuto Sarah Jukaku, studente al primo anno, e le ha chiesto di sposarlo. Si sono uniti in matrimonio quando Sarah frequentava il secondo anno di università, ma all’inizio non vivevano insieme. Oggi Jukaku è una psichiatra e la coppia ha due bambine piccole.

Dopo l’università El-Sayed ha preso un dottorato in sanità pubblica a Oxford e poi si è laureato in medicina alla Columbia university di New York, anche se non ha mai esercitato la professione medica. Nella sua biografia racconta che la decisione di dedicarsi alle politiche di salute pubblica invece che all’attività clinica è arrivata dopo l’incontro con un’alcolista, “Martha”, in un pronto soccorso di New York. La donna aveva un trauma cranico, ma il medico di turno non voleva prescriverle una tac. El-Sayed era intervenuto ed era riuscito a trovarle un posto letto, pur sapendo che non aveva un’assicurazione sanitaria e che quindi curarla avrebbe fatto perdere soldi all’ospedale. Le aveva procurato i farmaci antiretrovirali per l’hiv e le aveva trovato un posto in un centro di recupero. Ma Martha gli aveva detto che preferiva tornare a casa dalla figlia. Qualche settimana dopo l’aveva vista stesa a faccia in giù nella metropolitana. “Quando ha girato la testa, si è spenta ogni mia ambizione di fare il medico”. Aveva capito che nulla di quello che aveva fatto in ospedale avrebbe potuto aiutare quella donna. Il problema era il sistema.

Rabbia che cresce

Nel 2015 El-Sayed è diventato direttore generale del dipartimento della salute di Detroit, dove è riuscito a garantire a migliaia di bambini visite oculistiche gratuite. Nel 2017 ha fatto il salto in politica, candidandosi contro tutti i pronostici a governatore del Michigan. Sperava di intercettare l’energia che Sanders aveva generato durante le primarie democratiche per la presidenza. Si è circondato di giovani idealisti delusi dalla candidatura di Hillary Clinton. Il documentario di Brittany Huckabee su quella campagna elettorale in Michigan è intitolato How to fix a primary. Per più di un anno la regista ha seguito El-Sayed mentre faceva i conti con le dure realtà della politica di apparato.

El-Sayed con la deputata Alexandria Ocasio-Cortez a Detroit, luglio 2026 (Jose Juarez, Ap/Lapresse)

Il documentario mette in luce le sue indubbie qualità: sa arringare la folla, sa scegliere la frase giusta, sa come far ridere e commuovere la platea. La sua indignazione sembra autentica. Nei suoi discorsi denuncia le strutture di potere corrotte che condizionano la vita pubblica del paese: i colossi della tecnologia e dell’industria agroalimentare, le multinazionali del farmaco, un sistema sanitario che costringe le persone a fare debiti per curarsi e una politica sempre più nelle mani dei grandi donatori. Soprattutto, ha un fiuto notevole per temi populisti che i partiti tradizionali spesso trascurano. La prima volta che l’ho sentito parlare era in piedi su una pedana improvvisata, lungo una strada senza uscita di Saline Township, nel Michigan orientale, dove stanno costruendo uno dei più grandi data center del paese. “Guardatelo”, ha detto alla piccola folla, indicando l’imponente edificio grigio alle sue spalle, mentre in sottofondo si sentivano i segnali acustici del cantiere. “Chi lo governa?”.

Il progetto ha spaccato la comunità locale. Le riunioni del consiglio comunale, un tempo molto tranquille, si sono trasformate in confronti sempre più aspri, e alcuni politici locali sono stati addirittura minacciati di morte. “La verità è che qui nessuno lo voleva”, dice Fred Lucas, avvocato di Saline. Secondo Business Insider, lo scorso anno nel paese sono stati costruiti o approvati più di 1.400 data center, creando conflitti nelle comunità rurali. In Louisiana la Meta ha fatto firmare alle autorità locali un accordo di riservatezza sul progetto Hyperion. Le agevolazioni fiscali destinate al data center sono state inserite di nascosto in un disegno di legge che ufficialmente riguardava i cavi in fibra ottica.

La rapidità con cui l’opinione pubblica si è ribellata contro i data center è sorprendente. La questione è un terreno particolarmente fertile per l’ala progressista del Partito democratico, che guarda da sempre con sospetto i miliardari e i loro grandi progetti. A giugno Gretchen Whitmer, la governatrice democratica del Michigan, ha posato sorridente vicino a Sam Altman della OpenAI alla cerimonia di avvio dei lavori a Saline. “Quando Whitmer ha iniziato a promuovere questi progetti con insistenza, ho ricevuto un sacco di chiamate dai residenti che mi chiedevano: ‘E noi? Chi ci difende?’”, racconta Robert Dube, l’avvocato che rappresenta i contestatori di Saline. Per El-Sayed la battaglia contro i data center rientra nella questione più ampia dell’influenza che le grandi aziende esercitano sui politici attraverso le donazioni. Il tema è trasversale: secondo i sondaggi, circa il 70 per cento degli statunitensi non vuole un data center vicino a casa. E così, con un certo ritardo, i politici di entrambi gli schieramenti hanno cominciato a prendere le distanze da questi progetti.

A un evento organizzato nel campo di mais accanto alla nuova struttura di Saline, un giornalista ha chiesto a El-Sayed se accettare denaro dalle grandi aziende tecnologiche dovrebbe essere motivo sufficiente per escludere un candidato dalla vita politica. “Un’azienda che ha interessi da difendere di fronte al governo non dovrebbe poter versare denaro per favorire l’elezione di persone che poi promuoveranno quegli interessi. Gli economisti la chiamano ‘ricerca della rendita’. In politica io la chiamo, più semplicemente, corruzione”. Intorno a lui, i residenti mostravano cartelli con la scritta “Più fienili, meno tangenti”.

El-Sayed ha capito quanto fosse forte l’ostilità ai data center stando in mezzo alla gente, mesi prima che la politica si accorgesse del problema. “Ricordo che nell’ottobre 2025 la questione è venuta fuori in tre assemblee cittadine nel giro di pochi giorni”, racconta. “Ho pensato: dobbiamo muoverci su quello. È una di quelle cose che agitano l’opinione pubblica”. Nelle ultime settimane ha contestato l’uso delle telecamere Flock da parte delle forze dell’ordine (si tratta di sistemi automatici che leggono le targhe dei veicoli e ne registrano gli spostamenti), un tema che unisce la destra istintivamente contraria alla sorveglianza e la sinistra diffidente nei confronti del potere della polizia. Sorprendentemente, El-Sayed riconosce anche alcuni meriti al segretario alla salute Robert Kennedy Jr., che si scaglia contro il cibo spazzatura e allo stesso tempo sostiene una serie di teorie del complotto. “Il fatto è che ha ragione sui problemi, ma sbaglia tutte le soluzioni”, dice El-Sayed. “La cultura alimentare nel nostro paese è un disastro. Mangiamo enormi quantità di alimenti ultraprocessati perché le grandi aziende hanno costruito un sistema che ci spinge a ingozzarci; il risultato è che compriamo i prodotti meno salutari per noi e più redditizi per loro”.

Anche la sua proposta di estendere a tutti il Medicare (il programma sanitario del governo per le persone sopra i 65 anni), riflette lo stesso miscuglio di pragmatismo e capacità di intercettare gli umori dell’elettorato. Lo slogan “Medicare for all” può voler dire molte cose, compresa la sostituzione delle assicurazioni sanitarie private con un sistema unico gestito dallo stato. In campagna elettorale El-Sayed ha smussato l’ostilità nei confronti della sanità privata. Oggi per lui “Medicare for all” significa soprattutto una copertura garantita dallo stato, più trasparenza nei prezzi e meno soldi nelle tasche degli intermediari. Grazie alla sua immagine di combattente irriducibile, è riuscito a far digerire alla sua base una versione meno radicale della riforma.

Non è l’unico tema su cui lui e altri progressisti si sono spostati verso il centro. Ben Krauss, del centro studi Searchlight institute, mi ha raccontato che nel 2018, quando era candidato alla carica di governatore del Michigan, El-Sayed parlava spesso di crisi climatica e green new deal. Oggi sta cercando di conquistare gli elettori che vivono nelle zone legate all’industria automobilistica, e sul suo sito i riferimenti al clima sono pochi. Ha ridotto il suo messaggio a tre slogan, che ripete instancabilmente: “Fuori i soldi dalla politica, soldi nelle tasche dei cittadini, Medicare for all”.

El-Sayed ha flirtato per qualche tempo con quello che poi sarebbe diventato il peccato capitale della sinistra statunitense: il “woke 1”, come la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha definito la fase più radicale del movimento progressista incentrato sulla giustizia sociale. In vista delle primarie, El-Sayed ha fatto sparire da YouTube decine di vecchi video, tra cui uno in cui diceva che i fuochi d’artificio del 4 luglio “fanno schifo”. I suoi collaboratori hanno chiarito che quelle posizioni non lo rappresentano più. Durante la pandemia, mi ha detto El-Sayed, molta gente “si è fatta condizionare da internet” ed è diventata “moralista”, e “gli eccessi di quel periodo sono figli di quel periodo”. Ha aggiunto di “non avere intenzione di tagliare i fondi a nessuno”.

Parlando con gli elettori, El-Sayed ha capito quanto siano odiati i data center

El-Sayed non è iscritto ai Socialisti democratici d’America (Dsa) e si definisce un capitalista. Quando gli fanno domande su temi culturali divisivi, cerca quasi sempre di riportare la discussione sul costo della vita. E se non ci riesce, ripiega su formule rassicuranti anche per un pubblico conservatore, come “lasciamo decidere i singoli stati” o “le cure sanitarie riguardano solo il paziente e il suo medico”.

L’amico scomodo

Ma c’è una questione su cui El-Sayed non si è ammorbidito: Israele. Ed è anche quella che gli sta creando più problemi.

Con il senno di poi, la festa in piscina è stata un errore. Prima delle primarie, El-Sayed ha posato per un servizio fotografico a bordo piscina. In una delle foto sorride accanto all’influencer e commentatore di sinistra Hasan Piker in maglietta nera con scollo a V e jeans; in un’altra guarda da sopra gli occhiali da sole mentre due donne, ai suoi lati, mimano delle pistole con le dita.

Nei dieci giorni che ho trascorso nel midwest prima delle primarie, Piker era dappertutto. Senza il suo appoggio e la sua presenza in campagna elettorale, la candidatura di El-Sayed difficilmente avrebbe preso lo stesso slancio. Nell’agosto 2025 hanno fatto una diretta streaming in cui si allenavano insieme. El-Sayed, sei anni più anziano e decisamente più basso, correggeva con sicurezza la tecnica di Piker negli esercizi con i pesi. L’obiettivo fin troppo palese era restituire un’immagine palestrata e muscolare della sinistra, il contrario della caricatura del progressista mingherlino e intellettualoide fatta dalla destra. “La prossima volta dobbiamo portare qui anche Zohran”, ha detto a Piker dopo una serie da 140 chili alla panca.

Nell’aprile 2026 El-Sayed e Piker erano insieme a un evento universitario. I giovani di sinistra erano entusiasti: una celebrità, una vera celebrità, veniva nel loro campus! Le polemiche hanno portato visibilità e nuovi volontari alla campagna di El-Sayed, contribuendo anche a mettere in ombra l’altra candidata progressista, Mallory McMorrow, che a luglio si è ritirata dalla corsa. L’establishment democratico del Michigan seguiva con crescente preoccupazione, viste le dichiarazioni di Piker sull’11 settembre (Piker ha poi precisato di non aver mai voluto dire che gli americani si meritavano l’attentato e si è scusato per quelle parole. El-Sayed, dal canto suo, le ha definite semplicemente “stupide”). La governatrice Whitmer, che fa parte dell’ala moderata del partito, e il senatore uscente Gary Peters hanno deciso di sostenere l’altra sfidante di El-Sayed, la deputata Haley Stevens.

Stevens era una candidata solida, con un buon seguito tra gli elettori della classe lavoratrice. Piker non potrebbe essere più lontano da lei. Dall’alto del suo metro e 94, sembra la versione del radical chic di Tom Wolfe riveduta e corretta per l’epoca dei social. Negli anni settanta gli intellettuali bianchi di Brooklyn provavano un fremito trasgressivo frequentando le Pantere nere (il gruppo di militanti afroamericani di estrema sinistra). Oggi molti neolaureati si divertono ad ascoltare uno streamer belloccio convinto che Mao Zedong sia stato giudicato troppo severamente dalla storia. Nelle sue dirette su Twitch Piker ripete che chi appoggia Israele non dovrebbe ricoprire incarichi pubblici perché, come ha detto una volta, “qualsiasi stronzo sionista va trattato allo stesso modo di uno stronzo fanatico neonazista con la bava alla bocca”.

Alcuni democratici hanno chiesto a El-Sayed di prendere le distanze da Piker, come Barack Obama fece con il reverendo Jeremiah Wright dopo che erano emerse vecchie dichiarazioni sull’11 settembre e “i nodi dell’America che vengono al pettine”. El-Sayed risponde a queste richieste con incredulità, quasi con stizza. Quando gli ho nominato Piker durante il pranzo a Dearborn, mi ha risposto che la sua campagna punta ad allargare il più possibile il campo: per parlare dei guasti del sistema sarebbe disposto ad andare dal conduttore di podcast Joe Rogan, o perfino da Nick Fuentes, un attivista di estrema destra.

Ma a un certo punto Piker si è spinto troppo oltre. Durante una diretta a fine agosto, dopo le primarie del Michigan, ha mostrato una foto di Jeremy Moss, candidato democratico al congresso, insieme a un post in cui sosteneva che ci fosse una registrazione in cui Moss dichiarava la propria fedeltà a Israele prima che agli Stati Uniti (Moss ha replicato che l’audio era “un montaggio manipolato oppure una completa invenzione”). Poi Piker ha detto – secondo alcuni con una punta di compiacimento – che le azioni di Israele rischiano di provocare violenze contro gli ebrei statunitensi. A quel punto lo staff di El-Sayed ha diffuso una nota per chiarire che “nessuno parla a nome di questa campagna oltre a me e ai miei portavoce”. El-Sayed ha inoltre detto che non avrebbe più partecipato a eventi insieme a Piker.

“Ha faticato molto a conquistare l’appoggio dei musulmani del Michigan”

Ma per i critici questa presa di distanza non basta. Perché El-Sayed non ha tagliato completamente i ponti con Piker? I suoi collaboratori sono convinti che la polemica sull’influencer sia soprattutto un modo per attaccare El-Sayed per le sue posizioni su Israele. Chi gli chiede di tagliare i legami con Piker vorrebbe in realtà costringerlo a mettere da parte la richiesta di non fornire armi a Tel Aviv. “Molti suoi sostenitori andrebbero su tutte le furie se lui cedesse agli attacchi in malafede della destra filoisraeliana”, dice Mehdi Hasan.

La questione Piker finirà per danneggiare El-Sayed? A sinistra in molti sono convinti che il Partito democratico non abbia ancora capito quanto sia cambiato l’orientamento dell’opinione pubblica su Israele dopo l’inizio della guerra a Gaza. Un tempo i democratici centristi avevano gioco facile a liquidare gli attivisti filopalestinesi come un manipolo di studenti universitari con la kefiah comprata su Temu (una piattaforma cinese online con prodotti a basso costo). Oggi i sondaggi mostrano che il 60 per cento degli statunitensi ha un’opinione negativa di Israele. Perfino Nancy Pelosi, incarnazione dell’establishment democratico, a luglio ha votato contro la continuazione degli aiuti militari a Israele. Anche una parte della destra ha preso le distanze da Israele. Il 3 settembre Tucker Carlson ha dichiarato che “non voterebbe Mike Rogers nemmeno sotto tortura”, perché lo considera “uno strumento di Israele e delle agenzie di intelligence”.

Su molte questioni di politica estera, El-Sayed ha posizioni simili a quelle dei democratici più moderati. Non ha dubbi sulle forniture di armi all’Ucraina. “Sostenendo Kiev contro l’invasione russa, siamo dalla parte giusta della storia e della giustizia”, si legge sul suo sito. È favorevole al dialogo con la Cina e su Taiwan appoggia la tradizionale politica dell’“ambiguità strategica”. Non vuole che l’Iran costruisca armi nucleari, ma è convinto che l’obiettivo debba essere perseguito attraverso la diplomazia.

Per gli scettici l’atteggiamento intransigente di El-Sayed nei confronti di Israele riflette una deriva tipica del populismo: la tendenza a pensare che “siano tutti contro di noi”. Jonathan Chait, commentatore dell’Atlantic, sostiene che “la formula di El-Sayed consiste nel descrivere praticamente ogni scelta pubblica come il frutto di un complotto orchestrato dalle grandi aziende o dalle élite economiche per arricchirsi a spese della gente. Nei suoi racconti i cattivi sono mossi dall’avidità e i compromessi non esistono”.

Attacco antisemita

Nel frattempo, El-Sayed è finito nel mirino delle organizzazioni vicine a Israele. L’Aipac, la principale lobby filoisraeliana degli Stati Uniti, ha investito 32 milioni di dollari nelle primarie per favorire la vittoria di Stevens. La campagna puntava soprattutto su un’accusa: El-Sayed non rispetta le donne. Questo perché, parlando di Whitmer, aveva detto che era stata “comprata e venduta”, e anche perché aveva definito “inefficace” il programma contro l’obesità di Michelle Obama. Secondo Frank Woods, sostenitore di El-Sayed alle primarie e presidente del Democratic black caucus della contea di Wayne, tra gli elettori neri si è diffusa l’idea che El-Sayed fosse stato sprezzante verso l’ex first lady, e questo lo ha penalizzato nei consensi. “El-Sayed aveva tutto il diritto di criticare il programma. Ma gli avversari sono riusciti a far passare le sue parole come una mancanza di rispetto”.

I rapporti con Piker e lo scontro con l’Aipac non sono gli unici aspetti che preoccupano parte della comunità ebraica del Michigan, di cui fa parte anche la procuratrice generale Dana Nessel. A marzo Ayman Mohamed Ghazali, statunitense originario del Libano, si è lanciato con un camion contro la sinagoga Temple Israel di West Bloomfield. Dentro c’erano più di cento bambini. La prima reazione di El-Sayed è stata nettissima: si è detto “sconvolto e addolorato” e ha dichiarato che “non c’è posto per l’antisemitismo in America”. Ma il giorno dopo ha pubblicato un video ricordando che alcuni familiari di Ghazali erano stati uccisi nei bombardamenti israeliani. “Possiamo e dobbiamo condannare l’attacco a Temple Israel”, ha detto, “e possiamo e dobbiamo condannare anche la violenza che si consuma a diecimila chilometri da qui”. Alla fine, ha invitato tutti a ricordare che “chi soffre spesso infligge sofferenza agli altri”.

Molti ebrei di sinistra si sono sentiti a disagio, perché avevano la sensazione che El-Sayed volesse in qualche modo giustificare l’attentatore. “È pericoloso ragionare in questi termini”, ha detto Nessel. Andy Levin, ex deputato del Michigan, anche lui ebreo, che nel 2022 perse le primarie dopo che l’Aipac aveva investito molti soldi contro di lui, la pensa diversamente. “L’idea che parlarne significhi giustificarlo è francamente ridicola”, mi dice. Secondo Levin, El-Sayed stava sinceramente cercando di capire cosa avesse spinto l’attentatore a compiere quel gesto.

Partito unito

È sorprendente che, mentre si allargava la polemica sull’antisemitismo, si è parlato molto poco dei pregiudizi contro El-Sayed. Nel 2018, dopo che El-Sayed aveva perso la corsa alla carica di governatore, Corey Stewart, repubblicano della Virginia, ha scritto su Twitter che il Michigan aveva “quasi eletto un comunista di estrema sinistra dell’Isis”. Stewart si è poi giustificato scaricando la colpa su un collaboratore e cancellando subito il post. Ma i tempi in cui i repubblicani prendevano le distanze da dichiarazioni diffamanti e intolleranti sono lontani. “I democratici del Michigan hanno appena votato per mandare al senato un TERRORISTA”, ha scritto su X il 6 agosto il senatore repubblicano dell’Alabama Tommy Tuberville. Donald Trump ha pubblicato una sua foto con la moglie Melania, affiancata a una di El-Sayed con la moglie Jukaku. “Due Americhe MOLTO DIVERSE”, diceva la didascalia. Dopo le primarie Rogers ha fatto una dichiarazione in cui faceva intendere che era stato El-Sayed, e non Piker, a dire che gli Stati Uniti si erano meritati l’11 settembre. Era la conferma definitiva di quello che avevo intuito: la strategia della destra è martellare sull’11 settembre per accostare il candidato musulmano al terrorismo islamico.

El-Sayed non cerca di nascondere la sua fede. Alla festa per la notte delle primarie si servivano solo cocktail analcolici e, quando sono arrivata, verso le nove, ho trovato un piccolo gruppo di uomini in preghiera inginocchiati sul pavimento dell’atrio, rivolti verso la Mecca. Ma El-Sayed preferisce non parlare dei pregiudizi emersi durante la campagna. Si limita a prendere in giro Trump per come pronuncia il suo nome, indugiando compiaciuto sulla vocale: “Abdooolllllll”.

Volata finale
Probabilità di vittoria dei candidati al senato per il Michigan, percentuali (the economist)

Brittany Huckabee mi ha detto che inizialmente pensava di dare molto più spazio alla religione nel suo documentario, anche perché la candidatura di El-Sayed porta alla luce le tensioni tra i musulmani negli Stati Uniti. “Ha faticato molto a conquistare l’appoggio dei musulmani del Michigan”, osserva. “Il problema principale era il suo sostegno ai diritti lgbtq. Per molti era un passo troppo lungo”. Ma alla fine El-Sayed è riuscito a convincerne almeno una parte, nonostante gli scontri con i “troll di Dearborn”, un gruppo di attivisti e agitatori da tastiera sciiti che lo accusavano di non essere abbastanza ortodosso. In tutto questo, si è dovuto difendere anche dagli agguati della destra. Durante la campagna elettorale del 2018, l’attivista di estrema destra Laura Loomer, nota per le sue posizioni apertamente antimusulmane, si è presentata a un incontro con gli elettori organizzato da El-Sayed per puntargli addosso le telecamere e incalzarlo con domande sulla sharia.

Non sempre, in queste situazioni, lui riesce a mantenere il sangue freddo. Huckabee mi ha raccontato di una scena che non è finita nel documentario, ma che secondo lei potrebbe rispuntare prima del voto di novembre. Durante un dibattito a cui partecipavano esponenti di entrambi i partiti, Patrick Colbeck, senatore repubblicano del Michigan, aveva accusato i musulmani di portare avanti una “jihad di civiltà” contro gli Stati Uniti. Quando El-Sayed ha preso il microfono, ha denunciato il “razzismo sfacciato” di Colbeck e ha criticato gli altri repubblicani presenti per non aver preso le distanze. “Forse voi non odiate i musulmani”, ha detto. “Ma vi assicuro che i musulmani odiano voi”.

Non è difficile immaginare l’effetto che una frase del genere potrebbe avere in uno spot elettorale repubblicano, se isolata dal contesto e rilanciata prima del voto. Ho chiesto a El-Sayed cosa farebbe se il filmato dovesse rispuntare. “Colbeck è una persona profondamente sgradevole”, mi ha risposto. “Non sono solo i musulmani a detestarlo. C’è tanta gente che lo detesta. E se lo merita”. Ecco di nuovo il combattente di strada.

Fortunatamente per El-Sayed, nel Partito democratico del Michigan le buone maniere contano ancora. Dopo averlo attaccato duramente nelle primarie, Stevens ha accettato la sconfitta con eleganza, abbracciandolo sul palco. Elissa Slotkin, l’altra senatrice del Michigan, anche lei democratica, lo ha appoggiato, spiegando: “Io e El-Sayed non siamo d’accordo su tutto, ed è giusto così. Possiamo discutere di queste differenze da persone adulte”. Whitmer ha tenuto per sé eventuali riserve. Nel complesso, l’establishment democratico gli ha mostrato più disponibilità di quanta lui potesse ragionevolmente aspettarsi, soprattutto considerando che durante le primarie aveva insistito nel definirsi “un pericolo” per il leader democratico al senato Chuck Schumer. Perfino Obama gli ha telefonato e Kamala Harris gli ha dato il suo appoggio (a differenza di Mary Peltola in Alaska, El-Sayed non ha rifiutato il sostegno dell’ex vicepresidente).

Il problema, per El-Sayed, è che non è stato fortunato con l’avversario. Negli ultimi tempi Mike Rogers ha sposato il negazionismo elettorale e la devozione cieca a Trump che ormai sembra un obbligo nel Partito repubblicano. Ma riesce anche a passare inosservato, ed è probabilmente la qualità più utile per un candidato che vuole evitare di offrire bersagli agli avversari. Rogers ha organizzato pochissimi comizi ed è rimasto il più possibile lontano dai riflettori. Non ha mai risposto alla mia richiesta di intervista. I repubblicani hanno perfino chiesto all’Aipac di non finanziare spot in suo favore, temendo che l’appoggio della lobby filoisraeliana fosse controproducente. “Rogers è stato praticamente ignorato dai mezzi d’informazione”, dice Mehdi Hasan, di Zeteo. “Di lui non si sa niente”.

È quello che succede quando un combattente da strada incrocia i guantoni con un avversario che spera di vincere ai punti. Se El-Sayed dovesse spuntarla, l’ala progressista del partito vedrà la sua vittoria come la prova definitiva che la sinistra può essere competitiva anche lontano dalle roccaforti progressiste. Se invece perderà, i centristi diranno ai progressisti di rientrare nei ranghi. ◆ fas

Helen Lewis è una giornalista di The Atlantic. Scrive di politica, società e cultura digitale.

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Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati