Se il turismo rurale è agli albori in gran parte della Moldova, nella regione autonoma della Gagauzia, una striscia di terra stretta tra l’Ucraina e la Romania, esiste a malapena.

Ana Statova, 55 anni, abitante nella cittadina di Congaz e madre di due figli, è una delle pioniere del settore. Ha cominciato a occuparsi di ospitalità nel 2009, quando ha aperto una sala per matrimoni che presto è diventata una specie di museo vivente delle tradizioni e della cucina locale. “In tutto il paese i ristoranti servono sushi e insalate all’europea. I miei amici erano scettici. ‘Chi mangerà i nostri kaurma e bulgur?’, si chiedevano”, racconta Statova. Quando però ha capito che lo stufato d’agnello della Gagauzia, il grano spezzato e gli altri piatti locali erano molto apprezzati dai clienti, si è convinta a insistere sullo stile tradizionale. “Ho viaggiato nella regione con storici ed etnografi e ho raccolto oggetti e artefatti locali. Poi ho costruito quattro case in stile gagauzo, fatte di argilla, paglia e fango, e una pensione che può accogliere dieci persone”, racconta. Le abitazioni tradizionali non hanno l’aria condizionata o la tv: offrono un assaggio di quella che era la vita nella regione più di un secolo fa.

I gagauzi sono i discendenti dei turchi Oghuz, che arrivarono dall’Asia centrale e si stabilirono nella penisola balcanica nel dodicesimo secolo. Quando la Russia imperiale occupò la parte orientale del Principato di Moldavia, nel 1812, i gagauzi, da tempo convertiti alla fede ortodossa, si spostarono nell’area, allontanando i turchi e i tatari, che furono spinti nell’attuale sudest della Romania e nella Bulgaria orientale.

Nel 1994, tre anni dopo l’indipendenza della Moldova dall’Unione Sovietica, il parlamento di Chișinău concesse l’autonomia alla Gagauzia, dove vivono circa 135mila persone, che all’80 per cento si dichiarano di etnia gagauza. Molti sono ancora turcofoni, ma nelle scuole e nella vita pubblica è più usato il russo. Oggi i gagauzi si sforzano di mantenere in vita la loro identità e di preservare la loro miscela di tradizioni turche, bulgare e romene.

L’industria fantasma

“Ci siamo tuffati in mare aperto senza saper nuotare”, afferma Statova ripensando agli inizi della sua ormai fiorente attività. A poco a poco il suo lavoro ha cominciato a creare reddito e posti di lavoro nella comunità locale, aiutando anche gli agricoltori della zona a trovare un mercato per i loro prodotti. “Il 90 per cento dei nostri ospiti preferisce soggiornare nelle piccole case tradizionali, ognuna delle quali è come un museo”, dice Statova, spiegando che i giunchi usati per la costruzione aiutano a mantenerle fresche in estate.

Le abitazioni, essenziali e con un piccolo bagno, occupano solo 14 metri quadrati l’una. “All’interno ci sono un tipico letto in legno, una stufa e dei tappeti, a terra e sulle pareti, come vuole la nostra tradizione ”, spiega Statova.

L’arrivo del turismo ha avuto un impatto notevole sui piccoli villaggi di provincia

Accanto alle casette tradizionali c’è la pensione. In quasi diciotto mesi di attività la Gagauz Sofrasi ha ospitato centinaia di turisti da 35 paesi. Molti visitatori sono russi e turchi, ma sempre più numerosi sono quelli che arrivano dall’Europa occidentale e dagli Stati Uniti. In genere gli europei si fermano da uno a tre giorni e assistono ai matrimoni. Ma amano anche gli elaborati ricami della tradizione locale e le danze tipiche, chiamate hora e sârbă, come in Romania, racconta Larisa, la figlia di Ana, che ha frequentato scuole alberghiere a Cipro e in Svizzera.

Ana ha cercato di convincere gli altri abitanti del villaggio ad aprire a loro volta attività simili, ma finora nessuno se l’è sentita. A scoraggiarli è stato forse anche il mancato sostegno da parte delle autorità, centrali e locali.

Per il sindaco di Congaz, Mihail Esir, il turismo rurale ha “un grande potenziale”, ma purtroppo il comune non ha i mezzi per promuoverlo. “Il massimo che possiamo fare è dare informazioni ai cittadini sulle opportunità del settore”, dice.

Assenza di risorse a parte, le istituzioni moldave sembrano non avere idea di cosa sia l’industria del turismo. “Il turismo non è nemmeno menzionato nella strategia di sviluppo nazionale della Moldova fino al 2030. È proprio per questo che abbiamo proposto al ministero dell’economia e delle infrastrutture e alla presidenza della repubblica di includerlo tra gli obiettivi di sviluppo strategico del paese”, spiega Natalia Turcanu, direttrice esecutiva di Antrim, un’associazione senza scopo di lucro che rappresenta gli operatori turistici privati .

Il sistema e la comunità

Gheorghe e Larisa Cerven producevano qualche botte di vino ogni anno, come fanno molte famiglie nelle zone viticole del paese. Poi, nel 2009, hanno aperto la cantina KaraGani nella loro casa di Vulcanești, a circa sessanta chilometri da Congaz. Da allora, grazie anche a sovvenzioni e prestiti, l’azienda è cresciuta fino ad arrivare a dieci ettari di vigne e a una produzione di diecimila bottiglie all’anno.

Come Ana Statova, anche i Cerven hanno deciso di mettere in piedi un’attività turistica puntando sulla cultura della Gagauzia. Sperano di espandersi presto aprendo anche una pensione. “La maggior parte dei visitatori vorrebbe fermarsi a dormire da noi. In effetti è difficile andarsene dopo qualche bottiglia di buon vino”, dice Gheorghe ridendo. Oggi la cantina comprende anche una sala degustazioni capace di ospitare fino a trenta persone e un piccolo museo.

Le attività come la pensione di Ana Statova e l’azienda vinicola di Cerven hanno convinto le autorità di Comrat, la capitale della Gagauzia, ad aprire un centro d’informazioni turistiche, finanziato anche con i fondi dell’Unione europea.

Se la nascente industria del turismo rurale moldavo ha un epicentro, è la zona di Orhei, nel cuore del paese. Con le sue chiese, il monastero, l’antica fortezza e le rovine storiche arroccate sui promontori rocciosi affacciati sul fiume Răut, il complesso museale di Orheiul Vechi, circa cinquanta chilometri a nord di Chișinău, all’inizio del decennio scorso ha attirato l’interesse di alcuni imprenditori turistici, tra cui Anatol Botnaru, che nel 2004 ha aperto le prime pensioni della zona. “Ho cominciato in modo caotico, senza un piano, perché non avevo soldi”, ricorda Botnaru. Ora ha dieci strutture ricettive. Ed è convinto che solo l’autentica tradizione locale sia in grado di attirare i visitatori. “Tra i miei primi ospiti ci fu un francese che dormì in una stanza dalle finestre con i doppi vetri. Mi disse che avrebbe preferito soggiornare in una casa tradizionale, a prescindere dal comfort”.

Oltre alla cucina tradizionale, le principali attrazioni turistiche della zona sono i siti archeologici e i tortuosi canyon del Răut. Il villaggio di Butuceni ospita ogni anno perfino un festival operistico, l’unico in Moldavia, sottolinea Botnaru.

Per quanto il settore sia ancora poco sviluppato, l’arrivo del turismo ha avuto un notevole impatto sui piccoli villaggi di provincia che ospitano gli stranieri. Gli operatori locali tendono ad assumere la gente del posto e spesso le pensioni diventano punti vendita per i prodotti degli agricoltori vicini. Il turismo, inoltre, incentiva la produzione agricola di qualità. Ai suoi ospiti Ana Statova serve e vende ortaggi e frutta biologici coltivati nei paesi vicini. “Mia madre ha una pensione di 1.300 lei moldavi (circa 65 euro). Io la pago per fare il pane alla vecchia maniera, senza lievito. La nostra vicina Matriona produce invece il formaggio di mucca, mentre Vanea, il pastore, alleva agnelli solo per me. Anche le galline sono di un contadino locale”, racconta Statova.

Per quanto riguarda il vignaiolo Anatol Botnaru, all’inizio allevava direttamente gli animali usati nel suo ristorante, ma poi ha deciso di affidarsi ai prodotti delle fattorie locali. “Non si può fare tutto da soli”, spiega. “Lavorare con gli abitanti del villaggio è piacevole e gratificante. A volte compriamo perfino cose che non ci servono, solo per aiutare i contadini. Ma non ci serviamo da persone a caso. Abbiamo i nostri fornitori di fiducia, anche per questioni di sicurezza alimentare”.

Informazioni pratiche

Documenti Per visitare la Moldova non è necessario il visto, basta che il passaporto sia valido per almeno tre mesi dopo la data di ritorno.

Arrivare Un volo a/r dall’Italia per Chișinău parte da 120 euro a persona (Wizzair, Tarom). Comrat, la capitale della Gagauzia, si raggiunge con un viaggio di tre ore in autobus. Altrimenti, all’aeroporto di Chișinău è possibile noleggiare una macchina (Good Rent, Hertz, Europcar, Sixt) e organizzare il viaggio in autonomia.

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Dormire e mangiare
A Chișinău l’hotel Art Rustic ha camere doppie da 33 euro a notte. Per assaggiare le specialità della tradizione gagauza c’è il ristorante Gok-Oguz. Per i piatti moldavi – polenta, stufati, carni alla griglia, torte salate (plăcinte) e coltunași (una sorta di ravioli) – si può invece provare Popasul Dacilor o Vatra Neamului, sempre a Chișinău.

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L’ex direttore dell’agenzia statale del turismo, Stanislav Rusu, capisce le ragioni degli imprenditori che si lamentano per il mancato sostegno al piccolo turismo. Oggi, dice, le pensioni rurali sono “solo startup per amatori”: “Finché non affronteremo la questione in modo più strutturato, garantendo alle imprese il supporto delle autorità, centrali e locali, e delle banche, non ci sarà vero sviluppo del turismo”. Prima di chiudere i battenti nel 2018, l’agenzia ha sostenuto il turismo rurale con un certo successo, per esempio elaborando la proposta di legge che ha semplificato le procedure burocratiche per avviare un’attività nel settore.

Come spiega la direttrice di Antrim, Natalia Turcanu, oltre ai sussidi lo stato ha a disposizione anche altri strumenti per aiutare le piccole imprese turistiche. “Per esempio potrebbe varare un’amnistia fiscale per i primi anni di attività, a condizione che i soldi risparmiati siano investiti per far crescere l’attività”, dice.

Per mettere in piedi la sua pensione a Congaz, Ana Statova ha però dovuto fare affidamento quasi esclusivamente sulle sue risorse. Ha ricevuto dall’Usaid (l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale) una sovvenzione di 18mila euro, pari a circa il 5 per cento dell’investimento totale. Ma dalle autorità moldave non ha avuto nulla. Eppure le risorse ci sono. Il ministero dell’agricoltura gestisce un fondo di circa un milione di euro per far pubblicità al territorio. Ed esistono anche finanziamenti destinati direttamente alle strutture rurali. Lilia Dumitraș, una consulente del ministero, spiega che nel 2017 lo stato ha varato un ambizioso programma di sviluppo per il settore. Gli agricoltori dovrebbero ricevere il 50 per cento del costo del loro progetto, fino a un massimo di 50mila euro. Finora, però, nessuno ha ancora ricevuto il denaro.

Tornando a casa

La pensione Gagauz Sofrasi di Ana Statova dà lavoro a quaranta persone per tutto l’anno e a una decina di studenti durante le vacanze estive. Secondo sua figlia, queste opportunità di lavoro hanno contribuito a convincere qualcuno a non emigrare. “Abbiamo dipendenti che, dopo molti anni all’estero, sono tornati. Per esempio dalla Turchia. L’economia turca ha avuto qualche problema negli ultimi anni. E oggi, a parità di potere di acquisto, si guadagna più o meno lo stesso rimanendo a casa”, dice Larisa Statova.

I suoi dipendenti incassano dai 130 ai 150 euro al mese, ben al di sotto della media nazionale. Tuttavia per Kira, che ha cinquant’anni, oggi la cosa più importante è stare a casa con i suoi cari. “Ho lavorato in Turchia per quasi cinque anni. Facevo la babysitter per una famiglia. Per un po’ ne è valsa la pena, ma da quando la lira turca si è svalutata il valore degli stipendi è diminuito parecchio. A questo punto preferisco stare a casa: qui sto bene e la paga è decente”, dice.

Un’altra dipendente, Matriona, è tornata dalla Russia quando le sanzioni imposte dai paesi occidentali dopo l’annessione della Crimea hanno provocato una recessione. “Anche se siamo tre per ogni casa, non facciamo neanche in tempo a pulire le stanze. Abbiamo sempre ospiti. Mi piace lavorare qui. Sto con i giovani e mi sento più giovane”, osserva, senza smettere di rassettare.

Il lavoro nella pensione ha dei vantaggi, ma gli stipendi sono bassi: in Moldova il salario mensile medio nel settore turistico è di 240 euro, mentre lo stipendio lordo medio è salito a 350. Anatol Botnaru fa il possibile per dare lavoro al suo staff sia d’estate sia d’inverno. Nella sua attività a Butuceni, vicino al complesso di Orhei Vechi, ha assunto trenta persone. “Voglio che tutti possano lavorare senza dover andare all’estero”, dice. “Qui siamo una grande famiglia”. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1348 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati