Jevick è un giovane mercante di pepe di un’isola remota. È cresciuto sognando Bain, la capitale di Olondria, conosciuta grazie ai libri del suo maestro Lunre. Quando finalmente ci arriva, convinto di vivere il suo sogno, finisce dritto in un incubo. Dopo un rito esoterico, comincia a essere perseguitato dal fantasma di Jissavet, una ragazza conosciuta in viaggio. Da qui si apre un ventaglio di avventure avvincenti che ci accompagnano fino alla fine. Il marchingegno costruito da Sofia Samatar, autrice statunitense di origine somala, è molto raffinato e stratificato per essere solo trama. Letta in una quarta di copertina la storia potrebbe ingannarci e farci pensare a un fantasy classico. Ma non c’è niente di veramente scontato a Olondria. E ce ne accorgiamo man mano. Nell’impero di Olondria tutto quello che è cultura orale e ricordo degli antenati è proibito. La religione dell’impero è la parola scritta. Jevick scoprirà (e noi con lui) che anche la letteratura ha avuto un ruolo nel dominare gli altri. Insomma Olondria è di fatto una metafora di un occidente che ha divorato tutto, e spesso senza rimorsi e senza chiedere scusa. E lo ha fatto creando una lingua raffinata che è riuscita a contenere tanti libri in uno. Perché Uno straniero in Olondria non è solo la storia di Jevick, ma anche di tutti i libri che Jevick legge.
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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati