Le immagini sono dolorosamente familiari. Una folla irrompe in uno spaza shop (un piccolo negozio abusivo) a Soweto, vicino a Johannesburg. Gli scaffali vengono ispezionati attentamente. I commercianti stranieri sono interrogati da sedicenti patrioti. Seguono minacce e ultimatum. Andate via, altrimenti…

Questo non è far rispettare la legge. È teppismo politico.

Ma se in Africa vogliamo avere un dibattito onesto sulla xenofobia in Sudafrica, dobbiamo essere onesti su tutto. Non basta definire barbari e teppisti movimenti come Operation Dudula (un gruppo di vigilanti nato nel 2021 per cacciare dal paese gli immigrati irregolari), anche se lo sono. Non basta denunciare partiti come ActionSA, Patriotic alliance e altri politici opportunisti, convinti che l’odio sia un efficace strumento di campagna elettorale. La domanda di fondo, più scomoda, è: perché tanti lavoratori africani lasciano i loro paesi, spinti da una disperazione così grande da essere disposti a rischiare umiliazioni, violenze e perfino la morte?

Operation Dudula, il cui nome viene da “respingere” in lingua zulu, ha costruito la sua identità sull’idea che gli stranieri stiano rubando posti di lavoro, attività commerciali e opportunità ai sudafricani. I suoi militanti sfilano nelle township minacciando i migranti e chiedendo la chiusura dei negozi di proprietà di stranieri. Uno dei leader ha detto apertamente che quelle attività “devono appartenere ai sudafricani”. È orribile, pericoloso e incostituzionale. Ma la realtà scomoda è un’altra: la xenofobia attecchisce quando le economie falliscono.

Il Sudafrica è seduto su una bomba a orologeria. La disoccupazione giovanile è a livelli catastrofici. Intere comunità si sentono abbandonate. La criminalità dilaga. I servizi pubblici crollano sotto il peso della corruzione e dell’incompetenza. In queste condizioni, politici e gruppi di vigilanti fanno quello che i politici hanno sempre fatto nel corso della storia: costruiscono un nemico. E gli stranieri sono un bersaglio facile perché sono visibili, vulnerabili e politicamente sacrificabili.

Il resto dell’Africa non deve fingere di essere uno spettatore innocente. Il Malawi non può limitarsi a diffondere comunicati di condanna, ignorando i fallimenti che spingono i suoi giovani a partire. Lo Zimbabwe non può solo lamentarsi degli abusi subiti dai propri cittadini mentre lascia che la sua economia collassi. Il Mozambico, lo Zambia, il Lesotho e altri sono di fronte alla stessa contraddizione morale. Da più di un secolo nell’Africa australe funziona un brutale sistema di esportazione di manodopera. Più di cent’anni fa i giovani malawiani facevano migliaia di chilometri per raggiungere le miniere d’oro sudafricane perché non avevano altre alternative alla povertà. Un secolo dopo, che cos’è cambiato? Oggi molti malawiani lavorano come giardinieri nei quartieri ricchi di Johannesburg, come guardie di sicurezza nei centri commerciali, camerieri, parrucchieri, con il rischio costante di essere espulsi dopo un controllo di polizia. In Malawi il passaporto è diventato un lasciapassare per la fuga. La corruzione è arrivata a un livello tale che non ne riconosciamo più la violenza. Eppure è uno dei fattori che alimentano la migrazione.

Le conseguenze dell’apartheid

In Sudafrica la xenofobia non è nata nel vuoto. L’apartheid ha lasciato una società frammentata, in cui la popolazione nera era stata tenuta in povertà per generazioni. Ancora oggi molti neri vivono in condizioni difficili. In questo contesto si è inserita una retorica politica che attribuisce ai migranti la responsabilità di tutto. Secondo l’osservatorio Xenowatch, dal 1994 in Sudafrica sono stati registrati più di mille attacchi contro i migranti, con centinaia di morti e migliaia di negozi saccheggiati. I numeri reali sono quasi certamente più alti. Di fronte a tutto questo i leader africani rispondono con prudenza diplomatica e condanne generiche.

Ma la verità è che molti governi africani hanno silenziosamente fatto affidamento sulla migrazione come valvola di sfogo, invece di costruire economie capaci di assorbire una forza lavoro giovanile in crescita. Le rimesse inviate dagli emigrati sono diventate il sostituto di una politica economica realmente funzionante.

Rientri forzati

◆ Nel fine settimana del 30 e 31 maggio 2026 due cittadini mozambicani e un sudafricano sono stati uccisi in attacchi xenofobi a Mossel Bay, in Sudafrica. Vari governi africani hanno organizzato voli di rimpatrio per i loro cittadini dopo l’ultima ondata di proteste violente contro gli stranieri: la settimana scorsa il Ghana ha rimpatriato 300 dei circa 16mila connazionali che vivevano in Sudafrica, mentre la Nigeria ha raccolto 130 adesioni di persone che vogliono tornare a casa. Il Sudafrica ha una delle economie più industrializzate del continente e accoglie circa quattro milioni di lavoratori stranieri (il 6 per cento della popolazione), in gran parte provenienti da Zimba­bwe e Mozambico. Negli ultimi anni sono scoppiate periodicamente proteste contro gli immigrati: le più violente, nel 2008, causarono 60 morti. Daily Maverick


Oggi quel modello sta crollando.

Il Sudafrica è piegato da livelli estremi di disuguaglianza, disoccupazione, corruzione e debolezza istituzionale. L’African national congress è politicamente fragile e i partiti populisti sentono l’odore del sangue. La xenofobia si sta istituzionalizzando, non è più spontanea. E questo dovrebbe terrorizzare tutti.

Se Malawi, Mozambico e Zimbabwe vogliono davvero che un numero minore di giovani rischi abusi e violenze all’estero, devono creare le condizioni per farli restare. I giovani non sono allergici al duro lavoro: sono allergici alla mancanza di speranza. Nessun paese può continuare a esportare la parte più produttiva della sua popolazione senza, alla fine, svuotarsi dall’interno. ◆ gim

Jack McBrams è un giornalista investigativo malawiano.

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Questo articolo è uscito sul numero 1668 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati