L a telefonata da Addis Abeba, la capitale etiope, è stata cupa. Quasi settecento chilometri a nord, nella regione del Tigrai, era sotto assedio Alamata, la città dove Hiwot Araya è nata. Un abitante del posto si era arrampicato con il telefono su una collina per prendere il segnale, nel pieno del blocco delle comunicazioni imposto dal governo federale, ed era riuscito a farle sapere che le autorità locali, dominate dal Fronte popolare di liberazione del Tigrai (Tplf), avevano piazzato un carro armato fuori dalla città, mimetizzandolo sotto una copertura verde. Poi avevano mandato dieci autobus per mettere in salvo gli abitanti di etnia tigrina, lasciando indietro altre migliaia di persone. Se quello che diceva l’uomo era vero, secondo Hiwot il governo del Tigrai “era pronto a bruciare la città” (il 15 novembre il governo etiope ha dichiarato di aver preso il controllo di Alamata). Ma è impossibile confermare in modo indipendente le voci che arrivano dalle zone dei combattimenti.
Hiwot, 31 anni, è fuggita in Kenya insieme ai suoi due bambini nel 2016, dopo che il marito era stato ucciso dal Tplf. Oggi teme che possa capitare lo stesso agli zii e a milioni di altre persone che si trovano intrappolate sotto il fuoco incrociato degli scontri tra l’esercito etiope e le forze armate del Tplf, che sono ben equipaggiate. “Spero nella pace”, dice Hiwot. “Ma ho paura che molti moriranno”.
Il premier etiope Abiy Ahmed ha ordinato l’offensiva militare nel Tigrai, con attacchi aerei, il 4 novembre. Nelle due settimane successive 27mila persone hanno dovuto lasciare le loro case per rifugiarsi in Sudan. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), che si prepara all’arrivo di centomila profughi, la metà sono bambini.
Obiettivi segreti
L’Etiopia è il secondo paese più popoloso dell’Africa e la regione settentrionale del Tigrai ospitava già centomila sfollati interni e altre 96mila persone provenienti dalla vicina Eritrea, la metà dei profughi accolti in Etiopia. La popolazione del Tigrai è di 6,5 milioni di abitanti, in gran parte agricoltori o allevatori. Nonostante i tigrini siano solo il 6 per cento della popolazione etiope (che comprende decine di gruppi etnici), hanno dominato per quasi trent’anni la politica nazionale, finché nel 2018 non è stato nominato primo ministro Abiy Ahmed, di etnia oromo, come la maggior parte degli etiopi. I tigrini hanno fatto resistenza quando Abiy ha dissolto la coalizione al potere per formare un nuovo partito, li ha esclusi dal suo gabinetto e ha rinviato le elezioni previste per agosto. A settembre il Tigrai ha organizzato lo stesso le votazioni, contro gli ordini del governo centrale. A inizio novembre Abiy ha ordinato gli attacchi aerei per rappresaglia contro un presunto attacco dei tigrini a due basi federali. “Sappiamo che ci sono stati bombardamenti, ma non quali fossero gli obiettivi né se siano stati colpiti”, afferma William Davison, esperto di Etiopia dell’International crisis group. A Mekelle, la capitale della regione, dove vive quasi mezzo milione di persone, le forniture di elettricità e acqua sono state interrotte. A qualche ora dai primi attacchi hanno cominciato a circolare notizie su “unità dell’esercito federale che sono state cooptate con la forza o che hanno disertato”, aggiunge Davison. Alcuni resoconti parlano di 15mila soldati.
Il 13 novembre il Tplf ha lanciato dei razzi su due aeroporti nel territorio controllato dal governo federale e il giorno dopo altri tre razzi su un aeroporto di Asmara, la capitale eritrea, forse nel tentativo di attirare il paese vicino nel conflitto. I leader del Tplf accusano l’Eritrea, a lungo considerata un nemico, di aver inviato truppe oltre il confine per aiutare le forze federali etiopi. Dall’inizio degli scontri si calcola che siano morti centinaia di soldati su entrambi i fronti.
Gli esperti temono che questo conflitto mandi in frantumi la fragile pace nella regione e che possa trasformarsi in una lunga guerra civile. Il 9 novembre decine, se non centinaia di civili sono stati uccisi a Mai Kadra, nel sudovest del Tigrai. I sopravvissuti, del gruppo etnico amhara, hanno dichiarato che i loro aggressori appartenevano al Tplf, e che con loro erano ai ferri corti da tempo a causa di dispute territoriali. “I comandanti e i funzionari del Tplf devono dire chiaramente ai loro miliziani che gli attacchi contro i civili sono assolutamente proibiti e che costituiscono dei crimini di guerra”, ha detto il direttore regionale di Amnesty international, Deprose Muchena. Anche la responsabile dei diritti umani dell’Onu, Michelle Bachelet, ha avvertito: “Gli attacchi a sfondo etnico e la profilazione etnica dei cittadini creano una traiettoria pericolosa che aumenta i rischi di genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità”. Il Tplf ha negato ogni responsabilità per gli attacchi. Colpevole o meno, “il fatto che il primo ministro abbia attribuito il massacro al Tplf allontana la possibilità di una soluzione diversa da quella militare”, osserva Davison. “E rafforza la versione dei fatti promossa dal governo, che non starebbe combattendo contro un avversario politico, ma contro una giunta violenta disposta a ricorrere al terrorismo pur di mantenere il potere”.
◆ Il 17 novembre 2020 il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha detto che le operazioni nel Tigrai sono entrate nella fase finale, dopo che è scaduto l’ultimatum di tre giorni dato ai ribelli tigrini. Fino a quel giorno 27mila etiopi erano già fuggiti in Sudan, in località di confine come Hamdayet. Secondo l’Onu è in corso “una crisi umanitaria su vasta scala”. Le organizzazioni umanitarie denunciano che Addis Abeba non gli permette di entrare nel Tigrai, dove anche prima del conflitto un milione di persone viveva di aiuti. Il comitato del Nobel per la pace ha chiesto ad Abiy, vincitore del premio nel 2019, di “fermare la violenza”. Reuters
Manca tutto
Il 14 novembre a Eastleigh, un quartiere della capitale keniana Nairobi dove vivono molti etiopi, alcuni immigrati sedevano ai tavolini dei bar scorrendo i messaggi e le notizie arrivati via WhatsApp dall’Etiopia. Per molti il conflitto è destinato ad acuirsi. “Andiamo verso la guerra civile”, dice Tesfaye Diriba, 33 anni, che fa parte di un partito oromo d’opposizione ed è scappato in Kenya nel 2017. “La soluzione dovrebbe essere il dialogo. Se la guerra va avanti così, la gente dovrà per forza fuggire in Somalia, in Kenya, in Sudan”.
Decine di migliaia di persone l’hanno già fatto. “Quando arrivano hanno con sé pochissime cose, e questo è un problema”, dichiara Axel Bisschop, rappresentante dell’Unhcr in Sudan. “Ci manca tutto: da mangiare, l’acqua potabile. E poi c’è il covid-19”. Il territorio aspro renderà il lavoro ancora più difficile per gli operatori umanitari. “Non abbiamo un posto dove ospitarli. Dormono all’aperto”. Inoltre è importante che i campi siano allestiti abbastanza lontano dal confine per proteggere i profughi da eventuali scontri che lo travalichino.
“Questa regione ha accolto molti profughi negli anni”, afferma Bisschop. Sono già centomila, secondo l’Unhcr. Le prospettive che i nuovi arrivati dall’Etiopia tornino rapidamente e in modo pacifico nel loro paese non sono buone. “I rifugiati eritrei vivono qui da anni, e ormai sono integrati nella società sudanese”.
È difficile avere informazioni sul conflitto in Tigrai, in parte a causa del blocco delle linee telefoniche e internet imposto dal governo etiope. Negli ultimi mesi le autorità hanno messo in carcere diversi giornalisti, tra cui almeno uno che si stava occupando del conflitto nel Tigrai il giorno in cui i combattimenti sono cominciati.
Entrambi gli schieramenti sembrano determinati a intensificare gli scontri. Secondo alcune stime, il Tplf può contare su 250mila combattenti. Inoltre le diverse milizie regionali starebbero reclutando volontari e raccogliendo cibo e altre provviste. Il 14 novembre l’Etiopia avrebbe ordinato il rientro di migliaia di soldati di stanza in Somalia. “Ora si comincia a vedere chi è davvero Abiy”, dichiara Abraham Barksa, 47 anni, rifugiato etiope a Nairobi. “È parte del problema, non è arrivato per cambiare le cose”.
“Prima di combattere avrebbero dovuto avviare dei colloqui”, dice Fayisa Tolera, 43 anni, un ex militante del Fronte di liberazione oromo (un’organizzazione che per lungo tempo è stata messa al bando in Etiopia). “Così non va bene. La gente soffre , muore”. Secondo Tolera oggi gli oromo che si oppongono ad Abiy si stanno alleando con i tigrini, anche se sono stati a lungo nemici. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1385 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati