L’elettricista Abu Said alza la leva di metallo nera. In questa parte della strada la corrente è tornata, mentre i vicini resteranno senza per le prossime otto ore. Dal sedile posteriore di una jeep Said, 42 anni, studia di nuovo il programma: si va verso la prossima tappa. Nelle case di Gaza c’è elettricità per mezza giornata al massimo, spesso per meno tempo. Le continue interruzioni di corrente possono essere lette come un simbolo del più generale stato di miseria in cui vivono molti abitanti di questa lingua di terra. I cavi elettrici sono bassi, i muri coperti di graffiti. Dei bambini con i grembiuli blu dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione (Unrwa) percorrono la strada sterrata.
Nella penombra Abu Said apre una porta e sale i gradini che conducono al suo appartamento. I figli Said (14 anni) e Youssef (12) sono già andati a scuola. La figlia Farah (10 anni) esce dalla cameretta: andrà al turno pomeridiano. Con un gesto meccanico, al momento di fare colazione la bambina collega i poli di una piccola batteria domestica a un ventilatore bianco. Qui, al piano più alto, la temperatura può superare i trenta gradi. Suo padre gestisce l’erogazione di energia elettrica nella città di Gaza, ma in questa casa – come in tutta la Striscia – batterie, lampadine led e candele sono sempre a portata di mano, perché non si sa mai quando andrà via la corrente. Più tardi Abu Said raggiunge il suo ufficio, piccolo e spartano. “Hai visto il telegiornale? Vogliono interrompere i rifornimenti di petrolio”, dice uno dei tecnici non appena vede entrare il suo superiore.
Quando Hamas, l’organizzazione islamista che controlla Gaza dal 2007, lancia razzi contro Israele, capita che lo stato israeliano decida di sospendere i rifornimenti di combustibile nella Striscia. È successo anche l’estate scorsa. Abu Said tira fuori un foglio sul quale si vede uno schema della città di Gaza divisa in due blocchi: la zona A e la zona B ricevono elettricità in successione per turni di otto ore. “Ed è già un lusso”, dice Said. “Abbiamo anche uno schema diviso in tre blocchi: sei ore di corrente, sei ore senza. E perfino uno schema a quattro blocchi”. Il coordinatore prepara il foglietto con la tabella per turni di sei ore, da usare nel caso in cui il combustibile si esaurisca.
Che faccia colazione con la moglie e con i figli, che vada in spiaggia o stia a letto, Abu Said ha sempre il cellulare a portata di mano. Notte e giorno, tre coppie di tecnici vanno in giro per attaccare e staccare la corrente, o per eseguire lavori di manutenzione. Mentre una squadra è in giro, Abu Said si tiene in contatto con le altre due. I tecnici prendono nota su un taccuino di chi ha avuto la corrente per meno tempo del previsto e di chi invece non ha fatto in tempo a usarla, così che l’indomani si possano invertire le parti. Fino a qualche anno fa anche Abu Said – camicia bianca, pancetta, capelli radi e sorriso vispo – era un semplice tecnico. È stato lui a escogitare il sistema degli schemi, e conosce a menadito tutti i pali della luce della città. All’inizio della sua carriera risolveva problemi nella distribuzione dell’energia. Nel 2002 a Gaza fu costruita la grande centrale con quattro generatori, che avrebbe contribuito a soddisfare il fabbisogno della popolazione in crescita. Nel 2006, però, la centrale fu bombardata. Da allora Said e i suoi uomini sono diventati il volto di uno dei più grandi problemi di Gaza: la mancanza di elettricità.
Il volto del problema
Con due milioni di abitanti, Gaza avrebbe bisogno di almeno 400 megawatt per erogare corrente ventiquattr’ore su ventiquattro. Quando tutto va bene, può contare su 287 megawatt: 120 sono forniti da Israele e 140 (in teoria) dalla centrale elettrica della città. Altri 27 megawatt dovrebbero arrivare dalla rete egiziana. Dall’Egitto però non arriva corrente da due anni, mentre la centrale cittadina è ancora danneggiata: funzionano solo tre generatori, e lo stabilimento dipende dagli scarsi approvvigionamenti di combustibile.
“Quando c’è da slacciare siete sempre in anticipo, e quando c’è da allacciare sempre in ritardo”, dice una passante mentre i tecnici abbassano un’altra leva in un incrocio trafficato. È uno dei commenti più gentili: Said racconta che in passato gli elettricisti rischiavano di essere aggrediti. La sua squadra capisce la frustrazione degli abitanti. “Se stacchiamo la corrente in una via di negozi, il macellaio deve buttare la carne”, spiega il tecnico Eyad Hassouna. A volte in ballo c’è molto di più. Said ricorda una telefonata ricevuta alle tre di notte: l’ospedale di Al Shifa, il più grande della Striscia di Gaza, era rimasto senza elettricità. “In un caso del genere bisogna attivarsi in fretta, ci sono in gioco vite umane”. Fino alla scorsa primavera l’ospedale (come tutti) riceveva corrente per non più di qualche ora al giorno: il resto veniva da un generatore. Oggi, invece, alcune strutture che rispondono a bisogni fondamentali possono contare sulla corrente continua.
◆ 1977 Nasce a Gaza, in Palestina.
◆ 2006 La centrale elettrica di Gaza, inaugurata nel 2002, viene bombardata da Israele. Da quel momento insieme a una squadra di elettricisti si occupa di gestire gli approvvigionamenti di energia nella città.
Said ferma la jeep su una stradina di campagna. Qualche centinaio di metri più avanti si vede il muro che separa la Striscia di Gaza da Israele. E su una piccola duna c’è una guardiola abbandonata. Visto che in questi giorni la situazione è tesa, Hamas per precauzione ha abbandonato i posti di blocco. Poco più avanti corrono i fili elettrici provenienti da Israele, il più stabile canale di approvvigionamento energetico di Gaza. Può succedere che i tecnici si trovino letteralmente tra due fuochi. Due di loro sono morti durante la guerra del 2014. Una volta Said è strisciato sotto una macchina per ripararsi dai proiettili. Ironia della sorte, era stato chiamato da Israele per una riparazione.
Al piano superiore della sede della società energetica alcuni ragazzi stanno seduti davanti ai monitor. Di fronte c’è una lavagna elettronica. Il gruppo di ingegneri elettrotecnici gestisce l’ultimo acquisto della società, finanziato dalla Banca mondiale: un sistema grazie al quale non tutte le leve devono essere azionate manualmente. Le soluzioni tecniche possono semplificare la vita. Grazie all’introduzione delle lampadine a led, delle batterie e dei pannelli solari, gli abitanti di Gaza non dipendono più dalle candele. Inoltre è nata una serie di piccole aziende che mettono a disposizione generatori privati. Ma Abu Said non è contento: “Sono truffatori, chiedono quattro shekel (un euro) per chilowattora, mentre la società energetica ne mette in conto mezzo”, dice. Ma anche lui è costretto a rivolgersi a loro.
A Gaza la fornitura di energia elettrica è una questione politica. Non c’è solo Israele che blocca il rifornimento di combustibile. Nel 2017 l’Autorità Nazionale Palestinese si è rifiutata di pagare il conto energetico di Gaza a Israele a causa di un conflitto con Hamas. Di conseguenza gli abitanti avevano la corrente per non più di quattro ore al giorno. Il “lusso” delle otto ore attuali è dovuto al diesel per la centrale elettrica finanziato dal Qatar. E cosa dire dei furti di combustibile? Hamas è stato accusato più volte di averlo rubato. Nel pomeriggio, quando arriva la notizia che uno dei tre generatori funzionanti dovrà essere spento, Said è rilassato: ha già scritto il piano su un foglietto. Da domani si sperimenterà un programma che prevede una riduzione di “sole” due ore di corrente al giorno. Se non dovesse funzionare, si passerà a uno schema ancora più rigido. Qualche ora dopo, quando i tecnici si danno il cambio, lui manda subito gli elettricisti a staccare la corrente in alcune aree.
Said e i suoi uomini ricordano il lampionaio del Piccolo principe, il libro di Antoine de Saint-Exupéry. “Faccio un mestiere terribile. Una volta era ragionevole”, racconta il lampionaio nel libro. “Accendevo al mattino e spegnevo alla sera, e avevo il resto del giorno per riposarmi e il resto della notte per dormire. Ma il pianeta ha cominciato a girare più velocemente. Ora completa la rotazione in un minuto e io non ho un secondo di pace”.
Anche gli elettricisti di Gaza sono costretti a lavorare sempre di più per ottenere un risultato sempre più modesto. Anziché migliorare l’erogazione di energia, la interrompono. “Se avessimo saputo che il nostro lavoro era questo, avremmo fatto altro”, dice Abu Said. Eppure lo gratifica. La sera, quando la famiglia si siede a tavola, lui tiene lo sguardo puntato sullo schema a blocchi accanto al piatto. ◆ sm
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Questo articolo è uscito sul numero 1343 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati