Mentre i contagi da coronavirus in Italia raggiungevano i quattrocento casi e i morti aumentavano con una crescita a due cifre, il leader del Partito democratico Nicola Zingaretti pubblicava una foto mentre brindava durante “un aperitivo a Milano”, affermando: “Non perdiamo le nostre abitudini”.
Era il 27 febbraio. Non più di dieci giorni dopo, quando il numero dei contagi era salito a 5.883 e i morti erano 233, Zingaretti in un video informava gli italiani che era stato contagiato dal virus.
In Italia ci sono 74.386 contagiati (dati aggiornati al 25 marzo) e sono morte oltre 7.503 persone. L’Italia è oggi (25 marzo) la nazione con il più alto numero di morti, più della Cina. È l’epicentro di una pandemia in continua evoluzione. Il governo ha inviato l’esercito per far rispettare le misure di contenimento in Lombardia, la regione al centro dell’epidemia, dove ormai si fatica a trovare posto per i cadaveri. Il 20 marzo le autorità nazionali hanno rafforzato le misure restrittive, chiudendo i parchi e vietando le attività all’aperto, tra cui le passeggiate e la corsa, se non nelle vicinanze della propria abitazione.
Il 21 marzo il presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte ha annunciato che il governo ha “deciso di compiere un altro passo”, per rispondere a quella che ha definito la crisi più difficile per l’Italia dalla fine della seconda guerra mondiale: il paese ha chiuso le fabbriche e le attività produttive non strettamente necessarie, un altro enorme sacrificio per l’economia nazionale, nel tentativo di contenere il virus, proteggere vite umane e mostrare solidarietà con il personale sanitario in prima linea. “Lo stato c’è”, ha detto Conte cercando di rassicurare i cittadini.
La tragedia che l’Italia sta vivendo è un monito per gli altri paesi europei e per gli Stati Uniti, dove il virus sta arrivando con la stessa velocità. Se l’esperienza italiana ha qualcosa da insegnare è che le misure per isolare le aree colpite e per limitare gli spostamenti della popolazione devono essere adottate immediatamente, messe in atto con chiarezza e fatte rispettare rigorosamente.
Rincorsa continua
Anche se oggi sono in vigore alcune delle misure più restrittive al mondo, all’inizio del contagio, un momento chiave, le autorità italiane hanno esitato, cercando di salvaguardare le libertà civili e l’economia. Nei suoi tentativi di fermare il contagio, adottati uno alla volta – prima isolando le città, poi le regioni e infine chiudendo il paese in un blocco volutamente permeabile – l’Italia è sempre stata un passo indietro rispetto al virus.
“Ora gli stiamo correndo dietro”, dice Sandra Zampa, sottosegretaria alla salute. Secondo lei l’Italia ha fatto il possibile, compatibilmente con le informazioni disponibili. “Abbiamo chiuso gradualmente, come sta facendo l’Europa. Francia, Spagna, Germania e Stati Uniti stanno facendo la stessa cosa. Ogni giorno che chiudi un pezzo, rinunci a un po’ di vita normale. Perché il virus non permette una vita normale”. All’inizio alcuni politici italiani sono stati ottimisti, non hanno voluto prendere decisioni dolorose in anticipo e hanno di fatto concesso al virus il tempo di nutrirsi di questa indulgenza. I governi dei paesi vicini ora rischiano di seguire la stessa strada e di ripetere gli stessi errori, causando disastri simili. Ma a differenza dell’Italia, che navigava in un mare inesplorato per una democrazia occidentale, oggi gli altri governi hanno meno scuse.
Il governo italiano si è difeso affermando che si tratta di una crisi senza precedenti nella storia moderna. Ha dichiarato di aver risposto con rapidità e competenza, su consiglio degli esperti, e di aver adottato misure più drastiche ed economicamente più devastanti rispetto a quelle di altri paesi europei. Ma se analizziamo i provvedimenti presi dalle autorità italiane si nota una serie d’occasioni mancate e di passi falsi cruciali. Nei primi fondamentali giorni dell’epidemia, Conte e altri importanti funzionari hanno cercato di minimizzare la minaccia, creando confusione e un falso senso di sicurezza che ha permesso al virus di diffondersi. Affermavano che l’alto numero di contagi era dovuto ai tanti tamponi fatti al nord a soggetti asintomatici, una prassi che secondo loro generava isteria e macchiava l’immagine dell’Italia all’estero. Anche dopo aver imposto un blocco generale per sconfiggere il virus, il governo italiano non è riuscito a comunicare l’entità della minaccia con una forza sufficiente a convincere gli italiani a rispettare le norme, formulate in modo da lasciare molte scappatoie.
“In una democrazia liberale non è facile”, afferma Walter Ricciardi, componente del consiglio dell’Organizzazione mondiale della sanità e consigliere del ministero della salute. Ricciardi sostiene che il governo italiano ha agito sulla base delle prove scientifiche che aveva a disposizione e che rispetto ai suoi vicini europei o agli Stati Uniti si è mosso in modo molto più rapido e ha preso la minaccia molto più seriamente. Ma ammette che il ministro della salute ha faticato a convincere i suoi colleghi di governo ad agire velocemente e che la divisione dei poteri tra governo e regioni ha frammentato la catena di comando, generando messaggi incoerenti. Ricciardi aggiunge che probabilmente la frammentazione ha ritardato l’adozione di misure restrittive. “Le avrei prese dieci giorni prima”, dice.
Per il nuovo coronavirus dieci giorni possono essere una vita. Il 21 gennaio, mentre importanti funzionari cinesi avvertivano che nascondere i casi di contagio avrebbe “inchiodato i responsabili al pilastro della vergogna per l’eternità”, il ministro della cultura e del turismo italiano ospitava una delegazione cinese a un concerto all’accademia nazionale di Santa Cecilia per inaugurare l’anno della cultura e del turismo tra l’Italia e la Cina. Michele Geraci, ex sottosegretario del ministero per lo sviluppo economico e promotore di relazioni più strette con la Cina, beveva un aperitivo con altri politici guardandosi intorno inquieto. “Siamo sicuri di volerlo fare?”, gli ha chiesto. “Oggi dovremmo davvero essere qui?”. Con il senno di poi i funzionari italiani direbbero certamente no. Sandra Zampa, sottosegretaria alla salute, dice che pensandoci ora avrebbe chiuso tutto immediatamente. Ma sul momento le cose non erano così chiare. I politici erano preoccupati per l’economia e per l’approvvigionamento alimentare dell’Italia e trovavano difficile accettare la loro impotenza di fronte al virus. Secondo Zampa, l’elemento decisivo è stato che l’Italia ha guardato alla Cina non come a un monito, ma come a un “film di fantascienza che non la riguardava”. E quando il virus è esploso, l’Europa e gli Stati Uniti, “ci hanno guardato come noi guardavamo la Cina”.
Un super diffusore
Già a gennaio alcuni presidenti di regione dei partiti di destra avevano provato a convincere Conte a mettere in quarantena gli alunni delle regioni settentrionali di ritorno dalla Cina, una misura per proteggere le scuole. In molti a sinistra avevano definito la proposta allarmista e populista. Conte aveva risposto che i governatori del nord dovevano fidarsi del giudizio delle autorità incaricate dell’istruzione e della salute, che non avevano proposto misure simili.
Conte ha però anche dimostrato di prendere sul serio la minaccia del contagio e il 30 gennaio ha bloccato tutti i voli da e verso la Cina. “Siamo il primo paese che adotta una misura cautelativa di questo genere”, ha detto. Nel mese successivo l’Italia ha risposto rapidamente alla minaccia del coronavirus. Due turisti cinesi e un italiano di ritorno dalla Cina hanno ricevuto cure da un importante ospedale per malattie infettive di Roma. Un falso allarme ha portato le autorità a isolare brevemente i passeggeri di una nave da crociera ancorata fuori Roma.
Quando il 18 febbraio un uomo di 38 anni è andato al pronto soccorso di un ospedale di Codogno, una cittadina della provincia di Lodi, in Lombardia, con gravi sintomi influenzali, l’allarme non è scattato. Il paziente ha rifiutato il ricovero ed è tornato a casa. Le sue condizioni sono peggiorate e poche ore dopo è andato di nuovo in ospedale ed è stato ricoverato in un reparto di medicina generale. Due giorni dopo è stato ricoverato in terapia intensiva, dove hanno scoperto che era positivo al virus.
L’uomo, definito poi “paziente uno”, nell’ultimo mese aveva partecipato ad almeno tre cene, giocato a calcio e corso con un gruppo podistico, il tutto mentre, pare, era contagioso, pur senza sintomi gravi.
Ricciardi dice che l’Italia ha avuto la sfortuna di avere un super diffusore in un’area densamente popolata, che è andato in ospedale non una ma due volte, contagiando centinaia di persone tra cui medici e infermieri. L’uomo non aveva avuto alcun contatto diretto con la Cina, e gli esperti sospettano che avesse contratto il virus da un altro europeo. Questo significherebbe che l’Italia non ha avuto un paziente zero o una fonte rintracciabile di contagio che potesse aiutarla nel contenimento del virus. Secondo gli esperti, quando l’uomo è stato ricoverato il virus era già attivo in Italia da settimane, trasmesso da persone asintomatiche e spesso scambiato per un’influenza stagionale. Si è diffuso in Lombardia, la regione italiana con le più forti relazioni commerciali con la Cina, e a Milano, la città più attiva d’Italia dal punto di vista culturale e commerciale.
“Quello che chiamiamo il paziente uno era probabilmente il paziente 200”, ha detto l’epidemiologo Fabrizio Pregliasco.
Il 23 febbraio il numero dei contagiati ha superato quota 130 e l’Italia ha chiuso undici città con posti di blocco di polizia ed esercito. Gli ultimi giorni del carnevale di Venezia sono stati annullati. La regione Lombardia ha chiuso scuole, musei e cinema. I milanesi hanno preso d’assalto i supermercati. Conte ha elogiato nuovamente l’Italia per la sua fermezza e in tv ha affermato: “Siamo sempre stati in prima linea con i controlli più rigorosi e più accurati”. Ma poi ha aggiunto che il numero elevato di contagi in Italia era probabilmente dovuto al fatto che “noi facciamo molti più controlli”.
Il giorno successivo, quando i contagi hanno superato quota duecento, i morti erano già sette e la borsa era crollata, Conte e i suoi tecnici hanno rilanciato. Il premier ha incolpato l’ospedale di Codogno per la diffusione del virus, affermando che aveva gestito le cose in un modo “non del tutto proprio” e ha accusato la Lombardia e il Veneto di gonfiare il problema divergendo dalle linee guida internazionali e sottoponendo a test anche persone asintomatiche.
Brasile Il paese più popoloso dell’America Latina finora è il più colpito dal nuovo coronavirus. Il 21 marzo il ministero della salute ha confermato casi di Covid-19 in tutti gli stati, compresi quelli amazzonici di Roraima e Maranhão. Mentre il presidente Jair Bolsonaro ha definito il virus “un’influenzetta” e ha attaccato i giornalisti perché diffondeno un clima di isteria collettiva, in vari stati molti governatori stanno adottando misure drastiche per rallentare il contagio.
Ecuador Il 16 marzo, dopo aver annunciato la chiusura delle frontiere e delle scuole, il presidente Lenín Moreno ha decretato lo stato d’emergenza, che comprende il coprifuoco dalle nove di sera alle cinque di mattina. La ministra della salute, Catalina Andramuño, si è dimessa il 21 marzo perché non ha ricevuto abbastanza fondi per gestire l’emergenza.
Stati Uniti I morti causati dal nuovo coronavirus aumentano in modo esponenziale, e secondo l’Organizzazione mondiale della sanità il paese potrebbe diventare l’epicentro mondiale della pandemia. Le autorità non riescono a trovare una risposta efficace all’emergenza. Il 24 marzo il presidente Donald Trump ha fatto capire che la sua priorità è far ripartire l’economia, possibilmente nel giro di settimane. Inoltre le misure per il distanziamento sociale variano da uno stato all’altro. La situazione più difficile si registra a New York, dove gli ospedali fanno sempre più fatica a gestire l’aumento del numero di persone da ricoverare in terapia intensiva. Il virus si è diffuso in molte prigioni del paese, e le autorità penitenziarie non sembrano in grado di gestire la situazione.
Venezuela Il 17 marzo il presidente Nicolás Maduro ha imposto la quarantena a tutto il paese. Lo stesso giorno il Fondo monetario internazionale ha negato a Caracas un aiuto di 5 miliardi di dollari per gestire l’emergenza provocata dal nuovo coronavirus. Il sistema sanitario nazionale è al collasso. Molti medici hanno lasciato il paese a causa della crisi economica.
Mentre i funzionari lombardi si affrettavano a liberare i letti degli ospedali e il numero di persone contagiate saliva a 309, con undici morti, il 25 febbraio Conte dichiarava: “L’Italia è un paese sicuro, e forse molto più sicuro di tanti altri”.
Il 20 marzo lo staff del presidente del consiglio ci ha detto che Conte era disposto a essere intervistato a condizione di poter rispondere alle domande per iscritto. Dopo che gli abbiamo inviato le domande, tra cui alcune in merito alle prime dichiarazioni, si è rifiutato di rispondere.
Le rassicurazioni di chi è al governo hanno confuso la popolazione italiana. Il 27 febbraio, mentre Zingaretti pubblicava la foto dell’aperitivo, il ministro degli esteri Luigi Di Maio teneva una conferenza stampa a Roma. “Siamo passati in Italia da un rischio epidemia a un’infodemia”, dichiarava, denigrando la copertura dei mezzi d’informazione che metteva in evidenza la minaccia del contagio, aggiungendo che solo lo “0,089 per cento” della popolazione italiana era stata messa in quarantena. A Milano, a pochi chilometri dal centro dell’epidemia, il sindaco Giuseppe Sala pubblicizzava la campagna “Milano non si ferma” e il Duomo, simbolo della città, veniva riaperto al pubblico. La gente usciva per le strade.
Ma nella sede della regione Lombardia, Giacomo Grasselli, coordinatore delle unità di terapia intensiva in Lombardia, vedeva crescere i numeri e capiva che sarebbe stato impossibile curare tutti i malati se i contagi fossero aumentati. La sua task force si è messa al lavoro per trovare letti per tutti i malati nelle unità di terapia intensiva degli ospedali della zona, mentre le attrezzature per curare i malati cominciavano a scarseggiare.
In una delle riunioni quotidiane a cui partecipavano circa venti funzionari tra sanitari e politici, Grasselli ha comunicato al presidente della Lombardia, Attilio Fontana, il dato in crescita. Il sistema sanitario della regione, pur molto efficiente, stava andando incontro a una situazione catastrofica.
“Dobbiamo fare qualcosa di più”, ha detto Grasselli. Fontana era d’accordo. Il presidente della Lombardia racconta di aver chiesto misure più restrittive a livello nazionale durante alcune videoconferenze con Conte e altri presidenti di regione, sostenendo che un numero crescente di casi avrebbe messo a rischio di collasso il sistema ospedaliero nel nord, ma che le sue richieste sono state ripetutamente disattese. “Erano convinti che la situazione fosse meno grave e non volevano danneggiare troppo la nostra economia”, afferma Fontana.
Il governo ha stanziato una somma contenuta, seguita da un pacchetto di aiuti da 25 miliardi di euro, ma la nazione si è divisa tra chi capiva la minaccia e chi no. Secondo la sottosegretaria alla salute Sandra Zampa, è stato più o meno in quel momento che il governo ha saputo che i contagi nella città di Vò, l’epicentro del virus in Veneto, non avevano nessun legame epidemiologico con il focolaio di Codogno. A quel punto, il 7 marzo, il ministro della salute Roberto Speranza e Conte hanno deciso di chiudere gran parte del nord, racconta Zampa.
Annuncio notturno
In una conferenza stampa a sorpresa, alle due del mattino dell’8 marzo, quando 7.375 persone erano già positive al test del nuovo coronavirus e 366 erano morte, Conte ha annunciato la straordinaria decisione di limitare gli spostamenti per circa un quarto della popolazione italiana nelle regioni settentrionali, locomotiva economica del paese. “Siamo di fronte a un’emergenza”, ha detto, “un’emergenza nazionale”. Una bozza del decreto, arrivata ai mezzi d’informazione italiani la notte tra il 7 e l’8 marzo ha spinto molti milanesi a correre in massa alla stazione nel tentativo di abbandonare la regione, causando quella che in seguito è stata considerata una pericolosa ondata di contagio verso il sud.
L’8 marzo la maggior parte degli italiani era ancora confusa sulla severità delle restrizioni. Per chiarire il problema, il ministero dell’interno ha pubblicato dei moduli per l’autocertificazione, che permettevano alle persone di spostarsi dentro e fuori dall’area ormai chiusa. Gli spostamenti erano giustificati solo da motivi di lavoro, salute o “altre” necessità. Nel frattempo, alcuni presidenti di regione ordinavano autonomamente alle persone provenienti dall’area appena chiusa di mettersi in quarantena. Altri non lo facevano. Le restrizioni più ampie in Lombardia hanno di fatto messo fine alla quarantena di Codogno e delle altre città della “zona rossa.” I posti di blocco sono scomparsi e i sindaci si sono lamentati del fatto che i loro sacrifici erano stati sprecati.
Il 9 marzo, quando i casi positivi avevano raggiunto quota 9.172 e i morti erano 463, Conte ha inasprito le restrizioni estendendole su scala nazionale. Ma a quel punto, dicono alcuni esperti, era già tardi.
L’Italia ancora oggi sta scontando il prezzo dei primi messaggi contrastanti trasmessi da esperti e politici. I tanti morti di questi giorni sono persone in gran parte contagiate durante la confusione delle settimane scorse. Roberto Burioni, virologo dell’Università San Raffaele di Milano, afferma che le persone si sono sentite sicure nel fare le solite attività e attribuisce i tanti contagi a “quel comportamento”.
Il governo ha fatto leva sull’unità nazionale per far rispettare le misure restrittive. Il 21 marzo centinaia di sindaci delle aree più colpite hanno fatto presente al governo che le misure varate fino a quel momento risultavano drammaticamente insufficienti. Il giorno prima Fontana aveva segnalato che i 114 soldati mandati in Lombardia dal governo erano un numero insignificante e che bisognava inviarne almeno mille. Il 21 marzo ha chiuso uffici pubblici, cantieri, e ha vietato di fare jogging. “Se avessimo chiuso tutto all’inizio, per due settimane, probabilmente ora staremmo cantando vittoria”, ha detto.
Luca Zaia, presidente della regione Veneto, anche lui della Lega come Fontana, ha anticipato il governo nazionale con il suo giro di vite e ha affermato che Roma avrebbe dovuto imporre “un isolamento più drastico”, compresa la chiusura di tutti i negozi e il divieto di attività pubbliche che non fossero andare al lavoro. “Le passeggiate dovrebbero essere vietate”, ha aggiunto. Zaia gode di una certa credibilità sull’argomento. Mentre in tutta Italia i contagi si sono moltiplicati, sono diminuiti notevolmente a Vò, una cittadina di circa tremila abitanti che ha avuto il primo morto in Italia dovuto al Covid-19 e che è stata tra le prime a essere sottoposta alla quarantena.
Alcuni esperti del governo hanno attribuito questa inversione di tendenza alla rigorosa quarantena durata due settimane. Zaia aveva anche disposto a Vò dei test a tampone diffusi, in contrasto con le linee guida internazionali e del governo, secondo il quale sottoporre a test le persone asintomatiche è uno spreco di risorse. “Almeno rallenta la velocità del virus”, sostiene Zaia, affermando che i test hanno aiutato a identificare persone potenzialmente contagiose ma asintomatiche. “E il rallentamento della velocità del virus permette agli ospedali di respirare”. In caso contrario, lo sconvolgente numero di pazienti farebbe collassare i sistemi sanitari e causerebbe una catastrofe nazionale. Gli americani e gli altri, avverte, “devono essere pronti”. ◆
Jason Horowitz _ è il capo dell’ufficio di Roma del New York Times, da cui segue l’Italia, il Vaticano, la Grecia e altre parti dell’Europa meridionale._
Elisabetta Povoledo _ ha scritto sull’Italia per quasi trent’anni e lavora per il New York Times dal 1992._
La versione intergrale di quest’articolo è disponibile sul sito del New York Times: nytimes.com.
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Questo articolo è uscito sul numero 1351 di Internazionale, a pagina 25. Compra questo numero | Abbonati