A più di un mese dallo scoppio della terza guerra del golfo, il conteggio dei barili di petrolio immessi sul mercato non lascia spazio a dubbi: il mondo è a corto di oro nero. Le misure adottate finora – dagli oleo­dotti che aggirano lo stretto di Hormuz al ricorso alle riserve strategiche – hanno dato un minimo di sollievo, ma se il conflitto scatenato dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran non finirà al più presto, il consumo di greggio dovrà adeguarsi a un’offerta ridotta, forse drammaticamente ridotta. La soluzione? Tagliare la domanda. Finora il mercato ha assorbito abbastanza bene la mancanza di greggio. Nonostante i titoli allarmisti, i prezzi di riferimento sono rimasti intorno ai cento dollari al barile, ben al di sotto dei livelli raggiunti durante le ultime crisi, quando era a 130-150 dollari.

Questa reazione relativamente moderata non significa che i mercati stiano sottovalutando la chiusura dello stretto di Hormuz, da cui transita un quinto del petrolio mondiale. È piuttosto un segnale del fatto che i vari sistemi per proteggere i flussi di petrolio hanno funzionato, tamponando gli effetti di una fase di grande instabilità. La crisi però c’è da appena un mese, mentre gli shock precedenti sono durati diversi mesi e in alcuni casi addirittura anni.

Il divario tra offerta e domanda è così ampio che prima o poi questi sistemi smetteranno di funzionare. L’ultima volta che il mercato ha vissuto uno sfasamento simile è stato nel 2020, quando la pandemia aveva costretto miliardi di persone a chiudersi in casa. Ma all’epoca il problema nasceva da un eccesso di offerta, mentre oggi la situazione è opposta. Nei primi giorni della guerra la chiusura dello stretto di Hormuz ha causato la perdita di venti milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati. L’industria petrolifera ha reagito immediatamente, attivando il primo livello di copertura: sfruttare le giacenze. Il secondo livello è scattato quando l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno alterato il percorso di alcune esportazioni, affidandosi agli oleodotti che collegano i giacimenti al mar Rosso e ai porti del golfo dell’Oman.

Il terzo livello ha visto l’intervento della politica: i paesi più ricchi hanno attinto alle riserve strategiche, immettendo milioni di barili sul mercato. Il presidente statunitense Donald Trump ha fatto la sua parte moltiplicando le dichiarazioni, con una certa efficacia. Le sue frasi sulla possibilità di mettere fine al conflitto hanno contribuito ad arginare la corsa sfrenata per accaparrarsi il petrolio disponibile.

Capire l’incidenza di tutto questo è difficile. Alcune misure, come il ricorso agli oleodotti, sono permanenti; altre, come lo sfruttamento delle scorte, sono temporanee. Un calcolo ottimista suggerisce che complessivamente questi provvedimenti hanno assorbito fino al 60 per cento della perdita di petrolio sul mercato, circa 12 milioni di barili al giorno.

L’incognita del tempo

Resta quindi una forte carenza, che continuerà a crescere se la guerra dovesse andare avanti prosciugando le riserve. Senza una ripresa dei normali flussi, c’è solo un modo per affrontare il problema, il quarto e più drastico livello di tutela: l’abbattimento della domanda. Gli scenari possibili, in questo senso, sono due: nel primo, il meno brutale, i politici ricorrerebbero a strumenti d’emergenza per ridurre l’uso dell’energia; nel secondo, invece, sarebbero i prezzi folli a costringere i consumatori a smettere di comprare. Questo è chiaramente lo scenario peggiore, dal momento che devasterebbe l’economia.

È facile capire perché questa strategia potrebbe diventare inevitabile. Come sottolinea Paola Rodriguez-Masiu, analista di questioni petrolifere per la società di consulenza Rystad Energy, “il sistema è passato da uno stato di protezione a uno stato di fragilità”. Ma quanto fragile, per l’esattezza? Parecchio, temo. Se i miei calcoli sono corretti, i mercati avranno bisogno di “distruggere” la domanda per almeno otto milioni di barili al giorno, più del consumo combinato di Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna.

Il modo migliore per farlo è un intervento della politica per forzare un uso ridotto del petrolio. Per quanto dolorosa, questa soluzione arrecherebbe meno danni all’economia. Tra le misure possibili ci sono abbassare i limiti di velocità sulle autostrade e ridurre l’uso dei riscaldamenti e dell’aria condizionata. Un’alternativa potrebbe essere l’obbligo per tutti di lavorare da casa, in modo da limitare il consumo di energia per gli spostamenti. Quest’ultima ipotesi, però, avrebbe conseguenze politiche ed economiche più gravi.

L’Agenzia internazionale dell’energia ha già raccomandato queste misure, ma nessun paese importante le ha adottate, probabilmente nel timore di subire la rabbia degli elettori. Nel mondo in via di sviluppo, invece, paesi come Pakistan, Filippine, Vietnam e Thailandia lo hanno già fatto. Se la guerra continua, altri seguiranno l’esempio.

Sfortunatamente in una crisi energetica senza una fine all’orizzonte il margine di manovra della politica è limitato. Prima o poi l’impennata dei prezzi avrà un effetto significativo, che inevitabilmente sarà anche iniquo. In Africa e in alcune aree dell’Asia i prodotti derivati dal petrolio sono già abbastanza costosi da ridurre gli acquisti e di conseguenza danneggiare l’attività economica. Gli impianti per la produzione di prodotti chimici e fertilizzanti si stanno fermando. I paesi più poveri saranno tagliati fuori da quelli più ricchi o da chi può sovvenzionare l’acquisto di carburante e vietare le esportazioni.

In quest’ottica è importante considerare la distribuzione attuale del mercato del petrolio, in cui gli Stati Uniti, il Canada, l’Europa, il Giappone e la Cina rappresentano il 55 per cento del consumo mondiale. Significa che sei barili di petrolio su dieci si trovano in paesi che hanno le risorse per pagare il conto.

In una prima fase gran parte della distruzione della domanda avverrà altrove, nei paesi che non possono permettersi i nuovi prezzi. L’impatto si concentrerà in Africa, in America Latina e in buona parte dell’Asia. Ma se la guerra dovesse durare mesi, gli effetti della distruzione della domanda si allargheranno alle aree più ricche.

Una crisi energetica è il prodotto di due fattori: la portata dell’alterazione della disponibilità e la sua durata. Finora la portata è stata enorme, ma la durata è ancora contenuta. Speriamo che le armi tacciano al più presto, per il bene di tutti. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati